Verso la fine del XIX secolo, Calcutta era una città che si comportava come se avesse fretta. I tram, le rotative dei giornali, i salotti dell’élite bengalese, i club letterari e i tribunali coloniali si muovevano in una sorta di coreografia complessa, a volte brillante, a volte stonata. La città viveva un’epoca che avrebbe influito in modo decisivo sulla formazione di molti dei protagonisti dell’India moderna — tra loro un ragazzo vivace e impaziente di nome Narendranath Dutta, destinato a diventare Swami Vivekananda.
Il giovane Narendra cresce in una famiglia in cui l’idea di educazione coincide con il confronto: suo padre, Vishvanath, avvocato dalle curiosità onnivore, discuteva di politica imperiale con la stessa disinvoltura con cui affrontava questioni metafisiche o problemi sociali; la madre, Bhuvanesvari Devi, gli offriva invece un’altra forma di istruzione, più sottile, fatta di storie dell’epica indiana raccontate con un’intensità tale che per lui quelle vicende smisero presto di essere “narrazioni” e divennero qualcosa di simile a luoghi interiori. In questa atmosfera, Narendra impara due cose che porterà con sé per tutta la vita: il coraggio di esprimere ciò che pensa e l’abilità di ricordare ogni dettaglio. Narendra è, per tutti gli standard dell’epoca, un ragazzo brillante. Frequenta il General Assembly’s Institution (oggi Scottish Church College), eccelle negli studi, canta, pratica sport, affascina i compagni e mette alla prova i docenti. Ma sotto l’apparenza del giovane poliedrico c’è un rovello più profondo: un bisogno quasi fisico di certezza.
L’India dell’Ottocento è un laboratorio di idee religiose, filosofiche e politiche. Il Brahmo Samaj, che tenta una riforma dell’induismo in senso monoteista e razionale, attrae i giovani intellettuali. Narendra vi entra animato da un entusiasmo breve ma intenso: ascolta i discorsi di Keshab Sen, ne apprezza il talento oratorio, ma non trova ciò che cerca. La sua domanda rimane sospesa nell’aria: qualcuno ha davvero visto Dio? Non “sentito”, non “intuìto”, ma visto? È il tipo di quesito che, posto da un adolescente, può sembrare presunzione; ma nel suo caso era semplicemente il punto di partenza.
L’incontro con Ramakrishna, sacerdote e mistico legato al tempio di Dakshineswar, arriva quasi per caso. Il loro secondo colloquio, invece, è quello che segna una frattura. Narendra pone la domanda di sempre, e per la prima volta riceve una risposta non esitante, non metaforica, non filtrata attraverso dottrine: «Sì, l’ho visto. E anche tu puoi farlo». Una frase simile, in un’altra bocca, sarebbe suonata come un artificio retorico. In quella di Ramakrishna, pronunciata con una calma che pareva sgorgare da un altro luogo, aveva un peso diverso. E tuttavia Narendra non cede subito: osserva, analizza, dubita. Ci vorranno mesi prima che accetti Ramakrishna come maestro, e quando lo farà sarà perché ha verificato tutto da sé.
Quando Ramakrishna muore, nel 1886, lascia dietro di sé un piccolo gruppo di giovani che decide di abbracciare la vita monastica. È qui che Narendra, scelto come guida naturale del gruppo, prende i voti e assume il nome Swami Vivekananda. Il suo obiettivo non è solo spirituale: sente che, per capire l’India, deve attraversarla. E così fa, per anni. Cammina, osserva, dorme nei templi, nei villaggi, nelle case dei devoti e nei palazzi dei principi. Quello che vede lo colpisce più delle letture filosofiche: un Paese dove due realtà contrapposte convivono senza toccarsi. Da una parte, una minoranza colta, spesso occidentalizzata, che discute delle teorie europee con la competenza di un seminario accademico; dall’altra, una massa contadina impoverita, ignara di tutto ciò che accade oltre il villaggio, intrappolata in rituali, superstizioni, fame, caste. Vivekananda non è indignato — è affranto. E immediatamente, come se avesse una responsabilità non richiesta, tenta di scuotere chi ha il potere di cambiare le cose. Molti gli sorridono con educazione, lo invitano a pranzo e lo lasciano andare senza impegno. Altri, pochi, lo ascoltano davvero.
