Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? Cosa sta accadendo quando tutto sembra crollare?
Non lo so. Non sono in grado di dare risposte certe, eppure la cosa che pesa di più è quella che spesso facciamo per prima, cercare di trattenere le “cose”, provare a frenare la caduta, a congelarle così come stanno, o peggio, provare rimetterle “a posto” a tutti i costi. Non funziona. No, non funziona. Hai come la sensazione di tentare di infilare un tassello di un puzzle in un posto che non è il suo. Ma come, è sempre stato qui, ed ora? Ora non è più il suo posto.Il nostro posto non è sempre lo stesso nella vita. Non lo è per noi, non lo è per gli altri, e non è per noi negli altri e viceversa. Quando forziamo il tassello, stiamo trattenendo o trattenendoci già da tempo. Non lasciamo accadere.
A innescare tutto può essere un crack in una relazione di qualunque tipo, sul lavoro, di un’idea, della salute, la frattura o la fine di ciò che pensavi fosse una certezza nella la tua vita, la perdita di una persona cara, o può essere tutto questo insieme. A un certo punto senti che comincia a franare tutto. Scivolano via le fondamenta su cui avevi costruito, o ti sembrava di aver costruito una specie di sicurezza. Quella della tabula rasa su tutti i fronti, è l’esperienza più profonda: «Ma che sta succedendo? Possibile tutto insieme?».
Viviamo in bilico tra il desiderio e l’esperienza e l’esperienza è frutto del desiderio, ma di quale desiderio si tratta non ce lo chiediamo. Da dove nasce il nostro desiderio? A volte ha una radice “sana”, che ci riguarda, che illumina la nostra vera via, a volte è abbaglio, ma se facciamo attenzione, l’abbaglio è la conseguenza di una visione distorta, che può spingere (chi vuole) a manifestarne la verità nascosta.
Viviamo in bilico fra aurora e tramonto, con la strana sensazione di essere immortali. Non ci hanno insegnato che finiamo. Ci hanno insegnato a fuggire dal fastidio, dal dolore, dalla noia, dalla tristezza e ci siamo incastrati nell’illusione, nella proiezione.
Impariamo a nostre spese il termine, la fine. È quanto di più naturale esista, ma quanto fa male? Potessimo comprendere davvero che tutto finisce in realtà per non finire niente. La fine è gemma nascente. Ci spaventa il senza confine. Ci fermiamo di fronte all’infinità del mare delle possibilità, senza fiato. Come gli antichi proviamo a erigere delle colonne d’Ercole per dare un recinto all’immenso. Le colonne del torto o della ragione, dell’insicurezza, degli alibi, della spiegazione pret-à-porter, a volte della fuga, della negazione, pur di non volare oltre il noto.
Viviamo in bilico, non in equilibrio. L’equilibrio forse è quiete ovunque e in qualunque condizione, non un arrivo. Non uno spartiacque da perseguire. È nel credere di averlo trovato che creiamo l’inizio della nuova caduta. L’equilibrio forse è una gabbia, una forzatura che in natura non esiste come lo immaginiamo. L’equilibrio è la capacità di non averlo, di non pretenderlo, di non afferrarlo. Di vivere nel proprio centro mentre i mondi crollano, diceva Paramhansa Yogananda.
A me è successo più volte nella vita, ho come una specie di timer che mi presenta il suo suono ogni tot di anni, ciclicamente. Quando tutto sembra mantenersi in linea, quando il fantomatico re-equilibrio (quello fittizio di poche righe fa) si mantiene da un po’ di tempo, arriva un dito che con la sua schicchera (termine romano per indicare lo scatto che compie il dito medio trattenuto dal pollice che si stacca da questo per colpire qualcosa), tocca la prima tessera del domino della vita, e tira giù tutto. Tessera dopo tessera, fino alla fine.
A esser sincero molte volte ho chiesto io alla Vita (con la V maiuscola, alla presenza divina che brilla in ogni nostra cellula) di fregarsene delle mie resistenze e di prendere il largo in me. Di smarrirmi. Si, di troncare il binario del previsto su cui stavo scivolando. Di aprire lo scambio dell’imprevisto. Per lasciar accadere quello che sono venuto a manifestare, al di là dell’idea che ho di me. E da lì a pochi istanti, qualche giorno nel migliore dei casi (o peggiore per quella parte di me che prova a non mollare), inizia la successione di demolizione. Chiedi e ti sarà dato, e, quando è giusto per noi, la risposta è assicurata e immediata. Comincia la tabula rasa.Il fatto di averlo chiesto, desiderato (attenzione ai desideri perché si esaudiscono!), non impedisce l’istante e l’effetto della ricezione del colpo, anche perché normalmente la demolizione comincia dove meno te lo aspetti. Ho avuto la sventura di ricevere un bel colpo in faccia tanti anni fa, dritto sul naso e, benché poi mi offrì la possibilità di “vedere” meglio la profondità delle relazioni costruite fino ad allora, lì per lì, fu terribile. Dolore fisico a parte, affiorò come un geiser, un profondo senso di smarrimento, di destabilizzazione fisica e psicologica. Il colpo arrivò da un amico per un motivo comprensibile. Evitabile, deprecabile, ma comprensibile, a quell’età. Ma devo ringraziare questo colpo, perché diede inizio a un cambiamento che ispirò e trasformò tutta la mia esistenza da lì a breve.
