Quando inizio un viaggio parto senza aspettative o pregiudizi, con la mente sgombra nei confronti di mondi diversi, disponibile ad affrontare disagi e trasferimenti faticosi visto che scelgo itinerari e luoghi particolari e poco turistici. Aspetto a esprimere le mie riflessioni alla fine del viaggio: ci può essere entusiasmo iniziale, poi se ne esce delusi, o viceversa tante perplessità che poi si dissolvono. Con l’India è stato già molto difficile decidere di partire. Nonostante la mia passione per lo yoga e i quasi cinquant’anni di insegnamento ho sempre detto che non sarei mai andata in India. Ho avuto parecchie opportunità. La più interessante a metà degli anni Novanta, quando sarei potuta partire insieme alla mia maestra Gabriella Cella per partecipare ad una spedizione scientifica sull’Himalaya. Il progetto aveva lo scopo di studiare l’ossigenazione del sangue mettendo a confronto un gruppo di sportivi con un gruppo di praticanti yoga (questi ultimi se la sono cavata molto meglio!). Quella volta sono stata trattenuta dal fatto di avere i figli ancora piccoli e dall’emicrania di cui allora soffrivo.
Altre sono state le occasioni, ho sempre detto “in India no” con motivazioni forti, che ora mi fanno sorridere. Ho detto sì quando l’amico Santo, conosciuto in Vietnam, ha organizzato in modo perfetto un tour di 17 giorni in Gujarat. Questa storia e questo viaggio sono la prova che non si può mai dire mai. Con l’India è stato particolare anche il periodo dell’attesa e ho dovuto lavorare su un aspetto apparentemente sciocco e irrazionale, quello della superstizione. Ho iniziato a pensare che se ero sempre stata così contraria, e in modo così radicato, un qualche motivo ci doveva essere. E per di più sarei stata via proprio per il giorno del mio compleanno, il 9 novembre, giorno che spesso è stato funestato da eventi catastrofici, epocali o comunque molto negativi (l’alluvione del Po quando sono nata, poi il grosso terremoto a Parma nel 1983, la morte del mio papà, il muro di Berlino, il ricovero di Stefano in Egitto). E, ciliegina sulla torta, poco prima di partire ho rotto la ciotolina di Ganesh che tengo sulla scrivania. Cattivi presagi? E se in questo viaggio morissi anch’io? Mi sono detta “pazienza”, ho fatto una vita serena, lascio una famiglia unita, e poi… ho appena scritto un articolo sul distacco, è il momento di agire con coerenza.
Le preoccupazioni si sono dissolte. Anche scrivere sul viaggio non è stato semplice. Passato l’incanto dell’occhio “turistico”, quello che inizialmente mi ha colpito è stato “tutto il resto”. Un mondo dove è tangibile l’estrema povertà, un’indicibile immondizia, e, soprattutto nei villaggi, una spaventosa arretratezza. Ho viaggiato nella contraddizione, nel contrasto dirompente fra tutto e il contrario di tutto. Con occhio yogico e accogliente posso dire che l’India stessa è Shiva Nataraja, il dio che con la sua danza cosmica evoca ogni cosa e il suo contrario.
Il lindore dei templi e gli indescrivibili cumuli di spazzatura fuori.
Lo squallore di alcuni villaggi e i sorrisi dei loro abitanti.
La bellezza dei parchi e infiniti chilometri di tralicci e di camion.
Il profumo inebriante delle spezie e la polvere che chiude la gola e irrita le narici.
Squisite vivande e scene nauseanti.
Situazioni di spassosa anarchia e altre di burocrazia surreale.
Le caste che ci sono e non ci sono.
Bambini poverissimi che ti offrono un dono.
Asini bianchi nel deserto di Kuch e cani rognosi.
Volo di gru e raccoglitrici di cotone.
Ayurveda, la scienza di lunga vita e l’incuria dei laboratori dove preparano i rimedi.
Collezionisti di opere d’arte e chi con le mani fa mucchi di sterco.
Simboli di buona sorte e vite perdute.
Cumuli di merci e nessun mezzo per poterle acquistare.
Residence ultramoderni e all’angolo della strada piccolissimi pulitori di vetri.
Il passo regale del leone e i moncherini di un vecchio che si trascina nella polvere.
Residui di feudalesimo e segni di modernità.

Paola Campanini durante il suo viaggio in India.
E l’elenco potrebbe non finire, e anch’io sono entrata nella danza. Prima pensi di voler scappare, poi succede una magia: mi sono arresa all’India, le mucche sono entrate nel paesaggio, non c’era più bisogno di fotografare. Come quando si è in savasana, mi sono abbandonata e ho accolto, preziosi doni, indicibili emozioni. Il fascino dei colori, l’empatia dei sorrisi, le emozioni di luoghi suggestivi come i templi di Palitana, il mercato del pesce di Diou all’alba, l’incontro con i leoni nel parco del Gir, l’incanto del tempio del sole, il canto della Gayatri insieme ai bimbi nella scuola del villaggio. Mi chiedo se ho viaggiato o è stato un sogno.
Molte altre le domande alla fine del viaggio, ma non ho risposte. Una fra tutte mi tocca da vicino, quella sul senso dello yoga in occidente. Mi servirà tempo per riflettere e capire. Ho un’unica certezza, quella che accompagna la mia vita: la felicità non va cercata in un luogo “altrove” o solo nella nostra intimità. Tutti dovrebbero avere una vita dignitosa e serena su questa terra. Anche il ritorno a casa è diverso da tutti gli altri viaggi, il nostro cibo non ha più sapore, mancano i sorrisi e tutto ciò che vedo non ha nessun colore. Tornerò in India? Non so .. mai dire mai.

Narendranath Dutta era un ragazzo di Calcutta brillante e vivace. Con una domanda: qualcuno ha davvero visto Dio? Quando incontra Ramakrishna la sua ricerca prende un nuovo avvio che lo porta al Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893
Quando la mente sottile prende vita, cambia la visione interiore e quella della vita dell’altro. L’altro non è più “altro” ma è un atomo dell’Uno, proprio come te e me. Quando m’interesso di te, m’importa di me. E questo è il gesto interiore che considero più vicino al divino che io conosca
La parola Karma è uno dei termini più evocati di tutta la filosofia indiana, tanto da entrare nel nostro linguaggio comune e diventarne un termine quasi insostituibile. La parola Karma esprime l’idea delle reazioni che abbiamo compiuto e che ci incatenano a una serie di conseguenze inevitabili. Nella cultura vedica questo termine non solo indica in generale l’insieme delle reazioni alle azioni compiute nelle vite passate, ma anche come queste determineranno le vite future nelle diverse incarnazioni...
Avevo giurato che non sarei mai andata nella terra del Gange. Poi è accaduto e dopo i primi giorni di spaesamento mi sono abbandonata e ho accolto preziosi doni e indicibili emozioni. Il fascino dei colori, l’empatia dei sorrisi, le emozioni di luoghi suggestivi... Mi chiedo se ho viaggiato o è stato un sogno
Il leggendario Yogi immortale è l’essere umano che completa l’evoluzione con la padronanza delle energie interiori e la realizzazione del Sé. E molte scuole tamil sostengono che il Kriya Yoga, reso famoso da Yogananda, abbia radici nel “Siddha Yoga” tamil...
Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento.



