All’inizio del tempo, Brahma, il primo essere vivente secondo la cosmogonia vedico-puranica, si trovò solo, immerso nell’oscurità dell’universo non ancora manifestato. Nessuna guida, nessun maestro, nessuna mappa. Solo sé stesso e un vago senso di esistenza. Una confusione primordiale. È una scena potentissima: anche la prima creatura di questo universo, quella che avrebbe generato i mondi e li avrebbe riempiti di innumerevoli forme di vita, era confusa. Esattamente come lo siamo noi quando ci chiediamo da dove veniamo, cosa ci facciamo qui, che senso ha agire, e per chi.
Poi, da quel vuoto apparente, emerse un suono. Una parola: tapah. Medita. Fai austerità. Sacrifica. Fu un invito a guardare dentro, a fermarsi, a purificare l’intenzione prima dell’azione. Solo allora Brahma ricevette la chiarezza mentale per capire il suo ruolo, solo allora poté iniziare a creare davvero. Questo ci dice qualcosa di profondissimo, cioè che senza sacrificio non nasce nulla di veramente bello. E quando si riconosce che ciò che si riceve è più grande di noi, nasce spontanea una forma di gratitudine silenziosa, che ci prepara a offrire a nostra volta. In questa puntata della rubrica My Sweet Krishna iniziamo ad esplorare gli ingredienti fondamentali dell’azione consapevole secondo la Bhagavad-Gita. Non si tratta di una ricetta rigida, passo-passo, ma di elementi che non possono mancare se vogliamo agire “bene”, se vogliamo che le nostre azioni diventino strumenti di armonia, e non fonti di ulteriore confusione. Il primo ingrediente è proprio lui: il sacrificio (esploreremo gli altri due ingredienti in successive puntate).
L’azione dovrebbe essere compiuta come sacrificio per Vishnu altrimenti lega il suo autore al mondo materiale.
O figlio di Kunti, svolgi dunque i tuoi doveri per la soddisfazione di Vishnu e resterai sempre libero dalle catene della materia. (3.9)
In questo verso il termine sanscrito yajñārthāt (si legge iaghiartat) è centrale e significa letteralmente compiere l’azione per Yajña (si legge iaghia), ovvero il beneficiario ultimo di ogni offerta. Ecco perché Bhaktivedanta Swami lo traduce con Vishnu: non un dio “indiano”, ma il Dio di tutti, l’Origine, chiamato in tanti nomi ma sempre uno, la fonte da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna. Sacrificio, etimologicamente, significa “rendere sacro”. Sacro non vuol dire religioso in senso stretto, ma collegato all’intero, al progetto divino della realtà. Quando agiamo nello spirito del sacrificio, stiamo dicendo al creato: non sono qui per prendere, ma per offrire. Stiamo riconoscendo che non siamo il centro dell’universo, ma parte di una rete di relazioni. Stiamo creando sinergia.
Compiaciuti di questi sacrifici (yajña), i deva incaricati di fornire i beni necessari alla vita provvederanno a tutte le vostre esigenze.
Ma chi fruisce dei loro doni senza offrire niente in cambio è certamente un ladro. (3.12)
Siamo tutti parte di un ecosistema vivente. Le forze della natura – i deva – non sono favole mitologiche, ma personificazioni dei processi che ci sostengono: la luce del sole, la pioggia, il vento, il tempo. Prendere senza dare è rompere l’equilibrio. È come voler respirare soltanto inspirando, senza mai espirare. Non funziona! Qui la parola chiave è gratitudine. Essere grati ogni giorno, ogni istante, ringraziare significa riconoscere che nulla ci è davvero dovuto e che ogni cosa che riceviamo è un dono. Ringraziare significa non dare per scontato, ma vedere con occhi nuovi ciò che spesso ignoriamo: il calore del sole, l’acqua che disseta, il cibo che nutre, il corpo che respira, ecc.
La gratitudine è una forma di intelligenza spirituale, perché ci riconnette alla rete invisibile che ci sostiene. Non è solo un’emozione: è un’attitudine profonda, figlia e madre allo stesso tempo dello spirito dell’offerta, che trasforma il modo in cui ci muoviamo nel mondo. Quando siamo sinceramente grati, nasce spontaneamente il desiderio di ricambiare, di offrire, di non sprecare. E questo è il cuore del sacrificio: offrire qualcosa di sé, per onorare ciò che si è ricevuto, a volte anche prima di riceverlo. Gratitudine e sacrificio, infatti, vanno insieme. Uno è il sentire interiore, l’altro è il gesto che lo manifesta.