Tra coloro che prendono sul serio i suoi progetti ci sono il maharaja di Mysore e quello di Khetri. Con loro Vivekananda discute di un tema che gli sta particolarmente a cuore: l’educazione. La scuola, così com’era concepita, non poteva funzionare per le classi più povere: i contadini non potevano permettersi di rinunciare al lavoro dei figli. Se la scuola non poteva accogliere i contadini, allora doveva essere la scuola a raggiungerli. Una proposta che oggi potrebbe sembrare ovvia, ma allora era rivoluzionaria — e ampiamente ignorata.
Il Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893 è uno di quegli eventi che acquistano significato solo a posteriori. Vivekananda vi arriva quasi controvoglia, spinto da un gruppo di giovani di Madras che vedono in lui un rappresentante ideale dell’India spirituale. Il suo intervento fa sensazione. La sua oratoria — semplice, disciplinata, priva di enfasi — ha un potere magnetico. I giornali americani ne parlano come della rivelazione orientale del secolo. Per l’India, questa eco è una notizia destabilizzante: se l’Occidente guarda con rispetto le tradizioni indiane, allora forse è giunto il momento di guardarle con rispetto anche dall’interno. Il risultato non è immediato, ma semina un cambiamento: l’idea che l’India abbia una tradizione culturale e spirituale degna, persino superiore in alcuni ambiti, a quella europea. Gli storici chiameranno questo processo “Rinascimento indiano”, ma la storia, come spesso accade, non riconosce il suo protagonista fino a molto dopo.
Dopo l’esperienza americana, Vivekananda torna in patria e trova un’India ansiosa di ascoltarlo. Ma ciò che offre non è un repertorio di consolazioni spirituali: è una diagnosi severa. Parla dell’urgenza di emancipare le donne, della perversione del sistema castale, dell’indifferenza dell’élite verso la sofferenza della maggioranza del Paese. Parla anche del socialismo — parola che, all’epoca, suonava curiosamente esotica — e prevede l’ascesa delle classi popolari. Al tempo stesso, però, insiste sulla necessità di una rivoluzione interiore: nessun cambiamento sociale avrebbe retto senza una trasformazione morale. È una posizione che, oggi, apparirebbe sospesa tra politica e spiritualità; allora era semplicemente in anticipo sui tempi.
L’idea centrale di Vivekananda è che l’India possa fondere la sua tradizione spirituale con i progressi scientifici e tecnologici dell’Occidente. Non immagina un ritorno al passato, né una copia dell’Europa. Immagina una sintesi: un Paese capace di prosperare senza perdere la sua anima. Non visse abbastanza per vedere quanto le sue idee avrebbero influenzato i movimenti nazionalisti, i riformatori sociali, gli artisti e persino alcuni capi politici del XX secolo. E tuttavia il suo impatto rimane uno dei più sorprendenti della storia dell’India moderna: quello di un uomo che, partito alla ricerca di una risposta metafisica, trovò invece un progetto nazionale. Si potrebbe dire che Vivekananda iniziò la sua vita cercando una risposta e la concluse offrendo al suo Paese una domanda: che cosa vuoi diventare? Una domanda così semplice e così necessaria che, ancora oggi, risuona nella società indiana nei momenti di crisi e rinascita. In fondo, il ragazzo che voleva sapere se qualcuno avesse davvero visto Dio ha finito per trasformarsi in un uomo che ha insegnato a una nazione intera a guardarsi allo specchio — e a non distogliere lo sguardo.

Narendranath Dutta era un ragazzo di Calcutta brillante e vivace. Con una domanda: qualcuno ha davvero visto Dio? Quando incontra Ramakrishna la sua ricerca prende un nuovo avvio che lo porta al Parlamento delle Religioni di Chicago del 1893
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Questo è un po’ il manifesto dello yoga che pratico e che insegno da quasi trent’anni. Lo yoga si occupa della domanda essenziale che abita ogni essere umano. Del mistero del vivere, del mistero dell’essere coscienti. Del “chi” siamo e “come” siamo. La parola “Yoga” indica uno stato, uno stato fondamentale della coscienza. Non è un percorso che conduce da un luogo a un altro, e neppure una ricerca di benessere. È la possibilità di essere consapevoli di essere vivi e di come lo siamo. La possibilità di sentirsi espressione di una realtà indivisa. La pratica di Yoga si fonda sull’Osservazione e sul Cambiamento.



