Questo articolo è formato da tre lezioni tenute da Mario Raffaele Conti in giugno a Formainarte a Milano (il centro in cui ora insegna): «Pillole per milanesi stressati». Sono tre meditazioni in una che rappresentano un punto di partenza per revisionare la propria vita.
Se c’è una cosa difficile, è sapere di cosa ho bisogno veramente. Cosa posso fare davvero PER ME. E quel «per me» vuol dire tante cose: per stare meglio, per risolvere il mio stress, per riuscire nelle mie relazioni, per uscire dalle mie relazioni, per risolvere i problemi in ufficio, eccetera eccetera Se ci pensate è il focus della nostra vita. È difficile perché proviamo a seguire un pensiero risolutivo, ma i pensieri – le famose vritti – sono per definizione cavalli che galoppano o nuvole in cielo trasportate dal vento: non stanno mai ferme.
Ragionare è centrale nel percorso spirituale, ma la via dello yoga è una via fatta di ragionamenti che precedono il momento dell’abbandono. Del lasciare andare. Del mollare la presa. Certe cose le capisci solo se a un certo punto molli il pensiero e lasci che emerga quella che è la tua verità. Che cambia a ogni battito di ciglia. E questo è il motivo per cui la ricerca non finisce mai.
Diceva Anandamayi Ma, una delle più grandi mistiche indiane, che «Il sentiero per l’Infinito sta nell’essere senza sforzo». Cioè, che ciò che ha necessità di emergere non nasce dallo sforzo di volontà o di decisione. «Stare senza sforzo» è ciò che libera la coscienza e lascia che quello che ho bisogno PER ME emerga.
Jon Kabat-Zin parla di coltivare un rapporto di intimità con la tua stessa vita che sboccia (dal protocollo Mindfulness). Spesso i pensieri ci fanno volare e altrettanto spesso legano le nostre ali. Williams e Penman – il primo è un professore, il secondo uno scrittore – dicono che gli impulsi emotivi «insorgono così in fretta che possono trascinarti in una corrente di pensieri prima ancora che tu ti accorga della loro presenza».
Uno degli strumenti con cui cerchiamo di uscire da questa spirale è il mantra. Uno strumento per la mente che ci aiuta a «imparare a notare quando la mente comincia a perdersi e a scivolare nell’incoscienza», direbbero Williams e Penman. Usiamo il mantra perché non è utile entrare in conflitto con la nostra mente. Cosa che facciamo abitualmente e che ci genera altro stress. Entriamo in conflitto con la mente perché ci accorgiamo delle nostre incongruenze, perché scopriamo di non essere chi pensavamo di essere o di non incarnare il ruolo che altri ci hanno dato. Per il nostro moralismo.
Swami Shankarananda Giri, della tradizione del Kriya Yoga di Swami Sri Yukteswar, dice: «La più piccola instabilità mentale può scatenare la violenza dentro di sé e può creare una moltitudine di nemici interiori (oltre che esterni). Lo fa così bene che si diventa nemici di se stessi, violenti verso se stessi, il proprio corpo e la propria vita».
Non stiamo andando a caccia di esperienze sensoriali o extrasensoriali: in India come a Milano, la chiave di volta di qualsiasi percorso è conoscere se stessi. Conoscere se stessi significa conoscere il proprio universo, iniziare dalla base: se conosci bene cosa accade dentro di te, sai anche come interpretare le reazioni durante la pratica e durante la pratica del vivere quotidiano. Cominci a capire cosa hai bisogno PER TE.
E guardate che ci vuole coraggio per guardare dentro di sé perché questa pratica ci porterà a vedere l’incoffessabile e l’incoffessato. Ma questo siamo. Parte di azzurro e parte di buio. Lo Yin e lo Yang, due parti assolutamente incoerenti tra di loro e nel loro essere perché il bianco ha un punto nero e il nero un punto bianco.
La ricerca interiore ti porta a guardare i tuoi fantasmi. Ti porta a scoprire degli angoli di personalità che non credevi di avere, che forse vedevi negli altri ma non in te stesso.
Se pensiamo di essere monoliti ci spezzeremo presto.
L’incoerenza ci travolgerà.
E il moralismo non ci salverà.
