Sui social mi è stato chiesto di esprimere la mia argomentazione alle riflessioni dell’articolo di Peggy Eskenazi e del video di Mario Raffaele Conti sulla crisi dello yoga, e lo faccio volentieri. Prima di farlo puntualizzo che, secondo l’oroscopo, fra il 15 e il 17 aprile è accaduta una specie di Armageddon astrale, specie per gli Ariete («le tue parole diventano armi, usale in maniera consapevole», è il consiglio). Quindi cercherò di tenere a bada il mio fuoco vulcanico ed essere meno irruente possibile, per non urtare la sensibilità di nessuno.
Quelle che leggete qui sono solo le mie personali impressioni e non hanno alcun valore assoluto. Non vi sto dicendo come insegnare o perché insegnare, né come praticare, con chi e perché. Sono fatti vostri e non ci voglio entrare. Per favore, negli eventuali commenti tenete conto delle energie planetarie che si ammassano e del fatto che nessuno vi sta criticando personalmente…
Parto dal titolo del testo di Peggy: lo yoga è in crisi. Si è vero, ma solo nel senso che “lo yoga commerciale” è in crisi, per le ragioni che Peggy illustra perfettamente: costo dell’affitto delle sale, eccessivo ricorso allo yoga on demand – o on line, “concorrenza sleale” delle app, tradimento dell’insegnamento autentico. E non abbiamo ancora visto niente. A breve arriverà il guru perfetto, quello che non si arrabbia perché sei sempre in ritardo, o perché vai all’apericena anziché a lezione, o perché per due mesi non ti fai vedere. Un meraviglioso guru fatto dalle intelligenze artificiali. Quindi, mi raccomando, continuiamo ad addestrarle, queste stramaledette “intelligenze” che consumano quantità enormi di acqua e di energia elettrica (possono mai diminuire le bollette?), continuiamo a condividere magari gratis, sul web le tecniche che abbiamo appreso con tanta fatica e soldi, con video che mostrano dettagliatamente quanto siamo bravi, belli e fighi (sono ironica, ovviamente).
Lo yoga, l’immensità dello Yoga, l’insegnamento profondo dello Yoga non sono in crisi, né lo saranno mai. Anche Peggy lo dice. Lo Yoga se ne frega di noi, manco ci vede. Come esseri umani siamo polvere sui mobili delle nostre nipotine. Come insegnanti siamo solo anelli di congiunzione fra una generazione di allievi e l’altra, sempreché sappiamo mettere da parte l’ego e impariamo a essere come un tubo di gomma che sparge e lascia fluire l’acqua in un ciclo perenne. Sempreché sappiamo resistere alla tentazione di brandizzare il nostro fantasmagorico, personalissimo e ineguagliabile metodo (sempre ironica).
Lo yoga che viviamo è in crisi se pensiamo di essere montagna o mare, non lo è se pensiamo di essere fiume. Certo, se ci devi campare le cose cambiano. E qui si apre una voragine. Che poi è la stessa del palinsesto della tv o delle proposte politiche. Per avere audience/voti siamo arrivati alla tv spazzatura e al populismo più becero. «È quello che la gente vuole». No, questa è una scusa. È un compromesso al ribasso per avere più consenso e incassi. Per smettere di sforzarsi a studiare e ricercare, meglio e ancora. È un boomerang che prima o poi ti chiede il conto. E infatti i telespettatori, così come gli elettori e gli allievi, “si sono finiti di stancare” (espressione sicilianissima). Impoveriti e annoiati cercano altro. Ma perché? Perché il corpo insegnante è diventato (per lo più) un magma informe che insegna uno yoga zampettante che non porta da nessuna parte. Gente che si diploma “insegnante di yoga” dopo quattro ore di corso on line, come ha perfettamente detto Peggy. Gente che si mette a fare politica senza avere mai lavorato, o studiato. Gente che va in tv senza alcun talento o merito. È un tracollo trasversale del pensiero. È la nostra epoca decadente. E lo Yoga c’è finito dentro.
Cari amici e colleghi, la crisi che evidenzia giustamente Peggy non è un problema dello Yoga, è un problema del modello capitalistico applicato allo Yoga. Le stesse “crisi” ce le hanno i fisioterapisti, gli insegnanti di pilates, i nutrizionisti, gli psicologi e tante altre categorie di professionisti che si sono fatti in quattro per formarsi. Ma non possiamo cadere dal pero. Sono vent’anni che la formazione è diventata un vero e proprio business. Anzi un far west, un ginepraio difficile da normare. E la mancanza di una normazione ha fatto sì che in giro ci siano più insegnanti che allievi (consentitemi l’iperbole). Senza regole si può fare tutto. Anche scambiare quella che dovrebbe essere una missione per un mestiere. Ma la “colpa” non è mai di chi sogna e spera. Né di chi non sa niente di Yoga e si ritrova in una lezione di fitness. Le responsabilità, per me, stanno sempre in alto. Ma chi ci mette mano? Avete presente i taxi? Gli acquedotti che perdono? Le pensioni? Ecco. Tiremm innanz. Non solleviamo polveroni. Teniamoci stretta la guerra fra poveri.