Hai notato come fa Krishna? Sta parlando lui, Dio stesso, eppure si riferisce all’offerta a Dio – a Yajña, a Viṣṇu – in terza persona. Non dice «offrite a Me», ma parla dell’offerta come qualcosa di sacro, indipendente dalla Sua figura personale. L’ho sempre trovato un gesto di straordinaria umiltà. Come ho già detto in precedenza questo è un aspetto esoterico e meraviglioso che non smetterà mai di affascinarmi: Dio che non vuole essere Dio, nel senso in cui troppo spesso, sviati dall’orgoglio, lo intendiamo noi. Non pretende, non si impone, ma indica la via con delicatezza, con distacco, con amore.
Sì, tecnicamente Vishnu è un’espansione diretta di Krishna, quindi offrire a Vishnu significa comunque offrire a Lui. Lo so, è un argomento complesso quello delle varie espansioni di Krishna e lo esploreremo con calma in questa rubrica. Intanto, volevo solo farti notare questo dettaglio delicato, ma profondissimo. Anche in questo si rivela la dolcezza di Krishna: non reclama il trono, ma lo cede al sacrificio stesso. Un atteggiamento che ci invita, ancora una volta, a coltivare un cuore ricettivo e riconoscente, un cuore colmo di gratitudine.
Le persone sagge sono libere da ogni colpa perché si nutrono di alimenti offerti prima in sacrificio,
mentre coloro che preparano il cibo per il mero piacere personale mangiano solo peccati. (3.13)
In questo verso le parole sancsrite santa – i saggi, i puri – e ātma-kāraṇāt – per interesse personale – ci mettono davanti proprio a questi due modi opposti di vivere: uno orientato all’offerta, l’altro centrato sull’ego. E questa differenza si percepisce anche nel cibo. Quante volte si mangia per nervosismo, per noia, per rabbia? E quante volte invece si mangia riconoscendo che ogni boccone è un dono? Il cibo stesso cambia, e anche la vita cambia. Offrire il cibo prima di consumarlo significa riconoscere che ciò che riceviamo non è nostro per diritto, ma parte di un ciclo più grande. Significa ricordare che non siamo i padroni di ciò che consumiamo, ma partecipanti a un equilibrio che ci sostiene. In questo modo, anche il nutrimento diventa un atto di allineamento con il disegno divino. È da questa visione che nasce la scelta etica di molte persone di seguire un’alimentazione veg che eviti, per quanto possibile, di arrecare danno e sofferenza ad altri esseri viventi. Ma siccome nessuna azione è mai del tutto neutra, è l’offerta consapevole che purifica l’atto, che lo rende coerente con uno stile di vita fondato sul rispetto e sull’interconnessione.
Il sacrificio non è una fatica sterile. È un atto creativo che viene da molto lontano, fin dall’origine del nostro universo, come abbiamo visto nella storia di Brahma. È proprio attraverso la fatica dell’offerta che il bene e il bello vengono a galla, che in qualche modo diventano visibili. L’oro si purifica nel calore. L’acqua si chiarifica nella calma. L’azione si nobilita nel sacrificio. È una forma di arte, e anche di amore. Perché amare è sacrificarsi, ma non nel senso di annullarsi, bensì di offrire la parte migliore di sé. Come abbiamo ricordato più volte, yoga significa connessione. E tutta la pratica dello yoga dovrebbe avere come fine proprio questo: riconnettersi con l’origine, con il disegno divino, con la nostra sorgente più autentica. Lo spirito dell’offerta, del sacrificio consapevole, è uno dei modi più profondi per restare vicini a Krishna, in Sua intima compagnia. Non a caso, Egli stesso afferma:
… Lo Spirito onnipresente si trova dunque eternamente negli atti di sacrificio. (3.15)
Quindi, lo Spirito è presente ovunque, ma “un po’ di più” negli atti di sacrificio, dove si trova eternamente, in modo potente! Come abbiamo visto, sacrificio e gratitudine vanno a braccetto: sono due facce della stessa medaglia, due movimenti complementari del cuore che riconosce il valore di ciò che riceve e risponde offrendo qualcosa di sé. Come ogni piatto ben riuscito ha il suo ingrediente segreto, così ogni azione armoniosa ha in sé una quota di sacrificio e gratitudine, che la rende viva, saporita, e in sintonia con il cosmo. E proprio come in cucina, il sapore finale non dipende solo da un ingrediente. Il prossimo? Il distacco.

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