Decidi che gennaio, coi suoi fiori di ghiaccio e lo sprofondo nell’inverno, possa cominciare nella terra del Sud. Perché c’è più sole lì, trattenuto da una stagione indefinita. Punto una città che non ho ancora visitato, nemmeno in gita scolastica e scelgo Napoli per dare chiusura alle ferie.
Dentro la periferia che porta al cuore del centro, abbasso il finestrino e comincio a guardare lo scorrimento. Amo di colpo tutti i palazzi sparsi e malmessi. Come sbriciolati a caso, qualcuno rotto, altri cresciuti sulla schiena dell’altro, approfittando di una facciata scrostata su cui appoggiarsi. In basso si allineano le vetrine e il commercio, le scritte col pennarello, la resistenza consapevole verso un progresso troppo veloce, l’imperfezione, la precarietà, forse la contentezza.

Le auto sono tante, troppe, sembrano pigmenti luminosi che occupano l’asfalto intero e lo ingoiano, come a intasarlo, e invece la via di scorrimento si apre da sola. Poi le luci che vengono dalle case accendono i muri, dando un calcio alla solitudine della sera. Mi sento già felice. Due o tre giorni qui vanno gestiti bene, penso subito, ma a me è toccata la fortuna di soggiornare di fianco al Maschio Angioino e da lì comincio l’esplorazione a piedi, come se la storia fosse tornata indietro a prenderci in massa per i capelli.
Intuisco, passo a passo, di trovarmi nel mezzo di una meraviglia e cresce il desiderio di farmi portare dall’aria e dai vicoli e anche dalle grandi strade, sbirciando appena il telefono che dice svolta e prosegui tot metri. Forse un paio di volte faccio avanti e indietro e mi ritrovo nel luogo dell’all’incirca però non me ne importa perché se alzo il naso appena mi pare di trovarmi comunque dove voglio, nel commovente salotto dell’eleganza.
Ero pronta al degrado, invece ho trovato bellezza.


Due giorni interi sono fatti per camminare, per infilarmi nel quartiere spagnolo che profuma di bucato, per mangiare in strada la pizzella fritta, seduta sulla tanica di benzina trasformata in seggiola. Bastano due giorni per crollare sotto un acquazzone di dieci minuti, tutto preso lungo la via dei presepi che, però, resta nel suo incanto, completamente disinteressata alle smanie del tempo. Spaccanapoli spacchi il cuore!
Napoli è vociante, complimentosa, scenografica, religiosa, creativa, arrangiata. È così bella che essa stessa sembra non farci più caso, distratta dalla vita come lo sono le persone belle per davvero, quelle belle di natura, senza sforzo o colpa, senza l’impegno di apparire fintamente altro.
Così, dimentico le vicende tristi della cronaca, la paura che ci ha infilzato dentro la televisione con la sua narrazione di disgrazie e problemi, dimentico le raccomandazioni e la diffidenza.
Entro in tante chiese, scendo nella città sotterranea, piego in mano la pizza più buona del mondo, salgo fino al Vomero per tenere tutta la città in uno sguardo compreso il mare, leggo più parole possibili perché mi diverte quella voglia che hanno di dirle a tutti, e godo della gentilezza di persone e monumenti storici. Una sgargiante gentilezza delicata.
La mattina della partenza so di voler tornare, al più presto, dopodomani. È qualcosa che sento. Il sole fa alzare la temperatura, gli stranieri indossano sandali comodi e qualche ragazzo scopre le gambe. Mi permetto la prima colazione nel più rinomato caffè letterario di Napoli, bevo quel caffè e bevo quella grandezza storica ancora interamente palpabile. Mi gusto la sfogliatella ripiena di ricotta, mi guardo tutto intorno cosciente di essere dentro un luogo d’arte e del grande privilegio di trovarmi lì. Dalla vetrata antica, impreziosita dalla cornice d’oro, saluto Piazza del Plebiscito ancora sgombra, ancora così bianca.
Infine passeggio lungo il porto come se fosse arrivata una piccola primavera, costeggio il mare fino a raggiungere Castel dell’Ovo e poi resto ad osservare quel via e vai di camerieri che preparano lo spazio di fronte all’entrata dei numerosi ristoranti di pesce. Corrono a sistemare i tavoli all’aperto, le tovaglie e ogni cosa occorra ai clienti che verranno. Oggi c’è il sole.
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