Per oltre un secolo Stonehenge ha rappresentato un punto di domanda per chi cercava di comprendere se ci fosse un rapporto tra le comunità neolitiche britanniche e il cielo. Oggi questo scenario si arricchisce di un elemento inatteso. A circa cinque chilometri dal celebre complesso megalitico, nel villaggio di Bulford, un gruppo di archeologi di Wessex Archaeology ha individuato quello che potrebbe essere il più antico esempio di monumento progettato per osservare i solstizi nell’intero paesaggio di Salisbury Plain. La scoperta, annunciata pochi giorni prima del solstizio d’estate del 2026, potrebbe modificare la cronologia dello sviluppo di Stonehenge e del suo significato rituale.
A emergere dagli scavi sono state due profonde cavità distanti circa 120 metri, residue dell’alloggiamento di altrettanti pali lignei alti probabilmente fra tre e quattro metri. Attraverso modelli astronomici e ricostruzioni digitali del paesaggio neolitico, gli archeologi hanno verificato che l’asse formato dai due pali indicava con notevole precisione il punto in cui il Sole sorge durante il solstizio d’estate e tramonta nel solstizio d’inverno. La datazione al radiocarbonio colloca questa struttura intorno al 3000 a.C., circa cinque secoli prima dell’erezione dei grandi triliti di Stonehenge.
La ricerca nasce da scavi effettuati tra il 2015 e il 2017 in un’area del Ministero della Difesa britannico destinata alla costruzione di nuove abitazioni militari. Le conclusioni, però, sono arrivate soltanto dopo un lungo lavoro di analisi. Non è bastato individuare le fosse: è stato necessario ricostruire l’orizzonte antico, valutare la posizione del Sole 5 mila anni fa e confrontare l’orientamento con quello di Stonehenge. Solo al termine di questo percorso gli studiosi hanno ritenuto plausibile l’ipotesi di un monumento intenzionalmente progettato per scandire i principali eventi astronomici dell’anno.
Il ritrovamento suggerisce che la conoscenza dei cicli solari fosse già estremamente raffinata. Phil Harding, responsabile dello scavo, ha osservato come queste comunità fossero perfettamente in grado di individuare sull’orizzonte il punto esatto dell’alba del solstizio estivo. Una competenza che richiedeva osservazioni protratte nel tempo, memoria collettiva e una trasmissione accurata delle conoscenze tra generazioni. Più che un semplice interesse astronomico, emerge una capacità di organizzare il paesaggio secondo riferimenti cosmici condivisi.
L’importanza del sito non dipende soltanto dall’allineamento. Nell’area – spiega in un articolo AP News – sono state identificate 48 fosse neolitiche contenenti ceramiche, utensili in selce, carbone, ossa animali e persino un raro coltello circolare in selce, interpretato da alcuni ricercatori come un possibile simbolo solare. La concentrazione dei reperti indica che Bulford ospitava incontri periodici di grandi dimensioni, probabilmente accompagnati da banchetti collettivi e pratiche cerimoniali. Il luogo appare quindi come uno spazio di aggregazione stagionale, nel quale il calendario astronomico si intrecciava con la vita sociale e religiosa della comunità.
Gli studiosi evitano comunque conclusioni definitive. Susan Greaney, archeologa dell’Università di Exeter, ha detto al Guardian che il ritrovamento è di grande interesse, ma ha invitato alla prudenza. Due sole fosse, osserva, non bastano ancora a dimostrare con assoluta certezza l’esistenza di un monumento destinato ai solstizi. Saranno necessarie ulteriori analisi e soprattutto una pubblicazione scientifica sottoposta alla revisione della comunità accademica. La cautela è parte integrante del metodo archeologico, soprattutto quando una scoperta rischia di modificare un quadro interpretativo consolidato.
Se l’ipotesi verrà confermata, Stonehenge non apparirà più come un’opera nata improvvisamente, ma come il risultato di un processo molto più lungo. Prima del grande cerchio di pietra potrebbero essere esistite strutture più semplici, costruite in legno, utilizzate per osservare il movimento del Sole e sperimentare un’organizzazione rituale dello spazio. L’architettura monumentale, considera The Times, sarebbe così l’esito di un’evoluzione culturale durata secoli, non l’inizio di essa.
Insomma, con questa scoperta l’intero paesaggio di Stonehenge assume una nuova fisionomia. Da tempo gli archeologi – specifica il Wessex Archaeology, sanno che il monumento non era isolato, ma inserito in una rete di siti cerimoniali comprendente Durrington Walls, Woodhenge, i cursus, tumuli funerari e grandi recinti di terra. Bulford aggiunge un nuovo tassello a questa geografia sacra, mostrando che la relazione tra il territorio e il cielo precedeva la costruzione delle pietre più celebri della preistoria europea.
Peraltro la scoperta di Bulford si inserisce in un momento particolarmente vivace della ricerca su Stonehenge. Negli ultimi due anni diverse indagini hanno modificato idee che sembravano consolidate, spostando l’attenzione dal solo monumento all’intero paesaggio rituale della piana di Salisbury. L’ipotesi oggi più condivisa è che Stonehenge non sia nato come un progetto improvviso, ma rappresenti il punto di arrivo di una lunga evoluzione. Prima del celebre cerchio di pietre sarebbero esistiti allineamenti lignei, strutture effimere e spazi cerimoniali dedicati all’osservazione del Sole. Il sito individuato a Bulford, datato circa cinque secoli prima della costruzione dei grandi megaliti, rafforza questa interpretazione e suggerisce una continuità culturale tra monumenti di legno e architetture in pietra.
Anche l’origine della cosiddetta Altar Stone, il grande blocco di arenaria posto al centro del monumento, è stata completamente rivalutata. Le analisi geochimiche – dice Nature – hanno dimostrato che non proviene dal Galles, come si era ritenuto per decenni, bensì dal bacino delle Orcadi, nella Scozia nord-orientale, a oltre 700 chilometri di distanza. Si tratta del trasporto di pietra più lungo documentato per l’Europa neolitica e costituisce una prova di contatti tra comunità molto più estesi di quanto si immaginasse.
Il modo in cui questa gigantesca pietra sia arrivata nella piana di Salisbury resta però oggetto di dibattito. Una ricerca pubblicata nel 2026 tende a escludere che il trasporto sia stato dovuto principalmente ai ghiacciai, sostenendo invece che le comunità neolitiche abbiano organizzato un trasferimento deliberato, probabilmente combinando percorsi terrestri e fluviali o marittimi. Un’operazione di questo tipo avrebbe richiesto una pianificazione complessa, una forte cooperazione sociale e conoscenze tecniche notevoli.
Esiste tuttavia anche un’ipotesi alternativa. Alcuni ricercatori ritengono che un ghiacciaio possa aver trasportato la pietra dalla Scozia fino all’antica Doggerland, la vasta pianura oggi sommersa dal Mare del Nord. Sarebbero poi stati gli uomini del Mesolitico o del Neolitico a recuperarla e a completarne il lungo viaggio verso Stonehenge. È una teoria ancora discussa e non universalmente accettata, ma dimostra quanto il dibattito scientifico sia tutt’altro che concluso.

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



