Oggi è un nuovo «oggi». Io sono un nuovo «io». Che poi, dobbiamo capire cosa diciamo quando diciamo «io». Ieri è morto a 100 anni un amico dei miei genitori. E pensavo: «Dottore, oggi non ci sei più. Ma in realtà oggi non sei più “il dottore” perché quello era il personaggio che hai costruito e rappresentato su questa terra. E il tuo nome oggi non è più nemmeno il tuo nome, perché ciò che rimane oggi è l’essenza che era dietro il tuo nome e la professione che hai onorato». È così, quando qualcuno se ne va, quel “qualcuno” se ne va davvero, ma “resta” qualcos’altro: i cristiani la chiamano «anima», gli induisti «atman», chi pratica yoga «il sé», il purusa. È il quid che nascondiamo dietro la maschera che indossiamo e lo nascondiamo davvero così bene che manco ci accorgiamo che esiste.
Ma allora – qualcuno dirà – come fai a dire che esiste? Tutto nasce quando un giorno decidi che la tua pratica saltuaria diventi quotidiana. Ti accorgi che non ti trasformi in una persona più buona – no – ma vedi con più chiarezza tutte le volte che non ti comporti come vorrebbe il tuo cuore; e non ti batti il petto, no, non fai un atto di dolore, te ne dispiaci, certo, ma quella consapevolezza di quell’attimo preciso ti pone svariate domande: «Chi ha detto o fatto quello che ho detto o fatto?». L’ho fatto io, non posso deresponsabilizzarmi, anzi, ma quante identità esistono in contemporanea nella mia mente: colui che compie le azioni, colui che pensa di essere ciò che vorrei essere, colui che ricorda le sue azioni e le giudica, colui che immagina di averle compiute per questo o quel motivo… Potrei andare avanti a lungo.
Nella realtà, quando compio un gesto o dico una parola, il responsabile è solo ed esclusivamente quel «me» che vive questa esistenza e recita la sua parte sulla Terra. Questo «me» è colui che getta «karma» sul sé, cioè colui che produce il frutto delle azioni. E questo nella vita reale come in una ipotetica vita spirituale. Cambiano i termini, ma non il senso. Si paga o si accumulano crediti che non è detto che si paghino o si riscuotano in questa esistenza. Ma dentro “restano”. Quando accade qualcosa e ti fermi a pensare, quei “debiti” li senti dentro e ti pesano sul cuore, o sulla coscienza come dice qualcuno. È uguale. Battersi il petto conta poco. Se uno ha un peso sul cuore cosa può fare se non liberarsene? E come? Cambiare significa cambiare la modalità e non è detto che si riesca con l’uso della sola razionalità. I seguaci di Alfieri («Volli, fortissimamente volli») forse potrebbero riuscire a modificare l’atteggiamento esterno, ma non è detto che sia un metodo davvero efficace. A che pro indossare una maschera soltanto? Non meritiamo di più? Non meritiamo di lasciare vivere la parte più vera e più eterna di noi?
Come fare? Io conosco solo un modo per dare vita a un cambiamento, a una rivoluzione copernicana dell’essere: fermarsi ad ascoltare il respiro. Il respiro è vita e quando lo ascolto, ascolto me che vivo. Non è poco. Paramahansa Swami Satyananda Saraswati diceva che la sua pratica meditativa era recitare mantra associandoli al respiro. È la “meditazione” yoga, è l’unico metodo per sospendere il pensiero con gentilezza, per sviluppare l’energia interna e per mettere così in azione forze invisibili che cambiano la mente, l’intenzione e l’azione. Recitare i mantra cambia l’essenza della vita. Questa è la mia via e quella di molti che conosco, che permette di “vedere” il sé che sta dietro alla maschera dell’io.
I confini col “cielo” si assottigliano, il “sesto senso” si affina, la mente sottile prende vita, cambia la visione interiore e quella della vita dell’altro. L’altro non è più “altro” ma è un atomo dell’Uno, proprio come te e me. Capite da soli cosa implica “vedere” che non c’è separazione tra me e te. Se io sono anche te e tu sei me, la visione dell’esistenza non può essere limitata a questa sfera. Se la mia esistenza è parte dell’esistenza di colui che in questo momento è in viaggio per Oslo o per Istanbul, il famoso «I care» (mi importa, mi sta a cuore) di don Milani assume un significato cosmico. Quando m’interesso di te, m’importa di me. E questo è il gesto interiore che considero più vicino al divino che io conosca.

C’è una vera e propria letteratura del “FalsoVero Yoga”. Un mare di Illuminati incompresi che sanno qual è LA VIA, si accaniscono a suon di reel, uno contro l’altro, per convincersi a vicenda che il proprio yoga è quello VERO! Ma diciamocelo, quanti praticano per “espandere la coscienza”? Quanti rispetto a chi nello yoga cerca semplicemente uno spazio di riposo dallo stress? Chi cerca la via dello Yoga, la trova. Nel frattempo gli infiniti rigagnoli che discendono dalle montagne delle diverse attività che tentano di appiccicare definizioni accanto a questa parola ormai così abusata, che proseguano pure la loro corsa nel nome del “Bisogna pur campare”. Ma credo che sia l'ora di cessare il conflitto almeno laddove dovremmo trovare il principio della pacificazione interiore...
Nello Yoga e nel Tantra, Shakti rappresenta l'energia che permea l'esistenza e che trova nella relazione con la coscienza la propria espressione. Ma che cosa orienta questa energia? L'intenzione è il punto di partenza di ogni percorso, mentre Saraswati, dea della conoscenza, della parola e della creatività, ci introduce al potere del discernimento. Un viaggio nella mitologia e nella filosofia indiana, fino allo Śri Yantra, simbolo dell'incontro tra Shiva e Shakti
Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
Appena fuori Varanasi, luogo d'eccellenza dell'induismo, sorgono i resti del luogo in cui il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità ai suoi primi discepoli. È il sito di Sarnath, oggi elevato dall'Unesco a Patrimonio mondiale. Ecco la sua storia e perché deve tutto il suo fascino a un grande imperatore, Ashoka
Oggi siamo schiavi dell'attrazione per il cellulare. Eppure sappiamo che quando la mente vaga, entrano in gioco processi che coinvolgono il recupero dei ricordi, l’esperienza autobiografica, l’immaginazione di scenari futuri e la costruzione di associazioni tra informazioni anche lontane. Tutto questo può creare un terreno favorevole alla comparsa di intuizioni e soluzioni inattese. Il consiglio, allora, è semplice: concedetevi il lusso, ogni tanto, di vincere contro il fascino per il telefonino e introducete un confine tra lui e voi. È una pratica “salva-neuroni” che genera un effetto sorprendentemente...