Sulla formazione Mario Raffaele raccoglie da anni le mie invettive. On line sì – on line no, selezione e preparazione dei docenti, materiale didattico… Mario Raffaele e io siamo due Ariete. Testacce dure. Diciamo le stesse cose, eppure ci accapigliamo. Entrambi ci siamo formati in un quadriennio di livello, con insegnanti fantastici, seri, preparati. La differenza fra la formazione in presenza e la formazione on line, personalmente, l’ho vissuta, anzi l’ho subita, per via del Covid. A emergenza rientrata, ho provato a seguire qualche corso on line organizzato dai miei maestri, ma per me – e sottolineo per me – è stata un’esperienza che non ho voluto più ripetere, perché la ritengo totalmente priva dei connotati che sono necessari a una lezione di Yoga (e su questo posso scrivere un intero pezzo a parte). On line puoi fare una call di lavoro o un incontro fra amici del liceo perché qualcuno sta a Boston. Ma non puoi fare Yoga – per come lo intendo io, per come mi è stato insegnato, per come lo ho capito e studiato – così come non puoi fare un massaggio, una psicoterapia o dire una messa. Forse vengo meno alla promessa iniziale e sono un po’ troppo tranchante. Ma tant’è. Peggy conclude interrogandosi su “cosa abbiamo sbagliato” come insegnanti. Niente. Tutti hanno fatto ciò che il proprio insegnamento ha loro concesso. Tutti si sono misurati con il mondo e le possibilità di quest’epoca post-edonistica e ampiamente condizionata dai social media. Come diceva Theodore Roosevelt: «Fai ciò che puoi, con quello che hai, nel luogo in cui sei». Onore a Peggy che si interroga su queste questioni.
E ora vengo al video di Mario, che chiede «cosa manca al mondo dello Yoga». Niente. Non manca niente. C’è tutto. Anzi c’è troppo, siamo bulimici di Yoga. E a volte ci viene la nausea di aperitivi al tramonto, trekking, surf, saune…Ci sono “insegnanti” di ottocentomila tipi di yoga. Tutto lecito, tutto legittimo. Per carità. Ma lo Yoga senza etica (come la politica e …) va alla deriva. E quindi secondo me, e vengo meno alla diplomazia che mi ero ripromessa, è un bene che il “mondo dello Yoga” subisca un effetto mannaia. Un rasoio di Occam. Bam, fuori un po’ di fuffa. Riviste e grandi eventi hanno ceduto al “lato oscuro della forza”. Certo, a ragione, i conti devono quadrare, bisogna attrarre un sempre maggior numero di persone. Non sono la “croce rossa”, ma manco però l’ard discount dello yoga. Capiamoci, dispiace, tantissimo, che non ci siano più aggregazioni di questo tipo.
E poi ho un’altra risposta alla domanda di Mario Raffaele, che vale per chi lo yoga lo conosce a fondo: manca la voglia di mantenere alto il livello. Il coraggio di ritornare a leggere le Upanisad, la Bhagavadgītā, gli Yogasutra, i Purana… Di credere in se stessi e nella bontà del proprio percorso, di lasciar andare certi attaccamenti “sicuri” e cercare nuovi riferimenti. Ci sono, fra i nostri (di Rispirazioni) contributori, eccellenti studiosi ed esperti. Persone giovani, serie, umili, impegnate, che studiano continuamente. Che non si fermano alla “formazione”. Ma di quale “crisi” parliamo? Delle tutine? Ma bruciamole! Datemi un fiammifero. Ha ragione Mario Raffaele quando dice «no!». Non dobbiamo buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Bisogna resistere, chi può, e credere in ciò che abbiamo intrapreso fra mille difficoltà. Ricordandosi di essere fiume.
Per quanto mi riguarda ho intenzione di portare avanti lo hatha-yoga. Per me il corpo deve rimanere centrale nella ricerca. Sono passati mille anni da quando i tantrici hanno dimostrato che è dannatamente difficile usare il corpo per raggiungere le vette dell’espansione della coscienza, ma che questo si può fare. Nessuno nega le difficoltà. Certo, la deriva novecentesca dello yoga moderno posturale ha imposto che la pratica di āsana rappresentasse il 100 % della pratica, e questo è inaccettabile. Ma l’āsana non può nemmeno essere ritenuto un nemico assoluto, tout-court. Il nemico è la testa di chi lo usa come scopo ultimo della pratica che propone; di chi si mette, o mette la gente, in gara, di chi fa sentire inadeguati gli allievi o li spinge a “superare i limiti del corpo”. Ben venga la crisi di tutto questo. Andassero tutti quanti a fare … fitness (che è utilissimo, bello e divertente, per altri scopi) e amen. Oppure Om. Come vi pare.
Mario nel video parla anche di libri, di intellettuali dello yoga e di distinguo. Allora calo l’asso di spade (tanto ho già bruciato ogni proposito di buone maniere e neutralità) e dico che ultimamente c’è in giro una quantità di libri sullo yoga oscena e orrenda. Ci sono più scrittori che lettori, lo diceva già Umberto Eco, che di libri e di intellettuali se ne intendeva. Quindi bisogna scegliere bene, chiedere consigli, non comprare fesserie o cavolate di fuffa-guru. I libri buoni sono sempre gli stessi e, nel dubbio, sono quelli che costano di più.

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