Il buddhismo è l’unica tra le grandi religioni mondiali ad aver registrato una diminuzione in termini assoluti tra il 2010 e il 2020. Secondo i dati del Pew Research Center, il centro di ricerca statunitense indipendente specializzato nell’analisi dei cambiamenti sociali e religiosi a livello internazionale, nell’arco di quel decennio il numero dei buddhisti è sceso di circa 19 milioni, attestandosi intorno ai 324 milioni. Una contrazione di circa il 5%, mentre nello stesso periodo la popolazione mondiale continuava a crescere.
Il fenomeno riguarda soprattutto l’Asia orientale e non può essere spiegato soltanto con la demografia. È questa la conclusione di un nuovo studio del Pew Research Center, ripreso in Italia da AsiaNews, che ha cercato di capire che cosa accade nella vita quotidiana delle persone che provengono da famiglie buddhiste, ma progressivamente smettono di definirsi tali.
Lo studio si basa su interviste qualitative realizzate nell’ottobre 2024 a Tokyo e Seoul con un gruppo misto, e non statisticamente rappresentativo, di adulti più giovani e più anziani. Le testimonianze vengono messe in relazione con le precedenti indagini demografiche del centro statunitense. Ne emerge un processo nel quale si intrecciano invecchiamento della popolazione, trasmissione familiare sempre più debole, urbanizzazione, cambiamenti negli stili di vita e una crescente distanza dalle istituzioni religiose.
Il dato quantitativo resta significativo. Nel 2020 i buddhisti erano circa 324 milioni nel mondo, contro circa 343 milioni dieci anni prima. Nell’area Asia-Pacifico, dove vive la quasi totalità della popolazione buddhista mondiale, il numero è sceso a circa 316 milioni, il 6% in meno rispetto al 2010. In Giappone e Corea del Sud il fenomeno assume però caratteristiche che vanno oltre il semplice declino demografico. Secondo le indagini del Pew Research Center, circa la metà dei giapponesi cresciuti come buddhisti non si identifica più con questa religione; in Corea del Sud la quota arriva a circa sei persone su dieci. L’abbandono, tuttavia, raramente assume la forma di una scelta improvvisa. Non c’è necessariamente una crisi di fede, una conversione o una decisione esplicita. Più spesso il buddhismo perde progressivamente spazio nella vita quotidiana.
Le interviste raccolte dal Pew mostrano bene questo passaggio. In molte famiglie i nonni mantenevano una pratica religiosa regolare, i figli l’hanno ridotta e i nipoti hanno conservato soltanto alcuni elementi. Il cambiamento si manifesta attraverso gesti apparentemente secondari: si frequenta meno il tempio, si dedica meno tempo ai rituali familiari e si interrompono consuetudini che un tempo passavano automaticamente da una generazione all’altra.
C’è poi un elemento strutturale. Il buddhismo dell’Asia orientale non prevede necessariamente un appuntamento collettivo settimanale paragonabile alla messa cristiana, alla preghiera comunitaria islamica del venerdì o al culto sinagogale. Il rapporto con il tempio può essere discontinuo e concentrarsi su funerali, commemorazioni degli antenati, festività e momenti particolari della vita. Quando la trasmissione familiare si indebolisce, quindi, esistono meno occasioni capaci di mantenere automaticamente l’appartenenza.
Il Pew parla anche delle “pressioni della vita moderna”. Lavoro, studio, cura dei figli e organizzazione quotidiana lasciano meno spazio alle pratiche religiose. Qualcosa di simile avviene all’interno delle abitazioni giapponesi. Il butsudan, il piccolo altare buddhista domestico dedicato anche alla memoria degli antenati, richiede una cura che le generazioni più giovani non sempre intendono continuare.
Il problema non riguarda soltanto il buddhismo. In Giappone e Corea del Sud è cresciuta la distanza nei confronti della religione organizzata in generale. In alcuni casi la parola stessa “religione” porta con sé associazioni negative.
Esiste poi un problema di definizione che rende particolarmente complesso misurare il buddhismo in Asia. Le categorie utilizzate dalle indagini occidentali – appartenere o non appartenere a una religione – non sempre descrivono adeguatamente società nelle quali una stessa persona può partecipare a riti buddhisti, praticare forme di venerazione degli antenati, frequentare santuari shintoisti o mantenere credenze tradizionali senza percepire alcuna contraddizione.
Lo stesso Pew Research Center aveva già rilevato nel 2024 questo apparente paradosso: in diverse società dell’Asia orientale molte persone dichiarano di non avere una religione, ma continuano a credere in realtà spirituali, venerare gli antenati e partecipare a rituali tradizionali. L’assenza di un’affiliazione dichiarata, quindi, non coincide necessariamente con la scomparsa della dimensione religiosa.
È forse questo l’aspetto più interessante del nuovo studio. Il declino dell’identificazione buddhista non equivale a un analogo declino dell’influenza culturale del buddhismo.
In Giappone circa un terzo delle persone che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione afferma comunque di provare una particolare affinità con il buddhismo; in Corea del Sud la proporzione sale a circa quattro su dieci. Alcuni degli intervistati che non si definiscono più buddhisti continuano a ricorrere ai suoi insegnamenti nei momenti difficili oppure conservano un rapporto con rituali e valori ricevuti dalla famiglia. Si profila una separazione tra appartenenza istituzionale e affinità culturale o spirituale. È anche per questo che i numeri richiedono cautela.
Più che annunciare una scomparsa del buddhismo, dunque, i dati descrivono una trasformazione del suo posto nelle società dell’Asia orientale. Diminuisce l’appartenenza dichiarata, si interrompono alcune forme di trasmissione familiare e perdono terreno pratiche che fino a poche generazioni fa erano incorporate nella vita domestica. Ma una parte degli insegnamenti, dei rituali e dell’immaginario buddhista continua a essere riconosciuta anche da chi alla domanda “Qual è la tua religione?” risponde: nessuna. È una distinzione importante. Le statistiche misurano con una certa precisione quante persone scelgono di definirsi buddhiste. Più difficile è stabilire quanto buddhismo rimanga nella vita di chi ha smesso di farlo.
Un’ultima precisazione: la Thailandia ha una delle più grandi popolazioni buddhiste al mondo, ma nelle stime Pew utilizzate per questi studi non è il Paese con il maggior numero assoluto di buddhisti; il punto rilevante è piuttosto che lì quasi tutti coloro che sono stati cresciuti buddhisti continuano a identificarsi come tali, a differenza di Giappone e Corea del Sud.

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