* Seconda puntata *
Swami Nirvanananda, hai mai avuto la paura di diventare uno Swami?
«No, no, era un desiderio che avevo da tempo. Avevo fatto anche la richiesta all’SRF anni prima ma loro mi hanno detto “no” perché avevo superato i 35 anni e allora ho detto Amen! Poi, qualche anno dopo l’hanno spostata a 40 anni (come limite di età)».
Il desiderio già c’era dunque ma la Divina Grazia ti ha detto di attendere impedendoti di farlo con la SRF. Altrimenti saresti diventato monaco con loro.
«Sì, se loro mi accettavano, almeno avrei fatto una prova perché poi non è che entrando è definitivo, è pur sempre sempre una prova».
Questo è vero, però secondo me quel “no” ti ha aiutato a indirizzarti verso la tua strada, il tuo Dharma servendo il Divino in un altro modo. Bellissimo! perciò così sei diventato uno Swami
«La cerimonia è successa la mattina dopo all’alba, siamo andati sulla spiaggia, io avevo un telo bianco sono entrato nel mare ho lasciato il telo sono uscito come Dio mi ha fatto e mi hanno coperto con un telo arancione. Lasciando andare la vecchia vita si nasce una seconda volta! Poi siamo andati dentro il tempio. Per un paio d’ore la swamini è andata avanti recitando dei mantra davanti ad un fuoco, offrendo del ghi, il burro chiarificato, e io dovevo ripetere questi lunghissimi mantra. Alla fine, hanno preparato un bacile e la swamini ha messo nel bacile i suoi piedi che ho coperto con dei fiori e mi ha dato il nome spirituale. Io dovevo onorare la presenza del Guru ma poi, lei mi disse: “Io non sono il tuo Guru, il tuo Guru è Yogananda”».
Quindi lei praticamente ha fatto solo da tramite! che grande donna, grandissima grande anima che ha avuto l’umiltà di mettersi al servizio del Maestro.
«Sì, di Yogananda».
Bellissimo e cosa è cambiato per te quando sei tornato?
«Ero felicissimo. Anche mia madre era felicissima e quindi con ancora più impegno ho continuato il cammino».
Ricordo che durante il Maha Kumbha Mela del 2025 abbiamo festeggiato i tuoi 34 anni da swami. Ma tu ha incontrato anche Madre Teresa…
«Durante quel viaggio visitai anche Calcutta. Andai al tempio di Kālī (Kalighat) e scoprii che proprio di fronte si trovava una casa delle Missionarie della Carità. Entrai quasi per caso e lei era lì e allora mi ha detto: “Abbiamo bisogno di aiuto”. Allora mi sono tirato su le maniche. C’era da dare da mangiare a questi poverini che loro raccoglievano per le strade, che praticamente erano quasi morti per mancanza di cibo, erano così deboli che bisognava con il cucchiaio mettergli il riso, il dāl in bocca, perché loro non riuscivano».
Quindi hai conosciuto personalmente Madre Teresa…
«Sì. La incontravo lì, mentre passava tra i malati e i volontari. È stato un incontro che porto ancora nel cuore. E naturalmente ho fatto tutto il giro, Delhi, Benares… perché volevo conoscere la casa di Lahiri Mahasaya allora era sempre aperta e si poteva visitare. La prima volta non l’ho mai trovata perché il nipote di Lahiri, il papà di Shibendu Lairi, era appena morto e quindi non sono riuscito a avere nessuna informazione. Solo l’anno dopo sono riuscito a trovarla. Ho visto un negozietto, che forse conosci anche tu, dove vendono questi gulab jamun, i dolcetti indiani. Metto la testa dentro questa porticina/finestra per indicare quello che desideravo e vedo a sinistra la foto di Lahiri Mahasaya».
È vero, sì. Conosco questo posto! È a pochi metri dell’attuale SatyaLok. Passo sempre da loro per comprare il cocco e gli incensi per portargli al tempio!
«Anche tu lo conosci allora! Vedendo la foto ho chiesto: “Ma scusi, dov’è questo?” mi ha spiegato e ho trovato subito la casa».
Quindi la tua golosità ti ha premiato. Hai visto, bisogna essere golosi. Raccontami della casa di Lahiri.
