Eterna giovinezza, longevità, immortalità. Volenti o nolenti tutti i giorni siamo bersagliati da notizie, immagini e pubblicità che ci inducono a pensare, più o meno consapevolmente, a questi argomenti. Il tempo passa, il corpo cambia e lo specchio diventa uno spietato nemico. Anche la bilancia ci si rivolta contro. L’asticella continua a salire anche se mangiamo bene e non facciamo stravizi. Il metabolismo rallenta, i capelli s’imbiancano, la pelle è più asciutta, ci stanchiamo più facilmente, i jeans non si chiudono più in vita. È ufficiale: stiamo invecchiando.
Recentemente uno studio ha dimostrato che ci sono delle età particolari in cui il corpo invecchia maggiormente: 44 e 60 anni. Una specie di forche caudine della gioventù. A quanto pare è lì che i cambiamenti a livello bio-molecolare si fanno più significativi. Caspita. Allora dobbiamo assolutamente correre ai ripari. Ma cosa ci possiamo inventare? Forse niente. Forse certi studi servono solo a vendere più integratori di vitamine e intrugli “miracolosi”. Per le donne l’invecchiamento è sempre stato più problematico rispetto agli uomini. “Zitella” e “menopausa” tradotte al maschile non hanno lo stesso impatto negativo. I canoni estetici di oggi non sono quelli del dolce stil novo, quando le donne erano dee e muse dei poeti. E nemmeno quelli di Botticelli, quando la carne violacea e naturalmente cellulitica veniva osannata. Il secolo scorso ha imposto alle donne una feroce geometria delle forme che ancora oggi “devono” essere “belle e sexy” a qualsiasi età. Quindi “bisogna” invecchiare tenendo conto di questi estenuanti, e talvolta inarrivabili, parametri. Scorciatoie comprese. Del resto gli eccessi della chirurgia plastica sono sotto gli occhi di tutti, e l’età del “ritocchino” si abbassa sempre di più. Con sgomento ho visto figlie ventenni di amici con i labbroni rifatti. Nessun giudizio, per carità. Ma mi domando cosa diavolo ci succede!
L’attrice premio Oscar Jamie Lee Curtis, famosa per le sue forme perfette (era soprannominata “the body”) ha recentemente dichiarato la sua contrarietà a ogni forma di “aiuto” chirurgico, lasciando viso, corpo e capelli al naturale. «Abbiamo perso una generazione di volti umani naturali», ha detto senza mezzi termini, riferendosi alle colleghe e a tutte le persone che stravolgono i propri tratti somatici per cercare di “fermare il tempo”. Un’altra icona della bellezza, Demi Moore, l’anno scorso ha vinto un meritatissimo Golden Globe interpretando il ruolo di un’attrice che cede alle subdole promesse di una miracolosa sostanza ringiovanente (The substance, film molto forte, non per tutti), e finisce per… Mi fermo, per non spoilerare la perfetta conclusione. La verità è che nessuno sa dove ci portano certe decisioni estetiche, e dopo due, tre interventi non si può tornare indietro, al punto zero, come nel sogno di Alice nel paese delle meraviglie.
L’invecchiamento, però, non è un problema estetico solo femminile. Anche per gli uomini ormai le cose sono cambiate. Scordatevi il cowboy trasandato o le maniglie dell’amore. La “mascolinità” ha nuovi canoni. Anche loro “devono” essere magri, profumati, depilati e possibilmente palestrati. Tant’è che ultimamente, nei centri estetici e della nutrizione, l’utenza maschile è sensibilmente cresciuta. Solo a certi boomer (nati fra il ’46 e il ’64) di grande successo si perdona l’eccesso di girovita, per tutti gli altri è calata la mannaia. Fino ad arrivare a certi parossismi che portano l’invecchiamento a diventare una forma di ossessione estrema, come dimostra il caso di Bryan Johnson, il ricchissimo imprenditore statunitense che ha sviluppato un rigido protocollo per “non invecchiare mai”. Il suo metodo costa 20 milioni di dollari l’anno e comprende il supporto di 30 medici, centinaia di pillole al giorno, intensi allenamenti quotidiani, dieta calibrata al grammo, trattamenti agli infrarossi, terapie geniche sperimentali, algoritmi predittivi, risonanze magnetiche settimanali e persino trasfusioni di plasma da suo figlio adolescente. Netflix gli ha pure dedicato un documentario che si intitola Don’t die – non morire.
