Tutto attorno a noi parla di conflitto, opposizione, prevaricazione, forse questo è il motivo per cui si parla molto di pace, proprio ora che è difficile farne esperienza diretta. Poiché l’esperienza diretta di pace è difficilmente accessibile, mi pongo la domanda se il mio corpo e la mia mente siano in grado di esperire una condizione di pace e se la mia pratica di yoga è fondata sul rispetto di questo principio.
Il primo confronto potente e immediato con il concetto di pace è attraverso il respiro. Inspiro, espiro, pausa. Patanjali parla della pausa respiratoria come un momento altamente significativo, un invito alla trasformazione. Possiamo relazionarci con il nostro respiro con rispetto, individuando un ritmo di riferimento per le due fasi e per le pause a polmoni vuoti e pieni. Non si tratta di un’apnea imposta, ma piuttosto di una sospensione del movimento respiratorio della giusta durata. Successivamente possiamo esplorare come allungare le varie fasi del percorso con pazienza e continuità. Il pranayama vissuto così acquista un significato diverso, diventa un colloquio libero da forzature. Se invece forziamo, scatta il disagio.
A proposito del principio della pace nel corpo e nello spirito, ho attraversato recentemente un periodo complesso perché si è reso necessario sottopormi a un intervento chirurgico di protesi completa al ginocchio. Purtroppo la gonartrosi aveva compromesso la funzionalità del ginocchio e dopo mille titubanze, ho optato per sottopormi all’intervento di protesi: una bella protesi completa in titanio con un perno per dare stabilità a tibia, perone e piede . L’ospedale è di per sé un’esperienza forte e malgrado a livello ortopedico sia andato tutto perfettamente, ne sono uscita sconquassata. Dopo decenni di deambulazione compromessa, la gamba finalmente allineata ha richiesto un riassetto significativo del corpo, le gambe, la parte portante del corpo, come pure la parte alta, portata del corpo, cioè il tronco con il suo preziosissimo contenuto. Ma lo sconquasso è stato provocato da ritmi e medicinali efficaci, ma non in sintonia con la mia natura. Attraverso la pratica yoga, ho sviluppato una forte sensibilità a ciò che mi invade.
Nella prospettiva di trovare pace del corpo, l’intervento chirurgico e la ripresa in mano della mia struttura fisica hanno richiesto molta attenzione, pazienza e energia. L’intervento e la convalescenza sono esperienze di straniamento dal corpo. I medicinali allopatici pur nella loro indubbia efficacia, non richiamano la collaborazione delle parti sottili della nostra struttura fisica, né della nostra anima. Questo straniamento mi ha creato molto disagio pur rendendomi conto della perfezione conclamata dell’intervento. Tutto giusto, ma non per l’anima.
I passaggi verso il recupero della piena funzionalità del corpo richiedono gradualità e pazienza. È necessario superare lo straniamento dal corpo, rinunciando alla passività insita nell’approccio allopatico. Il corpo si deve risvegliare per riacquistare la sua capacità reattiva e di autoguarigione. Arriva uno stimolo e la reazione deve essere misurata. Il corpo umano non funziona seguendo unicamente le linee guida, c’è bisogno di maggiore flessibilità. Questa modalità più misurata diventa la base per ritrovare il proprio equilibrio assieme alle funzionalità sopite dall’intervento chirurgico e ai medicinali allopatici. Da qui può partire la ricerca verso la pace, cioè la sospensione dell’abitudine al conflitto alla base della società contemporanea.
Ci sono molti luoghi all’interno di noi dove si può fare esperienza di una condizione pacifica: una sospensione respiratoria e fisica dove veniamo calamitati, sorprende perché diversa dalla condizione di movimento a cui siamo abituati. Da cui può dilagare una condizione diversa, sospesa, rispettosa di ciò che si manifesta.

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