«La porta era aperta, si entrava, c’era un piccolo cortiletto. A sinistra, c’era una porta, penso che lì vivesse il nipote di Lahiri Mahasaya. E poi, sulla destra, un’altra porticina: lì bisognava stare sulla soglia, non si poteva entrare. Allora c’era, ricordo, sempre sulla destra, il letto di Lahiri, i suoi sandali e un grande orologio a pendolo che ancora funzionava. Fu un’emozione indescrivibile».
E poi hai conosciuto Shibendu Lahiri? E tua madre ricevette l’iniziazione da lui?
«Sì, ma a Trieste. La prima volta che venne in Italia organizzammo un incontro nel centro yoga dove noi cantavamo. Non sapevamo dove ospitarlo. Allora mia madre disse: “Possono venire a dormire a casa nostra”. Offrì la sua camera da letto a Shibendu Lahiri e a sua moglie, e naturalmente mise a disposizione anche la cucina. Poi lei stessa ricevette l’iniziazione da lui».

Credi che Yole, tua madre, in un’altra vita fosse già una kriyāvan? Perché un’apertura del genere è davvero straordinaria. Certo, era anche amore per te, ma non era soltanto accompagnare un figlio: lei si è aperta completamente a questo cammino.
«Sì. Poi cantava i mantra, li conosceva tutti. È come se i Maestri sapessero che, anche se lei non sarebbe mai andata in India, l’India sarebbe arrivata fino a casa sua».
Esatto. È come se le avessero detto: «Non vieni tu da noi? Allora veniamo noi da te». Padre Marian Żelazek invece l’hai conosciuto sempre nel primo viaggio?
«Sì, da mesi che viaggiavo per l’India e delle persone mi hanno detto: guarda c’è una suora italiana se vuoi parlare un po’ di italiano…
allora mi hanno detto dove trovarla e sono andato da lei , suora Amelia. Suor Amelia un giorno mi disse dai, vieni con me, che andiamo al villaggio dei lebbrosi. No, no, no, risposi, ci vediamo domani. No, no, vieni, vieni, insisteva… Avevano una Jeep, tipo Caritas, Croce Rossa, e mi ha spinto dentro, e avevo anche la chitarra con me. Ha detto, vieni, puoi cantare per i lebbrosi».
Come San Francesco prima fuggivi
«Esatto, uguale! poi mi sono fidato naturalmente di lei e quando siamo entrati, tu ti ricordi nel villaggio c’è l’ospedale, quel piccolo ospedale? Ecco, mi hanno portato lì perché le suore erano nel dispensario per dare i medicinali e padre Mariano era assieme al medico e facevano le medicazioni alle ferite dei lebbrosi. E così quando lui mi ha visto entrare ha detto dai, fai una canzone qua per i nostri amici… Va bene, dissi, allora mi sono praticamente immerso in questa energia incredibile e ho cantato Gopala, che devo già imparato, e così tutti hanno cantato perché conoscevano il canto. Padre Marian aveva capito che ero italiano, lui parlava benissimo italiano e poi mi ha invitato anche dove abitava lui, l’Ashram Ishopanthi non esisteva ancora (quello dove si dorme), c’era solo la sua stanzetta, dove una breve conversazione siamo diventati amici. Quando gli ho chiesto come posso aiutare? Pensavo magari, come avevo aiutato un po’ Madre Teresa, potevo aiutare anche lì. E lui ha detto no, no, qui abbiamo tante mani, a noi servono piuttosto opere di beneficenza. Allora mi disse: quando torni in Italia ti do sette fotografie dei bambini e vedi se trovi degli sponsor per poterli aiutare a andare a scuola».
Mi fai commuovere perché in definitiva è quello che ancora oggi fai, no?
«Sì, e così io sono tornato poi in Italia e ho cominciato a fare i kirtan e avevo queste foto. Allora avevo degli amici a Milano quindi ero molto spesso a Milano e loro mi organizzavano gli incontri di meditazione e di kirtan. Portavo le foto con me e sono stati sponsorizzati anche quei bambini e poi ogni anno Padre Marian me ne dava sempre di più, sempre di più e ho detto, ma proviamo, e sempre di più venivano adottati…
Suor Amelia, la suora italiana di Puri, viveva nel suo monastero che era vicino a una zona dove escono tutti i liquami e sporcizia ovunque. Questi poveri senza lavoro che vivevano nelle capanne avevano tanti bambini e lei andava lì ad aiutarli. Ha raccolto anche lei delle fotografie e i nomi di bambini, così abbiamo allargato anche in quella parte di Puri».