In un saggio molto interessante intitolato Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità il professor Venki Ramakrishnan, premio Nobel per la Chimica nel 2009, parla della folle idea della conquista dell’immortalità attraverso la scienza. Il professore ci spiega che dal punto di vista evoluzionistico l’obiettivo della nostra esistenza è esclusivamente la trasmissione dei geni. Quindi l’invecchiamento è, in definitiva, il compromesso fra la longevità e le maggiori probabilità di riprodursi. Dimentichiamo spesso che, come specie, per la maggior parte della nostra storia la nostra vita era assai breve e, se non venivamo uccisi da un’infezione batterica o per un incidente di caccia, morivamo poco dopo il climaterio. Quindi quella che oggi chiamiamo menopausa, e che viviamo, mediamente, come una catastrofe, sembra essere la risposta evoluzionistica per proteggere le donne dal parto in età avanzata, e sembra, sempre evoluzionisticamente parlando, comparire quando la generazione successiva inizia a procreare.
Quindi, per invecchiare meglio bisognerebbe, come prima cosa, leggere più libri sulla biologia e guardare meno pubblicità. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Perché i condizionamenti sociali sono enormi. Ma volendoli mettere un attimo da parte, a quale durata della vita dovremmo riferirci? Sempre citando i dati del prof. Ramakrishnan, nel regno vegetale esistono alberi che superano il millennio e nel regno animale vi sono specie che, se subiscono un danno o sono soggette a stress, si rigenerano, ritornando indietro nello sviluppo. Per questo sono dette “biologicamente immortali”, anche se quando un predatore le attacca o non trovano cibo a sufficienza muoiono pure loro. Alcune balene possono arrivare a duecento anni e un tipo di squalo artico addirittura a 400. Per i mammiferi vale la regola che più sei grande più vivi, in relazione al tasso metabolico, cioè al ritmo con cui bruci il carburante (cibo) necessario a funzionare. Per gli esseri umani questo “ritmo” è pari a 1,5 miliardi di battiti cardiaci. E pur tenendo conto che la nostra aspettativa di vita sia raddoppiata negli ultimi cento anni, per merito dei fertilizzanti (sic!), delle migliorate condizioni igieniche, degli antibiotici e dei vaccini, gli esperti reputano che la durata massima della vita umana non possa andare oltre i 120 anni.

Su questo punto Xi Jinpin e Vladimir Putin non sarebbero d’accordo, come dimostra la loro surreale conversazione dello scorso settembre: «Gli organi possono essere trapiantati continuamente, e più si vive più si diventa giovani» dice il presidente russo, che a 72 anni si sente ancora un ragazzo. Il leader cinese gli risponde dicendo che già in questo secolo si potrà vivere fino a 150 anni. Forse sanno qualcosa in più degli scienziati citati nel testo di Ramakrishnan o, molto più probabilmente, sono solo matti da legare. Alludono forse a un immaginario trapianto di cervello? O pensano di non risentire nei prossimi 50 anni di un assai probabile degrado cognitivo? In ogni caso un corpo umano non può mai essere paragonato a un insieme di parti separate e intercambiabili come nel caso di una BMW o di un’Audi. Non credo che i vari bookmaker scommetterebbero un penny su un trapianto multiorgano praticato su un ottantenne, per quanto ricco e potente. Nemmeno Philip K. Dick nei suoi vari romanzi distopici è mai arrivato a ipotizzare tanto. Chissà cosa immaginerebbe se scrivesse oggi, circondato dall’intelligenza artificiale generativa che aveva preconizzato negli Anni 70.
