
È notte fonda. Una decina di persone, disposte in cerchio, respirano all’unisono. Per tetto un cielo di stelle. Gli occhi chiusi, le mani intrecciate. Al centro, un tablet emette una voce pacata, che guida la meditazione: «Immagina la Terra vista dallo spazio… E adesso invia un pensiero di pace… E invita LORO a venire». Pochi minuti dopo, qualcuno sussurra: «Là! Una luce si muove, lampeggia due volte! Sì, la vedo!». Gli smartphone si sollevano. La piccola comunità umana comincia a filmare. E l’euforia cresce a dismisura. Così ha inizio una tipica sessione di CE5, acronimo che sta per Close Encounters of the Fifth Kind, «Incontri ravvicinati del quinto tipo».
L’ideatore di questo singolare protocollo di contatto è Steven M. Greer, nato a Charlotte, in North Carolina: un ex medico d’urgenza che, lasciata la corsia, è diventato una delle figure più note e discusse dell’ufologia contemporanea. Carismatico e divisivo, Greer si è costruito una fama internazionale per la sua battaglia a favore della trasparenza governativa su tutto ciò che riguarda gli oggetti volanti non identificati e l’intelligenza extraterrestre. Dopo una carriera da medico, nel 1998 abbandonò il camice per dedicarsi completamente alla sua ossessione di sempre: gli UFO. Una passione scaturita da bambino (sostiene di averne visti due, a 8 e a 18 anni) e coltivata fin dai primi anni Settanta, quando si formò come insegnante di meditazione trascendentale, disciplina che avrebbe influenzato profondamente il suo modo di intendere il contatto con altre forme di vita.
Nel 1990 fondò il Center for the Study of Extraterrestrial Intelligence (CSETI), con l’obiettivo di costruire un ponte “diplomatico” tra la Terra e possibili civiltà aliene. Da quell’esperienza emerse il concetto di “incontri ravvicinati del quinto tipo”: comunicazioni intenzionali avviate dagli esseri umani verso l’universo, attraverso tecniche di meditazione e coerenza mentale. Lo CSETI afferma di aver raccolto migliaia di testimonianze di piloti e militari, insieme a presunte tracce fisiche di atterraggi. Tre anni dopo, Greer lanciò il Disclosure Project, ambiziosa iniziativa per la declassificazione dei dossier governativi relativi agli UFO e alle tecnologie energetiche avanzate. Il suo intento? Offrire un’amnistia ai cosiddetti whistleblower, invitandoli a rompere il silenzio e rivelare ciò che sapevano. Nel 2001, la conferenza stampa organizzata al National Press Club di Washington ─ con la partecipazione di venti ex ufficiali dell’aviazione e dell’intelligence ─ consacrò Greer come il volto più mediatico della causa ufologica. Nel corso degli anni, le sue teorie hanno frammentato il pubblico e la comunità scientifica: visionario per alcuni, mistificatore per altri, Greer rimane comunque un protagonista imprescindibile del dibattito contemporaneo sul fenomeno UFO. Con il suo mix di scienza, spiritualità e attivismo, ha dato vita a un racconto che oscilla costantemente tra fede e indagine, tra la speranza di un contatto e il sospetto di una cocente menzogna.
Il progetto scientifico SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence) da decenni ha scandagliato il cosmo alla ricerca di messaggi, ma Greer, invece, sostiene che il contatto non arrivi dai telescopi, ma dalla coscienza umana stessa. Per lui, l’universo è “interconnesso” e la mente, se focalizzata in modo collettivo, può attirare l’attenzione di intelligenze superiori. Il balzo concettuale è vertiginoso: da una ricerca basata su sensori e matematica, a una proposta fondata su meditazione e intenzione. Eppure, per migliaia di praticanti in tutto il mondo, il CE5 è diventato quasi un rituale spirituale moderno. Una sorta di… yoga cosmico.
Il “manuale di volo” stilato da Greer è minuzioso. Si tratta di una vera e propria liturgia. C’è la scelta del luogo (un campo, una location montana, una spiaggia distante da ogni inquinamento luminoso) e quella dei compagni: niente curiosi e scettici, solo chi è disposto a credere che il contatto possa davvero avvenire. «La paura allontana», ammonisce Greer, e i praticanti lo sanno: un pensiero negativo può “chiudere il canale”. Inoltre, è bene attrezzarsi: sedie comode, cibi e bevande (si resta all’aperto per ore), binocoli, torce, mappe stellari… Una volta seduti, scatta la seconda fase: i suoni. Si diffondono nell’aria, dagli speaker bluetooth portatili, gli enigmatici “toni dei cerchi nel grano”, registrati anni fa in Inghilterra e rielaborati in studio. Le onde sonore si dilatano nel buio come un canto digitale, un richiamo interplanetario. Poi, silenzio assoluto. I partecipanti respirano insieme, immaginano se stessi come punti luminosi che si accendono sul pianeta, “proiettano” mentalmente la posizione della Terra nello spazio, invitando i presunti visitatori a mostrarsi. Siamo pronti, potete avvicinarvi…
C’è chi giura di aver visto sfere di luce che fluttuano nel buio, bagliori improvvisi, oggetti che sembrano mutare direzione in risposta a un pensiero. Altri parlano di distorsioni del tempo, di un gelo repentino che fende l’aria, di interferenze nei dispositivi elettronici. Fenomeni che, per chi li vive, sono segni tangibili di una presenza. Per gli scettici, soltanto suggestioni collettive. Nel giro di pochi anni, quello che era un esperimento di nicchia si è trasformato in un movimento planetario, capace di radunare migliaia di persone sotto lo stesso cielo. Ma la scienza, su questo punto, è implacabile: nessun dato, nessuna prova tangibile dimostra che le sessioni CE5 producano effetti reali. Le luci e i bagliori immortalati nei video dei partecipanti altro non sono che satelliti, fenomeni atmosferici, pure illusioni ottiche…
È vero, la scienza ha calato la sua mannaia su tutto questo, liquidandolo come abbaglio corale. Ma per i romanzieri e i sognatori ─ che, per dirla alla Ennio Flaiano, hanno «i piedi fortemente poggiati sulle nuvole» ─ questo cerimoniale è l’ennesima, irresistibile testimonianza del nostro afflato più umano: cercare altrove. Per chi è lì, con gli occhi puntati verso gli astri luccicanti e il cuore in attesa, il CE5 è molto più di un esperimento: è una forma di preghiera laica, un modo per sentirsi parte di un cosmo vivo e intelligente. In quell’istante di silenzio condiviso, quando ogni pensiero si scioglie nel ritmo di un unico respiro, l’universo smette di sembrare un luogo algido e vuoto e diventa, per un attimo, qualcosa che… ci ascolta. E ci restituisce lo sguardo.
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