Sognatori dei punti fermi, forse questa riflessione potrà dare un po’ fastidio, oppure aprire nuove direzioni. Accompagniamoci dentro questo viaggio!
Dunque, il tentativo di lasciare che le cose rimangano sempre uguali, di sperare che si possa trattenere una condizione di qualunque tipo nel mondo materiale, visibile, sperimentabile o anche riguardante stati interiori, emotivi, o di approdare al raggiungimento di qualcosa che potremmo mantenere costantemente identica per tutta la nostra o la sua esistenza nel nome della ricerca di stabilità, è più stupido che svuotare il mare con un bicchiere.
Eppure in fondo, magari anche solo una volta, abbiamo sperato che potesse essere possibile. Che potesse avverarsi la chimera del bicchiere. E ci siamo scoperti barman armati di calici dell’inutilità, a travasare un cocktail di fuggevoli incertezze da un contenuto e all’altro dei comparti della nostra esistenza, con la speranza di vederle scomparire per lasciare posto ad un binario (fantasma) di ferrea e lucida certezza. In questo modo probabilmente confondiamo la ricerca di equilibrio con il desiderio di immobilismo e sogniamo, vaneggiando, la stabilità. Ma perché la cerchiamo in continuazione? Perché ambiamo al porto sicuro ogni tre per due. Perché? Anche se ad un certo punto crediamo di aver trovato qualcosa di più o meno stabile come lavoro, relazioni, emozioni, questa apparente meta raggiunta e tanto ambita comincia vacillare, a sembrare una costrizione, a non generare più la percezione della soddisfazione, e si trasforma in inquietudine o monotonia? Forse perché abbiamo inseguito il principio del mare e del bicchiere.
«La stabilità» dice il dizionario, «è la condizione, qualità o caratteristica di ciò che è saldo, solido, resistente e in grado di mantenere il proprio equilibrio o stato nel tempo, resistendo a forze esterne o mutamenti». E chi o cosa lo sarebbe al 100% e per sempre? Sembra ci sia un errore di base: cercare di ottenere qualcosa di duraturo ed esente da cambiamento, che mantenga la sensazione di felicità che ci ha offerto l’immaginarne la conquista o la progettualità o, a dirla tutta, la proiezione o l’aspettativa del cliché che rappresentava in noi prima di raggiungerla.
Credo che, paradossalmente, la stabilità sia la forza più dinamica che esista. In perenne movimento. Nulla che assomigli a un collante o un sigillante spazio temporale di eventi o percezioni. È quella stessa capacità (e in fondo destino) di ogni cosa di trasformarsi. Forse il Dharma universale di tutto, è quello di NON essere già più nel momento in cui crediamo sia, che manifesta una valanga trasformativa in atto dall’inizio degli inizi, e che non abbandonerà mai la sua funzione fino a che qualcuno o qualcosa potrà vivere essere. Essere è già Non Essere.
La stabilità, se la intendiamo come immobilità o immutabilità, è un falso. Un ossimoro potrebbe essere “stabilità ferma”. Non esiste. L’Himalaya si sta disgregando da 4 miliardi e mezzo di anni, il Sole si sta spegnendo, la Terra si sta consumando, Marte lo ha già fatto, così come miliardi di pianeti e stelle nel cosmo, mentre invisibilmente nasce ovunque qualcosa. Un occhio esterno più longevo dell’universo potrebbe dire «Ricordo quando qui non c’era niente ed ora c’è un via vai infernale ed hanno messo pianeti e astri ovunque!». E anche quest’occhio, se lo dicesse lamentandosene, nella malinconia di qualcos’altro che potrebbe o vorrebbe che fosse, benché nutrito da una vita lunghissima, creerebbe in sé sofferenza. «Possibile che non c’è un attimo di tregua?», direbbe.
Quindi? Allora non troveremo mai pace? Mai un momento senza onde che ci sbattono di qua e di là? Non lo so, forse per qualche ora, qualche giorno, ma poi auguro a ognuno che il movimento vitale prosegua i suoi passi, perché rimanere all’àncora non è lo scopo del viaggio della vita. Non siamo quadri fissi al muro che riproducono sempre la stessa immagine, siamo affreschi in perenne espansione in colore, forme, simboli, significato.
Lo so, la società ci spinge a volerci fotografare allo specchio in una specie di sindrome di Benjamin Button. Sulla via della perfezione. Con i volti statici, soffiando menzogna chimica sulle rughe, ci si illude che il tempo non passi in un inganno 3.0 mai provato in decine di migliaia di anni di umanità. Quando la vita è un treno che ci viaggia dentro senza stazioni, come dice la canzone dei Litfiba «Il mio corpo che cambia», un vero inno alla trasformazione (E cambia e cambia e cambia e cambia e cambia…). Vite slow food, o super fast sempre all’avanguardia a scapito di una percentuale di mondo che subisce l’assenza dell’essenziale, affinché la parte che si è eletta da sola a “emisfero buono e giusto” possa provare sempre la sensazione tanto ambita: la stabilità. Un piedistallo da rinforzare con l’ottenere. Basta cambiar canale, girare lo sguardo verso la prossima vacanza, il prossimo impegno frenetico, il prossimo successo lavorativo, la prossima conquista e cavalchiamo ancora un soffio di tempo sul filo della stabilità.
