Mentre curiosavo tra montagne di libri, isole di parole e profumo di carta stampata, al Salone del libro di Torino venivo colpito da un titolo: Lascia tutto e seguiti. Quelle poche parole in copertina, quell’invito così prezioso hanno accesso immediatamente una profonda riflessione, una manciata di secondi che si sono trasformati in una sorta di meditazione a occhi aperti, un vortice di sensazioni per ricordare di abbandonare le proprie vecchie abitudini, convinzioni o situazioni per seguire il proprio percorso personale, ascoltando la propria voce interiore e le proprie aspirazioni. Un invito a rompere gli schemi e a intraprendere un viaggio di scoperta di sé, spesso legato a un cambiamento di prospettiva o a una trasformazione interiore.
Questo è ciò che è transitato nella mia mente come un lampo di luce. Concetti conosciuti, ma quel titolo mi è venuto incontro – perché così è stato – a ricordarmeli. Come un segnale che mi invitava a fermarmi. Mi è venuto alla mente il Plum Village, il centro di pratica buddhista in Francia, monastero fondato dal grande monaco Thich Nhat Hanh, dove tre rintocchi di una campana vengono suonati ogni 15 minuti. Questo suono serve proprio a ricordare ai residenti e ai visitatori di fermarsi, respirare e tornare al momento presente e osservare un momento di consapevolezza. E anche per me è stato come un rintocco di campana, un’onda sonora sottile.
Il libro che mi sono trovato tra le mani, autore Roberto Tardito, è dedicato a Franco Battiato (editrice Lindau) e il titolo che mi ha colpito è tratto dal testo di una canzone di Battiato, Il mantello e la spiga («Intona i canti dei veggenti, cedi alla saggezza, alle scintille di fuochi ormai spenti. Regolati alle temperature e alle frescure delle notti. Lascia tutto e seguiti…»). All’artista siciliano, che ha lasciato il suo corpo il 18 maggio 2021, sono stati dedicati tantissimi libri postumi che confermano quanto la sua figura sia radicata nella memoria collettiva in maniera trasversale, quanto il suo “passato” sia “presente”.
Racconta l’autore del libro Roberto Tardito, musicista e cantautore (entrato a far parte del WE7, progetto ideato e promosso da Peter Gabriel): «L’intenzione era quella di sottolineare quelli che sono i temi ricorrenti nella vita artistica di Battiato; sin dall’inizio, da Fetus e Pollution, c’erano la sperimentazione ma anche la spiritualità. Se ripercorriamo l’intera sua opera scopriamo di trovarci di fronte a un principe libero, con le vele aperte ad accogliere il vento».

Ma la preziosità di questo libro sta anche alla fine delle sue pagine, nella postfazione scritta da Padre Guidalberto Bormolini, monaco e antropologo appartenente alla comunità dei Ricostruttori della preghiera, una figura lontana dai coni di luce del mondo dello spettacolo (anche se nella vita ha costruito strumenti musicali diplomandosi come operatore liutaio) che è stata vicina spiritualmente a Battiato negli ultimi anni sino alla fine del suo cammino terreno, sino a quando ne ha officiato la cerimonia funebre.
Le giornate di Padre Bormolini sono intense, impossibile condensarle in poche righe (consigliabile il suo esaustivo sito), quindi è complesso trovare il tempo per dialogare, è in continuo movimento nell’operare, nell’adoperarsi per gli altri. Ma una mattina ce l’abbiamo fatta attraverso il contatto telefonico. E il primo tema che cerco di approfondire, che mi viene alla mente è quello del Battiato figura mistica. Padre Bormolini non è d’accordo e mi corregge.

«Direi che Franco è stato certamente attratto e influenzato dal misticismo. Ma la definizione di mistico secondo me è sempre inopportuno appiccicarla a chiunque. Lasciamo che sia la storia a segnarla, un po’ come la canonizzazione dei santi. Dichiarare una cosa definitiva credo che tolga il mistero. Se la mistica è ciò che non si può dire, perché creare etichette e attaccarle agli esseri umani e quindi togliere il senso del mistero?».
Personaggio non convenzionale Battiato si rispecchia certamente nella figura di libero ricercatore, spinto dal desiderio di approfondire anche nell’ambito di un percorso spirituale, ma sempre fuori da schemi. Come sostiene padre Bormolini: «Franco non era certo un sincretista, non intendeva mettere assieme i tratti di tante tradizioni diverse. Lui ha vissuto invece esperienze di diverse tradizioni, dal sufismo al buddhismo tibetano, e ha voluto conoscere a fondo anche il cristianesimo. Ma non era un uomo di Chiesa, il suo è sempre stato un approccio laico. Era ed è rimasto sino all’ultimo respiro uno spirito libero. Difficile incasellarlo in una religione, sia in un pensiero sociale, sia forse anche in un pensiero culturale perché era ispirato, seguiva l’ispirazione. E la musica per lui era un’espressione della propria spiritualità. La spiritualità si esprime in tanti modi, nel servizio per gli ultimi, nella preghiera, nella meditazione, nell’arte. Ognuno trova il proprio modo di vivere l’esperienza spirituale. Io ero e sono appassionato di musica, la musica ha fatto parte anche professionalmente della mia vita come costruttore di strumenti musicali, sono stato musicista. Mi ero fatto un’idea del mondo degli artisti e dovetti cambiarla completamente dopo l’incontro con Franco».
Com’è nato il vostro incontro?
«Franco era interessato al tema della morte e mi ha cercato, nel periodo in cui stava preparando il docufilm Attraversando il Bardo, perché aveva letto dei miei testi sull’argomento. Una riflessione che è stata fondamentale nell’evoluzione del mio pensiero e della mia azione attorno alla meditazione. Mi sono accorto che i popoli antichi hanno sempre riflettuto sul tema della morte per capire il senso della vita, il senso della nostra esistenza qui. Questo è il tema che ci ha fatto incontrare e che era al centro spesso dei nostri dialoghi in un rapporto di grande amicizia. Ma Franco non aveva paura della morte».
Per l’Occidente invece questo è spesso un tema tabù.
«Sì, il problema della morte rispetto all’Occidente è molto forte, ora viene sbattuta in faccia sempre nella versione non naturale, cioè c’è solo la morte eccezionale soprattutto nella sua veste più terribile, nella sua violenza, la guerra, la cronaca nera, quindi lontana da noi, e non nella sua dolcezza e nell’abbraccio con il divino. È attesa con terrore da molte persone e invece è l’apertura dell’invisibile. Manca l’educazione su questo tema perché è assente il senso di spiritualità».
Giornate trascorse in vicinanza, in un viaggio spirituale condiviso anche attraverso il momento della meditazione.
«Io e Franco meditavamo nello stesso tempo, ma in spazi diversi. Aveva un suo luogo nella casa dove seguiva le pratiche, un suo momento, l’ispirazione e trovo fosse molto bello che ognuno lo vivesse nel proprio spazio. Il tempo della nostra frequentazione è stato prezioso e mi ha lasciato molto, perché l’ispirazione artistica pone un essere umano, una parte di questo essere, in un altro regno».
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