Tapas è la prima parola del Sadhana Pada, il capitolo degli Yogasutra dedicato alla strategia dello Yoga, nel quale Patanjali fissa i paletti sulle caratteristiche che deve avere la corretta azione dello yogin.
In testa a tutto c’è Tapas: «l’ardore», «l’ascesi», il fuoco che tutti abbiamo dentro, ma che spesso teniamo sotto le ceneri, anziché lasciare che divampi e realizzi la sua funzione, che è quella di trasformarci e condurci verso la realizzazione delle nostre potenzialità.
Tapas è strettamente legato all’energia di Manipura cakra (il terzo cakra), che è, appunto, associato all’elemento fuoco. Le energie della Terra e dell’Acqua, nella risalita dal piano più grossolano a quello più sottile, incontrano questo elemento che le trasforma in aria. È proprio al livello di Manipura che la Coscienza dell’essere inizia a raffinarsi, a sensibilizzarsi, rendendosi pronta per tracimare nel lago del cuore, nel cakra Anahata. Dovremmo tenere sempre accesa questa fucina di Efesto, per bruciare soprattutto l’eccesso di ego e i nostri condizionamenti, le zavorre più ingombranti che rallentano significativamente la nostra elevazione verso la più alta dimensione coscienziale.
Lo Yoga lo dice chiaramente: bisogna accendere il fuoco yogico attraverso Manipura. Il che non significa affatto praticare asana in modo compulsivo. La meccanicità uccide l’ardore più che accenderlo. Ne facciamo tutti quotidianamente esperienza quando ci rendiamo conto quanto la routine ci logori e ci tolga energia. Per lo Yoga è lo stesso. Quindi non è attraverso la ripetitività o la pratica intensa che accendiamo Manipura cakra o sviluppiamo il Tapas. Ma allora quando Patanjali parla di abhyāsa, la pratica continua? Non si riferisce forse a un’azione ripetuta più e più volte? Certo che sì, ma sempre sostenuta da vairaghya, il distacco sensibile, il timbro che certifica che quell’azione non è al servizio dell’ego, e dunque che l’azione è pura. L’abhyāsa senza vairaghya, cioè l’azione reiterata priva della giusta intenzione, è deleteria, non fa che esacerbare il contenuto vrittico (le vritti sono i pensieri ossessivi, ndr) della mente anziché ridurlo, e inoltre spegne la spinta, il desiderio.
A tutti, prima o poi, capita di perdere l’entusiasmo, di non provare più piacere nel praticare yoga o nel fare delle attività che precedentemente ci facevano stare bene. Capita anche nelle relazioni interpersonali. La fiammata iniziale a un certo punto si smorza.
Quando questo accade però non possiamo imputarlo alla mancanza di Tapas, perché Tapas è una forza inesauribile, che non risente di alti e bassi, più tipici dei sommovimenti dell’ego, mostro mai sazio che ci trascina senza sosta verso il controllo e il possesso.
Tapas trascende la dimensione della materia. È quella forza che rende le nostre azioni dense di significato. Però accade che il più delle volte questo significato ci sfugge. Piuttosto ci riconosciamo pigri, abulici, anedonici, depressi. Ci sembra che questo Tapas sia un po’ come il coraggio di Don Abbondio, «se uno non ce l’ha, non se lo può dare». Ma allora, siamo spacciati? No, perché il semplice fatto di voler indagare su noi stessi, sulle nostre energie, sulla qualità del nostro agire fa emergere il nostro Tapas, grande o piccolo che sia. In questo modo iniziamo a educarci a contattare questa forza contenuta in noi. E piano piano saremo sempre più capaci di far sì che ogni nostra azione sia sostenuta dall’ardore, dall’entusiasmo, di essere consapevoli di ciò che facciamo, di come lo facciamo e a quale scopo. Soprattutto nella pratica yoga.
Ma come facciamo a non farci corrompere dalle logiche acquisitive di asmita (l’ego)? Basta applicare la tecnica della salsa di pomodoro.
A chi non piacciono gli spaghetti con la salsa di pomodoro? Praticamente a tutti. E, senza bisogno di scomodare il “maestro dell’ovvio” Massimo Catalano, siamo tutti d’accordo che la salsa di pomodoro fatta in casa, coi pomodori freschi, sia migliore di qualsiasi conserva pronta. Allora, per realizzarla, innanzitutto provvederemo a procurare dei pomodori maturi al punto giusto, aspettando il giorno di mercato o telefonando al simpatico vecchietto che ha l’orto, e che magari ci dà pure un po’ di basilico appena colto, profumatissimo. Una volta lavati i pomodori, a uno a uno si incidono e si mettono nel pentolone, scartando le parti rovinate. Poi si accende il fuoco (l’elemento trasformatore per eccellenza) e si aspetta che cuociano.
Una volta cotti, si rovesciano su un grande colapasta, e si aspetta che perdano gran parte dell’acqua. A quel punto, piano piano, si passano col passaverdure a maglie fini, insistendo sulla parte finale, delle bucce. Poi si rimette il tutto di nuovo sul fuoco, per far addensare questa magnifica crema color corallo che abbiamo ottenuto.
Ogni gesto, ogni procedimento, comprese le lunghe pause della preparazione, andrebbe compiuto con entusiasmo, con gioia e concentrazione, assaggiando, odorando, ascoltando, pensando al momento in cui si condividerà questa pietanza con le persone che si amano.
Come diceva il Piccolo Principe: è la cura che mettiamo nelle cose che le rende speciali, allo stesso modo è l’intenzione alla base dell’azione yogica che la rende capace di trasformarci. Senza la spinta inerziale di Tapas il progetto dello Yoga, come inteso da Patanjali, non può compiersi. Dunque se vogliamo procedere sulla rotta da lui tracciata non ci resta che procurarci immediatamente dei pomodori.
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