Ci sono tanti modi per celebrare le feste, vissute attraverso sentimenti contrapposti dentro e fuori dal rituale religioso e collettivo, appartenenti a tradizioni e riti diversi. Vinicio Capossela, cantautore, poeta, scrittore e intrattenitore “non allineato”, fuori dagli schemi nella sua follia creativa, sceglie di rappresentare, da sempre, l’anima della festa in tutte le sue diverse interpretazioni e manifestazioni e dedica un album, Sciusten Feste N.1965 alle rivisitazioni e interpretazioni di standard legati alle festività (da Bianco Natale a Campanelle, originale versione di Jingle Bells).
«È la stagione in cui si sospende il tempo dell’utile, il tempo del lutto, il tempo della morte e della rabbia, per recuperare sotto la tenda di Achille, mentre fuori infuria la battaglia, quel senso di comunità, di gioco e di festa, che è una delle più feconde espressioni dell’umano», dice Capossela.

Assieme al disco e a un tour, intitolato Conciati per le feste, è nei cinema il film-documentario Natale Fuori orario, per la regia di Gianfranco Firriolo. È da questa pellicola che emerge la variegata identità del cantautore perché il racconto è soprattutto nella rappresentazione sul palco di frammenti dei suoi concerti di Natale e Capodanno al Fuori orario di Taneto di Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, registrati a partire dal 2008. A tenere il filo è un racconto che rappresenta un ritorno al passato, ma che comincia temporalmente un passo avanti, in un ipotetico 2047 distopico. Da lì parte il viaggio a ritroso di Capossela, il volto invecchiato, su una vecchia automobile che viaggia tra le nebbie dalla Val Padana per raggiungere il Fuori Orario ormai chiuso, un viaggio surreale ma anche denso di colore quando arriva la musica, animata sul palco come una festa in costume quasi carnascialesca, una sorta di Helzapoppin, tra personaggi felliniani, sonorità balcaniche e atmosfera circense dentro una sorta di balera rock di periferia.
Vinicio Capossela è un artista unico nel panorama musicale italiano, in grado di catturare l’essenza della festa in tutte le sue sfumature attraverso emozioni contrastanti, dove la gioia e la malinconia si intrecciano in un abbraccio che parla di vita, tradizione e modernità. Le sue canzoni spesso evocano immagini vivide di celebrazioni popolari, rituali e momenti di convivialità, ma al contempo rivelano un profondo senso di introspezione. Capossela riesce a trasmettere la bellezza di una festa («ero sempre l’ultimo ad andar via assieme ai bicchieri di plastica vuoti»), l’euforia ma anche la sua fragilità, mettendo in luce le contraddizioni che caratterizzano queste occasioni.

Da sinistra, Gianfranco Firriolo, Costantino Cinaski e Vinicio Capossela. Costantino Cinaski è un poeta che ha partecipato al tour di Capossela che si trova anche nel film di Firriolo.
Nei suoi testi, si possono trovare riferimenti a tradizioni folkloristiche, a storie di vita quotidiana e a sentimenti universali, che fanno risuonare nell’ascoltatore un’eco di esperienze personali. La sua musica è un invito a riflettere sul significato della festa, esplorando non solo il divertimento e la spensieratezza, ma anche la nostalgia e la ricerca di connessione umana.
In questo senso, Capossela diventa un cantore della festa, capace di mettere in luce la sua complessità e di invitare a una celebrazione che va oltre il semplice rito. La sua “follia creativa” si manifesta in ogni nota, rendendo ogni performance un’esperienza unica e indimenticabile, dove il pubblico è chiamato a partecipare attivamente a questo rito collettivo di condivisione e riflessione.
C’è sempre la nostra storia in ciò che siamo diventati oggi. Ricorda Capossela: «La mia è una famiglia di migranti, come quelle di tanti italiani che per campare hanno svuotato interi paesini. Io viaggio con una valigia piena di strumenti e radici. Spero che ognuno possa trovarci qualcosa per dare il via a un proprio percorso».

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