“Va tutto bene grazie, tutto sotto controllo” si sente dire, come se avere il controllo su tutto fosse un modo per stare bene (e chi vi parla è del segno della Vergine). E pensiamo sia stabilità. Invece è paura. Paura della natura delle cose che felicemente viaggiano per conto loro e se ne fregano dei nostri parametri di soddisfazione. Rubiamo all’oscillazione dell’esistenza la carezza del pendolo, per cronicizzarlo in un fermoimmagine. Ma allora è più bella una foto o il soggetto fotografato?
Armonia, è un termine che mi piace di più. È più vicina a un’esperienza sincera, possibile. Armonia è abbracciare la polarità, lo dice anche la mitologia, è figlia di Ares e di Afrodite. Per avere armonia devi unire la guerra e l’amore, e se hai solamente l’amore, e non hai la guerra, non hai armonia. E lo diceva anche Eraclito che l’armonia è il risultato dell’unione degli opposti, delle cose che maggiormente confliggono. Se rifiutiamo qualcosa non troviamo stabilità, neghiamo una possibilità di Armonia. Cito lo Yoga perché è un modo di respirare l’esistenza, e sento che vive in me, o si fa largo quando non gli resisto: Ida e Pingala sono il sole e la luna in noi, le due nadi, i due flussi di energia principali, l’intuito e la logica, il maschile e femminile che ci permettono nel loro coabitare in opposizione, di esistere collaborando in questo costante conflitto. Ma è solo nell’ integrarsi armonicamente attraverso la pratica che scopriamo di vivere davvero. Fino ad allora, combattiamo alla ricerca indovina di cosa? Della stabilità!
Anche in asana, per esempio, le posizioni, cos’è la stabilità? Non certo quanto riesci a rimanere immobile, quello è compito di equilibristi e ginnasti. La stabilità riguarda più una condizione di Armonia fra diversi livelli del nostro Essere. Corpo, pensiero, respiro, che insieme si affraternano nello sciogliersi, nel liberarsi dalla separazione, dalla frammentazione o dalla distrazione con cui normalmente ci viviamo. L’ energia smette di disperdersi nel cercare verso l’esterno, e si accende un viaggio interiore di accoglienza e di offerta senza confine. Il principio di Infinito, di Dio, destabilizza nel farsi riconoscere. Non può essere definito da regole e canoni. Cadere dalla propria fortezza di stabilità, è necessario nello Yoga. La direzione è quella di smascherarci dai punti fermi dell’abitudine. E accade di non percepirci più come un attimo prima, quando credevamo di essere… stabili!
La stabilità è un inesorabile inanellarsi di inchini a ciò che è, così com’è, senza modificare nulla. Forse la stabilità è assenza di equilibrio per come lo intendiamo, ovvero la speranza di vivere nel fulcro dell’altalena. Forse non è neanche il porsi l’aspettativa o l’obiettivo di rimanere solo da una parte dell’asse che oscilla, ma provare ad imparare il salto e l’atterraggio come due fasi inseparabili. Acqua e farina divengono pane quando smettono di pretendere la loro forma stabile.
Stabilità è rimanere con tutta la gioia e tutto il dolore che c’è in questo istante. Non è certo non correr rischi. È lasciare andare, tutto. È saper accogliere l’imprevedibile. È accettare di tentennare con tutta l’insicurezza che in certi momenti viviamo, senza esitare. Sì, esatto, essere incerti con lucidità. Se barcolliamo, è per ristabilire nuovi assetti, prima del prossimo cambiare ancora. La stabilità è la danza del respiro che non è mai uguale a sé stesso. Ma è ciò che ci permette di Essere.
La realtà è che non sappiamo niente. A cosa ci aggrappiamo? Non sappiamo nemmeno se questa vita è l’unica, se non c’era niente prima, non ci sarà altro dopo, o se torniamo, torniamo, torniamo all’infinito o solo fino a che qualcosa sarà compiuto. Forse è questo che ci fa tremare, e invece che lasciarci tremare come un fiore che nell’elevarsi da seme a stelo a corolla, vibra costantemente (avete mai visto un rallenty di un fiore che cresce?), ma è proprio la sua instabile spinta verso l’alto a renderlo meraviglioso. Immaginiamo che qualche certezza possa renderci felici o sereni, incatenandoci all’immaginazione, all’immagine in azione, ovvero a qualcosa che si muove (siamo pazzi!). Non se ne esce, continuiamo pure a cercare questa stabilità, questo punto fermo, se vogliamo, ma se lo guardiamo con attenzione, se ci avviciniamo al piccolo segno a cui aneliamo, appena fissato non è già più un punto, perché nel momento in cui lo tracciamo, sta già diventando linea. Si sta trasformando.

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