Solo anni dopo cominciai a capire che ogni trasformazione della mia vita, in apparenza anche traumatiche, le avrei in seguito preparate inconsciamente io stesso. Una volta compresa la dinamica, con il tempo e la consapevolezza ho smesso di creare incendi per far nascere nuovi boschi, imparando a seminare in altri terreni, ma non decidiamo noi come vanno le cose e a volte riaccade lo strappo. E di nuovo quel senso di smarrimento. Quasi di pericolo. La montagna frana e dove mi appoggio? Eh… Non c’è appoggio!
In queste settimane è accaduto di nuovo. E so di aver chiesto io al soffio vitale che attraversa ognuno, di scrollarmi dalle abitudini, di sciogliere attaccamenti limitanti e di riprendere il largo. Di con-fondermi, ossia di fondermi-con ciò che aspetta da un po’ e vuole manifestarsi. Il Dharma può cambiare direzione come il vento, e noi dobbiamo avere la sensibilità di manovrare le vele dell’abbandono e del coraggio verso una terra sconosciuta. Il viaggio è iniziato, insieme al crollo delle tessere del domino.
Gli animali nel pericolo si fermano. Gli antichi yogi della cultura indovedica, nelle foreste osservavano la natura per entrare nella loro vera natura. Perché un albero non si lamenta al troppo sole o al gelo? Perché non secca o muore per il freddo? Gli animali mangiano quando hanno fame davvero, non per rito o appagamento di altro. Cosa mantiene in vita ciò che ci circonda? Cos’è la vitalità in ciò che si manifesta? Cosa spinge alla conquista di ciò che non ci appartiene? Alla violenza, alla sopraffazione? Qual è lo scopo di tutto questo e della nostra presenza qui su questa sfera di terra e acqua che sfreccia nel vuoto attorno ad un fuoco luminoso del quale non si può fare a meno, che alterna la sua presenza con quella del suo opposto, il buio. Ed è proprio in questa perfetta integrazione di ombra e luce che l’esistenza è garantita.
Dov’è nascosta la Gioia, non la soddisfazione temporanea, la Gioia. È nelle piccole cose ci raccontano, per renderla tangibile. E se fosse nella capacità di non respingere nulla? Non nel cercare, ma nel lasciarsi trovare? Da tutto, anche dal dolore, dalla delusione, dalla sconfitta, dalla frustrazione.
Non sono queste forse porte verso il loro contrario? Se le proviamo è perché conosciamo il loro opposto. È come per la terra la luce e il buio, non possono essere separate, ma integrate divengono fonte di vita nuova. Il buio (l’indecisione, l’insicurezza, i momenti di vuoto, di solitudine) è il preludio di una sola certezza, che finirà con un’alba nuova. Il buio è fatto per fermarci, per accompagnarci nel silenzio, nell’ascolto, per lasciar spazio a ciò che vuole emergere e che non attende altro che la spontaneità della prossima aurora.
Tutto ricomincia, qui o altrove (qualunque sia l’altrove del tracollo che possiamo vivere).
Allora fermiamoci, e lasciamoci accadere. La rinascita sarà stupore. Sarà entusiasmo fertile. Sarà vita nuova. Perché siamo nati proprio per questo, per stupirci, non per sopravvivere all’abitudine! E allora, forse, l’unico strumento che ci permette di rinnovarci nel rimetterci in piedi, è proprio la caduta.

C’è una vera e propria letteratura del “FalsoVero Yoga”. Un mare di Illuminati incompresi che sanno qual è LA VIA, si accaniscono a suon di reel, uno contro l’altro, per convincersi a vicenda che il proprio yoga è quello VERO! Ma diciamocelo, quanti praticano per “espandere la coscienza”? Quanti rispetto a chi nello yoga cerca semplicemente uno spazio di riposo dallo stress? Chi cerca la via dello Yoga, la trova. Nel frattempo gli infiniti rigagnoli che discendono dalle montagne delle diverse attività che tentano di appiccicare definizioni accanto a questa parola ormai così abusata, che proseguano pure la loro corsa nel nome del “Bisogna pur campare”. Ma credo che sia l'ora di cessare il conflitto almeno laddove dovremmo trovare il principio della pacificazione interiore...
Nello Yoga e nel Tantra, Shakti rappresenta l'energia che permea l'esistenza e che trova nella relazione con la coscienza la propria espressione. Ma che cosa orienta questa energia? L'intenzione è il punto di partenza di ogni percorso, mentre Saraswati, dea della conoscenza, della parola e della creatività, ci introduce al potere del discernimento. Un viaggio nella mitologia e nella filosofia indiana, fino allo Śri Yantra, simbolo dell'incontro tra Shiva e Shakti
Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
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Oggi siamo schiavi dell'attrazione per il cellulare. Eppure sappiamo che quando la mente vaga, entrano in gioco processi che coinvolgono il recupero dei ricordi, l’esperienza autobiografica, l’immaginazione di scenari futuri e la costruzione di associazioni tra informazioni anche lontane. Tutto questo può creare un terreno favorevole alla comparsa di intuizioni e soluzioni inattese. Il consiglio, allora, è semplice: concedetevi il lusso, ogni tanto, di vincere contro il fascino per il telefonino e introducete un confine tra lui e voi. È una pratica “salva-neuroni” che genera un effetto sorprendentemente...



