
«Mi piace sentire l’esistenza del tutto…». La voce di Antonio Nuzzo mi arrivava morbida e calda quel pomeriggio di autunno del 2016, mentre lo interrogavo su Dio. Ero stato colpito dallo Yoga e dallo sguardo magnetico di Paramahansa Yogananda e avevo capito che quella era “casa” per me, molto più del buddhismo tibetano che mi aveva accolto e che aveva dato una svolta alla mia vita spirituale. Sono buddhista – lo rivendico – anche se dichiaratamente eretico, perché l’Ottuplice Sentiero di Patanjali descritto in Yoga Sutra, mi ha conquistato il cuore, l’anima, le viscere. E il merito è proprio di Nuzzo.
Tuttavia, nel mio primo approccio allo Yoga – inaspettato e non cercato anche quello – avevo anche incontrato delle modalità che non erano fatte per me: una coté devozionale molto marcata non mi rappresentava. Ma, Nandini Valeria Cerri, illuminata editore di Ananda Edizioni, al mio primo Yoga Festival mi ha fatto conoscere Guido Gabrielli, direttore di Yoga Journal, e con cui è scattata una simpatia immediata che si sarebbe trasformata in una bellissima amicizia. Ricordo chiarissimo il primo incontro, Guido che mi squadra come solo lui sa squadrare (due occhi vispi che incrociavo spesso nei corridoi della Rcs in cui è arrivato ad altissimi livelli manageriali) e poi mi dice: «Tu devi conoscere Antonio Nuzzo. È romanista come me». Detto fatto, mi ha organizzato in un baleno quella prima telefonata.
Ero molto emozionato, ricordo bene, eppure io di persone importanti ne avevo sentite al telefono, cardinali, ministri, intellettuali, cantanti, attori e attrici, registi. Ma lui mi emozionava. «Dio è una realtà sottile», continuava conquistandomi a ogni parola. E mi spiegava che lo Yoga non era una sequenza ginnica, ma «una strategia per trascendere la sofferenza». «Il corpo è un tempio e questo tempio va purificato. L’Hatha Yoga cura nei minimi dettagli questa relazione con la dimensione sacrale. Lo Yoga ci dice che noi non siamo i creatori del nostro corpo, il progetto sul corpo c’è già. Lo Hatha Yoga è uno strumento di conoscenza e non di presunzione. La mente, mente, e noi dobbiamo creare le condizioni per la mente. Il corpo nasconde dei segreti, i sensi ci danno informazioni che sono indizi per scoprire questi segreti, dobbiamo solo ascoltarli».
Poi una frase che è rimasta impressa nel mio vissuto e nel mio insegnamento: «La mente proietta un’idea immaginaria e questa attitudine è deleteria perché irreale. Il corpo invece sa quello che deve fare. Ciò che io proietto nel corpo sono fantasie che nascono da una condizione disorientata». E mi spiegava qual è il suo metodo formativo: «Inizio a insegnare a respirare, le posizioni arrivano molto dopo». E lo fa per un motivo, perché sa che aspiriamo alla «forma più bella della nostra vita. E questo non va bene. Da lì nasce infatti l’idea di voler cambiare la forma. Invece, se hai la conoscenza del respiro puoi occupare la mente ad ascoltare e ad espandere il respiro. Ecco perché è necessario entrare all’interno della forma, dove non c’è competizione. Non è fitness, non è una pratica terapeutica e nello stesso tempo può essere tutto se si cambia il nostro modo di pensare. È la mente che rende rigido il corpo: l’ego ci fa fare delle cose e l’inconscio ci protegge con la rigidità. La nostra parte cosciente e il nostro inconscio non devono essere in conflitto. La psicologia della relazione con il corpo, cioè, è diversa da quella dello sport. Lo Yoga è una sorta di psicoanalisi della relazione corpo-mente».
I miei appunti – che conservo ancora nel suo libro che ho avuto il dono di curare – finiscono qui. Ma la mia storia di allievo è cominciata con questi nove fogli vergati con la mia allucinante grafia. Sono diventato suo allievo di Formazione, l’ho seguito e lo seguo tutt’ora, e in questi 10 anni mi ha comunicato la sua poetica dello Yoga, la creatività dell’insegnamento, io che cercavo schemi e certezze. Mi ha dato le ali e la libertà e per questo per lui ho un affetto profondo e una riconoscenza infinita. Mi ha portato sulla Via del suo maestro, Swami Satyananda Saraswati, che lo ha iniziato 50 anni fa in India.
Per questo anche quest’anno ho deciso di organizzare un workshop nel luogo in cui ho insegnato per cinque anni. Lì ci sono i miei allievi che ho portato – in molti – ai suoi workshop a Caprese Michelangelo e una – la bravissima Martina Fragale – a prendere il diploma di insegnamento presso la sua formazione romana. Oggi mi ha autorizzato a dichiararmi insegnante della sua Tradizione, ben sapendo che sono un «prof de Yoga» creativo, eterno ricercatore ed eterna anima inquieta. Uno fuori dagli schemi, insomma, che nuota dentro e attraverso gli insegnamenti che ci ha dato il guru, Satyananda.
E mi ha insegnato quella che è l’autentica via dello Yoga, un percorso spirituale che porta al cuore dell’esistenza umana. Ai confini col divino e con la Grazia.
Se volete partecipare al workshop di Antonio Nuzzo, scrivetemi a: marioraffaele.conti@gmail.com





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