
Tra un mese è settembre e quando arriva settembre, se abbiamo fatto delle ferie stimolanti, siamo pieni di buone intenzioni. Durante il periodo di riposo della mente del corpo abbiamo intercettato dei nuovi desideri, delle prospettive di cambiamento, degli stimoli che sono nati quasi per caso, piccoli embrioni mentali che sentono il bisogno di espandersi nei mesi a venire. «Mi iscrivo in palestra»; «Comincio un corso di lingue»; «Vado a Tango», eccetera… Spesso a fine novembre, con il Natale che incombe minaccioso, lo stimolo si spegne, e si viene assorbiti nuovamente in quel turbine che finirà – a maggio – per prosciugare tutte le energie. E così daccapo.
Ma proviamo a non giudicare i nostri desideri mondani e a considerare quello che possono nascondere. L’inconscio parla in modo inintelligibile e spesso la sola spinta è il segno che cela il nostro innato moto verso l’evoluzione. E dopo che hai provato palestra, lingue (utilissime sempre) e tango capisci che quel bisogno non è stato colmato perché questa “fame” non si placa con un Rocher, come nell’indimenticabile spot di Ambrogio. Questa spinta arriva dal profondo e non smette di darci il “languorino” finché non comprendiamo che la soluzione arriva proprio dal luogo in cui nasce il bisogno. Toccare il nostro mondo interiore è la soluzione.
Quello che accade dopo è tutto da vivere, non esiste una via uguale all’altra, ma tutte – spesso – sono tortuose, ricche di meravigliose contraddizioni, di svolte a U, di lunghi parcheggi sotto il sole e di attraversamenti di fiumi in piena. Accade di tutto, ma quando cominci il percorso che porta all’interno di sé, non puoi più fermarti. È impossibile. E non per il bisogno di arrivare da qualche parte, di ottenere doni soprannaturali. I doni arrivano, le acquisizioni anche, ma si fa spalluccia perché si sa che non è quello il motivo per cui cerchiamo. A un recente ritiro una signora, candida, mi dice: «Però che bello essere in questa via e sapere che un giorno arriveremo al samadhi». Simpaticamente – per carità – sono scoppiato a ridere. Non di lei, ma della nostra continua tendenza a illuderci di essere ciò che non siamo. Nessuno in questo momento può sapere se e quando arriverà mai a uno stadio della mente che somiglia alla concentrazione, alla meditazione o al samadhi. Né è importante avere nel cuore questo desiderio. Anzi, è controproducente. Sarebbe come se un bel giovane avesse come obiettivo quello di sposare la principessa del Galles senza nemmeno avere la padronanza dell’inglese né accesso ai circoli più esclusivi britannici. Cui prodest? A cosa serve? Ad alimentare l’illusione che è una delle cause della sofferenza umana. Ma quasi sempre ci comportiamo così. Ed è normale. È normale mettere i carri davanti ai buoi e sognare Wimbledon quando si inizia un corso di tennis. Tuttavia, penso che il primo vero effetto di un percorso di ricerca interiore sta nell’iniziare a comprendere chi siamo e dove siamo. E a gioire di essere qui dove siamo, senza aspirazioni future, ma immersi totalmente nella gioia del presente. Questo è davvero l’inizio di qualcosa.
È per questo che ho deciso di proporre un weekend di ricerca sulla via spirituale dello Yoga, il Raja Yoga, per re-iniziare con un passo nuovo. «Ripartire» a settembre in un possibile viaggio verso chiarezza mentale, verso viveka, il discernimento consapevole, il distacco dalle nostre sofferenze, attraverso la pratica degli āsana, le “meditazioni” pranavidya, la respirazione e il pranayama, la recita dei mantra, il rilassamento, il contatto con la natura. Perché solo cambiando i fattori possiamo cambiare il risultato. Se il tango, la palestra e i Rocher hanno lasciato il tempo che trovano, proviamo a conquistare la capacità di sedersi almeno 5 minuti ogni mattina a osservare il respiro o la mente o a recitare un mantra. Immobili proprio quando la mente ci chiede di muoverci. «È una rivolta?», chiese Luigi XVI. «No, sire, è una rivoluzione». Sedersi non è cambiare un atteggiamento, ma ribaltare completamente la prospettiva e il ragionamento. Sì, ho scritto «ragionamento», quello corretto, logico, che è un punto d’inizio dello Yoga e si chiama pramana. Senza di quello si vanno a prendere farfalle e ci si illude di arrivare al samadhi per scienza infusa. Iniziare dalla logica, dall’evidenza, da ciò che c’è realmente, significa ripartire col piede giusto.
Questo andremo a esercitare il 20-21 settembre a Piana Crixia (Savona) in un ritiro immersivo di consapevolezza e bellezza. Questa può diventare una ripartenza diversa e nuova.
Chi volesse saperne di più mi scriva a: marioraffaele.conti@gmail.com

Narendranath Dutta era un ragazzo di Calcutta brillante e vivace. Con una domanda: qualcuno ha davvero visto Dio? Quando incontra Ramakrishna la sua ricerca prende un nuovo avvio che lo porta al Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893
Quando la mente sottile prende vita, cambia la visione interiore e quella della vita dell’altro. L’altro non è più “altro” ma è un atomo dell’Uno, proprio come te e me. Quando m’interesso di te, m’importa di me. E questo è il gesto interiore che considero più vicino al divino che io conosca
La parola Karma è uno dei termini più evocati di tutta la filosofia indiana, tanto da entrare nel nostro linguaggio comune e diventarne un termine quasi insostituibile. La parola Karma esprime l’idea delle reazioni che abbiamo compiuto e che ci incatenano a una serie di conseguenze inevitabili. Nella cultura vedica questo termine non solo indica in generale l’insieme delle reazioni alle azioni compiute nelle vite passate, ma anche come queste determineranno le vite future nelle diverse incarnazioni...
Avevo giurato che non sarei mai andata nella terra del Gange. Poi è accaduto e dopo i primi giorni di spaesamento mi sono abbandonata e ho accolto preziosi doni e indicibili emozioni. Il fascino dei colori, l’empatia dei sorrisi, le emozioni di luoghi suggestivi... Mi chiedo se ho viaggiato o è stato un sogno
Il leggendario Yogi immortale è l’essere umano che completa l’evoluzione con la padronanza delle energie interiori e la realizzazione del Sé. E molte scuole tamil sostengono che il Kriya Yoga, reso famoso da Yogananda, abbia radici nel “Siddha Yoga” tamil...
Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento.