Ma la scoperta è che non c’è separazione tra l’angelo e il demone che c’è in noi. Einstein diceva che l’idea che ci sia una separazione nell’Universo è un’illusione, che tutto è uno in questo Universo. E niente è coerente. Come esiste una biodiversità da conservare, esiste una multiversatilità delle emozioni, colori psichedelici che si accompagnano a quelli pastello; per qualcuno non stanno bene insieme, ma questa è la realtà e possiamo accoglierla e stare bene, oppure contrastarla e creare una nevrosi.
I 195 sutra di Yogasutra ci spiegano qual è via dello Yoga. Ci dicono che ci identifichiamo con le nostre emozioni, cosa che facciamo tutti i giorni, perché è come se le emozioni fossero l’identificativo della nostra personalità: «Mi emoziono dunque sono. Se non mi emoziono non sono vivo». Le emozioni, certo, ci conducono verso l’altro, verso gli altri, regolano i nostri rapporti. Il nostro sentire. Quindi metterci in contatto con le nostre emozioni è necessario per avere una buona relazione col mondo esterno. Però diamo troppa enfasi a queste emozioni: il termine «dramma», o il termine «trauma», nel nostro parlare hanno assunto dei pesi diversi da quelli che effettivamente hanno… Tutto è un trauma e tutto è un dramma, perché dentro di noi enfatizziamo in modo naturale il nostro sentire, al punto che questo arriva a travalicare la realtà stessa. Per cui “rischiamo di finire sotto una macchina”, “a momenti mi cadeva qualcosa addosso”, eccetera eccetera… Viviamo le emozioni di cose che non sono accadute.
Tutto questo crea le impressioni che si depositano nell’inconscio. Impressioni che poi, dall’inconscio, muovono le nostre reazioni e le nostre azioni. Il fine dello Yoga è bruciare gli strati e le impressioni che continuano a restare nella mente inconscia, i Samskara e i Vasana. Esperienza, samskara e vasana sono legati mani e piedi, non c’è l’uno senza gli altri. Tutte le volte che facciamo un’esperienza questa si deposita e riaffiora grazie alla memoria e quindi accade che la sofferenza e la gioia si perpetuano finché viviamo.
Ma a causa di ciò, la nostra visione sulla vita e sugli altri è “drammaticamente” (ops) limitata. Ricordo mia madre che ha vissuto l’invasione dei nazisti a Milano e ogni volta che sentiva parlare tedesco aveva quasi un attacco di panico. Avrebbe potuto avere davanti a sé l’uomo che aveva sfidato Hitler e il nazismo, ma lei provava paura. Quindi noi, in modo naturale, giudichiamo il mondo e le nostre relazioni attraverso una montagna di idiosincrasie, di pregiudizi, di effetti dei samskara. Come se avessimo davanti a noi un velo che ci impedisce di avere una chiara visione di noi e del mondo. E così giudichiamo noi e il mondo attraverso le impressioni. E così le nostre relazioni sono disconnesse dalla realtà, perché si connettono ai samskara.
Ma abbiamo bisogno di fare esperienza per crescere. E l’esperienza la fai solo sporcandoti le mani, sbagliando, bagnandoti nella tua incoerenza e ritrovandoti a guardare tutto questo. Con consapevolezza. E come cambiano la mia vita le esperienze?
Yogasutra al terzo sutra del primo libro dice:
«Colui che VEDE è stabilito nella sua natura essenziale».
Che significa stare nella propria pelle, je suis dans ma peau, sto in ciò che sono.
Ma per fare questo devo vedere. Altrimenti?
«Oppure vi è identificazione con le modificazioni di citta»
(Yogasutra 1,4).
E tutto il dolore rimane o ritorna in circolo. La Gestalt, la corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza, ci dice che le basi del comportamento stanno nel modo in cui viene percepita la realtà, anziché per quella che è realmente. È la stessa cosa detta con parole diverse.
Ma il percorso non si compie in una settimana o in un weekend. Non c’è una pillola magica. Non basta recitare un mantra perché tutto cambi. Dicono che occorre recitare 1.000 volte un mantra perché si possa passare a una fase realizzativa successiva. Eppure tutto può cominciare in un solo minuto di esperienza. Quell’istante in cui cambia la percezione su di noi ci sblocca il percorso che ci libera dalla schiavitù delle emozioni. Cambia la nostra relazione con noi stessi e con il mondo.
Osservare ciò che percepiamo e lasciare che accada, rende le nostre relazioni più limpide. Ascoltarsi e portare questo ascolto nella nostra realtà, cambia la nostra percezione sugli altri. E questo cambia tutta la realtà.

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