L’opera di aiuto ai bambini e continua ancora lì in Puri in quella zona?
«Purtroppo no perché poi la suora è tornata in Italia e non è più potuta tornare in India. Ricordo che avevamo 500 bambini solo da lei. Sai cosa facevamo? Allora si poteva fare, io potevo avere un conto come italiano anche in una banca indiana allora e avevo aperto un conto e mandavo tutti i soldi lì e lei aveva organizzato che ogni famiglia avesse un libretto di risparmio. Quindi dai soldi che io mandavo sul mio conto la banca divideva nei libretti di risparmio di tutte queste famiglie».
Ti soffermi ogni tanto a pensare come sarebbe andata la tua vita senza tutto questo? Cosa avresti fatto?
«Ahaha, avrei lavorato 40 anni alla Lloyd e poi sarai andato in pensione, un vecchietto in pensione, come tanti miei ex colleghi, no?».
Mai nella tua vita hai detto torno indietro?
No no, provo tanta gioia! Volevo in un certo senso scappare da quello che era stata la mia vita precedente, non sarei tornerei mai indietro. Ho ancora un contatto con un amico e mi manda delle foto di Trieste e mi scrive: non hai nostalgia? e io gli dico: ma nostalgia di cosa?»
A volte le crisi della vita, le difficoltà posso portarti al voler tornare indietro
«Sono sempre sostenuto dalla musica, la musica mi ha sempre sostenuto in tutte le occasioni, in tutte le scelte e quindi anche se potevo essere un po’ giù mi attaccavo alla chitarra, facevo un po’ di harmonium e tornava la gioia! Sai come ho comprato il primo harmonium in India?».
No, raccontami.
«Avevo una vecchia macchina fotografica, ti parlo degli Anni 80. Niente di speciale, una macchina normale, allora sono andato a Delhi in un negozietto ho guardato c’era un harmonium che mi piaceva e io ho detto: non ho i soldi però ho una macchina fotografica, e il venditore mi ha detto: va bene, dammi 500 rupie più la tua macchina, e mi ha dato l’harmonium come uno scambio. Oggi sarebbe impossibile! Poi questo harmonium l’ho portato ovunque, l’ho usato tantissimo soprattutto quando andavo ad Assisi. Ad Assisi ho conosciuto la comunità di Ananda, frequentavo molto il loro centro, allora c’era una suora greca che cantava e suonava la chitarra. Mi invitava sempre a fare i canti con loro e io portavo l’harmonium. Lei si era innamorata dell’harmonium e io le dissi: “Beh, te lo regalo”. Così glielo diedi. Lei fece un gran sorriso, è stato bellissimo».
Bellissimo, davvero. Tu dici che la musica ti ha sempre sostenuto e sappi che tu sostieni noi con la tua musica. Partecipando ad altri ritiri ho notato che tu hai un’altro stile nella conduzione del Kirtan, non ti sei mai formalizzato nel metodo indiano di ripetizione.
«No, quando cantiamo in Occidente, in Italia, molte volte non conoscono assolutamente il canto, quindi non saprebbero neanche ripetere. Ok. Allora canto due volte!».
Che differenze hai percepito dentro di te tra la musica che già facevi con amore, con passione e poi con i canti indiani?
«È stato proprio come il giorno e la notte, perché quando canto i mantra e i bhajan sento un trasporto, è un canto per Dio, è una preghiera. Ricordo da subito di aver sentito questa grande differenza, non riuscivo più a fare i canti che facevo prima. Molte volte mi chiedono perché non fai un canto, non so, di De André o di. un’altro cantautore, ma non riuscirei più, mi sentirei a disaggio, è come quando utilizzi una risorsa in modo sbagliato. C’è veramente un’energia nelle parole nella musica stessa… Poi non tutti i kirtan sono bellissimi io anche faccio una selezione è vero ma quando canti comunque è sempre indirizzato a Dio, assolutamente».
2. Continua
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