Ma a prescindere dallo sviluppo tecnologico che l’umanità ha raggiunto, le domande sulla vita e sulla morte rimangono le stesse. Perché nasciamo, perché moriamo? Da migliaia di anni filosofia, spiritualità e scienza hanno tentato di dare varie risposte. E adesso che tutte e tre sono in declino, ai quesiti esistenziali senza tempo rispondiamo con trapianti e i ritocchi. Una cosa davvero triste. Ma cosa altro poteva succedere nel momento in cui abbiamo abbandonato il divino aumentando l’ego, e sostituito la conoscenza con le scemenze che possiamo comprendere senza studiare?
Capiamoci, non c’è niente di male nel cercare di curarsi e invecchiare bene. E nemmeno nel piacersi e nel piacere. Invecchiare bene è un impegno quotidiano seguito da tantissime persone, come dimostrano i numeri della wellness economy: 6,8 trilioni spesi nel 2024. Ma quand’è che l’impegno diventa nevrosi? Quand’è che si trasforma in un condizionamento che diventa subdolo e permanente? Cioè una temibile vritti, sorretta da un ragionamento corretto. Si dovrebbero accendere tutte le spie dell’allarme rosso.
Chi pratica yoga non può non interrogarsi sull’ultimo dei kleśa: abhinidvesa. L’attaccamento ossessivo alla vita. Altro che non distinguere fra individualità ed essenza spirituale, altro che smisurato senso dell’io-sono, altro che essere sballottati fra piacere e fastidio, fra godimento e dovere. Qui si parla di vita, di sopravvivenza, di materia, senza la quale non esiste un bel niente. Quindi io devo necessariamente curare il mio corpo perché senza questo involucro non posso manifestare né mente, né coscienza. Giusto, sacrosanto. Ma a questo corpo quante energie stiamo destinando? Quanti pensieri? Quante scelte? Quanto potere gli abbiamo conferito nel momento in cui viviamo prevalentemente in relazione alla sua forma e alla sua accettabilità sociale, dimenticando Dio e la biologia? È vero che perfino i saggi avevano paura di lasciare andare questo involucro, (sutra II.9) questi sensi, questo cibo, questo sapere, questa coscienza. È una sfida dannatamente difficile, per questo Patañjali lo mette alla fine. Come a dire: se superi questo, è fatta.
Io, ovviamente, non ce l’ho una risposta universale per affrontare serenamente la vecchiaia. Anzi, spesso guardare la mia bellezza esteriore sfiorire mi mette tristezza, e proiettarmi nella decadenza dei miei genitori mi mette angoscia. Ma credo che questo sia assolutamente normale. Ho da molto tempo rinunciato alla tinta ai capelli, e non tornerei mai indietro. Recentemente ho scoperto che i capelli bianchi sono la risposta del nostro sistema immunitario al melanoma.Credo che la natura abbia sempre ragione e cerco di abbandonarmi al divino, come la strategia dello yoga ci insegna. Il che non significa lasciarsi andare senza alcun controllo. Semplicemente scelgo di non essere come Sisifo che spinge con fatica immane il masso fino in cima alla montagna, per poi vederlo precipitare in basso e ricominciare da capo. Lui va contro la forza di gravità, cosa si aspetta? Che il masso voli? Non voglio essere come la moglie di Fantozzi che conservava il pane dappertutto e riempire i miei armadietti di probiotici, integratori, acido ialuronico e stimolatori del sistema immunitario. Non mi interessa qualche anno in più di “bellezza” se il prezzo da pagare è l’accoglienza di ciò che si trasforma, in me e ovunque attorno a me, e il lasciare che le cose accadano. Credo che la partita a scacchi con la morte non si vinca barando ma meditando, come ci insegna Babaji, che ancora vive, pura coscienza, da qualche parte, sull’Himalaya.
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