Perché c’è così tanta malignità nel mondo della spiritualità e della ricerca? Ve lo siete mai chiesti? Lo so, è una riflessione forte, ma molti di noi si sono accorti che negli ambiti in cui dovrebbe regnare l’armonia, le gentilezza e la pace, c’è tantissima conflittualità. È possibile muoverci verso una riflessione che ci allontana dalle conseguenze del giudizio? Ci provo.
Tutti – in tutte le “religioni” e i campi spirituali – incontriamo persone che hanno comportamenti arroganti, maleducati, sarcastici, opportunisti, interessanti o narcisistici. Queste tipologie si trovano a tutte le latitudini e in tutte le discipline. Quando da giovane facevo karate shotokan avevo un “maestro” che si diceva avesse problemi di alcolismo e un giorno – urlando – mi ha tirato un pugno che è arrivato a pochi millimetri dalla faccia; dopo questo episodio l’ho salutato, me ne sono andato e non mi ha visto mai più, ovviamente. Poi ho trovato un sedicente maestro che navigava tra religioni e guru e ogni volta “non avevo mai capito niente, mentre lui sì”. Non vi dico negli ambiti della chiesa cattolica che ho frequentato da giovanissimo e poi anche come giornalista. Il top fu raggiunto da una apparente mite devota della Madonna che andò su tutte le furie (mai vista prima tanta rabbia) quando il giornale per cui scrivevo, aveva deciso di non pubblicare più la sua intervista. Ho incontrato maestri che esercitavano il loro potere con sarcasmo per dimostrare il distacco, monaci isterici con le monache del monastero, guide maleducate e senza empatia, insegnanti di yoga esasperati dalla “precisione” della posizione delle mani o che urlavano ai loro allievi. Nel buddhismo e nello yoga non va molto meglio, anzi. Lo so, anche voi potreste fare una lista.
Mentre scrivo mi vien da pensare che, in definitiva, ho solo incontrato degli esseri umani. Perché, in definitiva, un po’ cattivi lo siamo tutti. A turno, ma dentro ci siamo tutti, in gradi diversi e in momenti diversi della vita e della nostra crescita. E, nel mio caso, se un errore è stato commesso, è stato il mio che mi sono “affidato” a esseri umani che sostenevano di ricoprire ruoli irreali. E questa riflessione-premessa mi consente di andare avanti nel ragionamento.
Mi porta a considerare e a chiedermi cosa cerchiamo veramente. Cosa pretendiamo dagli altri. Qual è l’obiettivo. Se l’obiettivo è trovare un luogo comodo e delle persone ideali, che non ci deludono mai, possiamo chiuderci in casa (ed evitare anche gli specchi perché all’improvviso potremmo trovarci davanti a un insospettabile “Dorian Gray”…). Quante volte lo abbiamo pensato? E quante volte abbiamo pensato il contrario: “no, è proprio nella scomodità che ci mettiamo alla prova, proprio quando il nostro maestro ci tratta male che abbattiamo l’ego”, eccetera eccetera… Una doppia serie di pensieri scontati? Sì e no.
Se fosse scritto nei testi sacri che un maestro debba essere un arrogante prevaricante, darei ragione a chi pensa che sia giusto che si comporti così. E che sia giusto che un discepolo comprenda e accetti le sue vessazioni per diminuire l’ego. Così come se fosse scritto che, per crescere interiormente, dobbiamo andare solo nelle Spa in Kerala o in Alto Adige (mete decisamente auspicabili in molti momenti della vita). Di certo non è necessario soffrire per progredire, né è utile cercare sempre la comodità.
C’è una causa della sofferenza decritta in Yoga Sutra che si chiama «raga dvesa», attrazione e repulsione. La nostra naturale propensione ci porta verso ciò che ci attrae e ci fa fuggire dalle cose e dalle persone che ci danno disturbo. Ma bisogna dire che spesso è una cosa sana. Come dicono le arti marziali cinesi, la prima difesa è la fuga e un biologo come Henri Laborit ha scritto un libro, L’elogio della fuga, che descrive questa naturale predisposizione animale. Quando ci sentiamo minacciati, scappiamo. Quando siamo a disagio, scappiamo. Direi – visto quello che accade nel mondo – non abbastanza. Se ci troviamo in un ambiente tossico, anche se “spirituale”, se abbiamo l’impressione di essere finiti in una setta, in un ambito chiuso e che esclude il mondo e la nostra famiglia, scappiamo a gambe levate. Se veniamo vessati da un insegnante, scappiamo a gambe levate. È cosa buona e giusta.
Scontato? Mica tanto. Perché nel nome della spiritualità – da sempre – si commettono i crimini più gravi. Potremmo fare un lungo elenco di scandali. Gli ultimi hanno coinvolto un personaggio famosissimo in America, Deepak Chopra, finito nei files di Epstein.
Però, c’è un però. Il “però” sta nella pulizia della nostra ricerca. Nella fiducia che riponiamo nella nostra intelligenza intuitiva. E nella nostra intelligenza tout-court. Rispetto ai racconti “mitologici” dei grandi guru che correggevano i discepoli a privazioni e correzioni dure, i tempi sono cambiati. E nessuno di noi vive in un monastero indiano. L’essere umano si è “rammollito”, ma è anche progredito e oggi sappiamo che certi metodi non servono più. Che l’ego talvolta è una brutta bestia da domare, ma spesso serve per navigare in queste acque agitate. Che un guru non lo riconosci per la crudeltà, per il sarcasmo o la maleducazione, ma per la gentilezza. La gentilezza sarà l’unico gesto per cui verremo ricordati.
Abbiamo capito che accogliere i nostri limiti è la pratica più utile e complessa che ci sia, ma anche l’unica che abbia un senso per progredire veramente nella ricerca interiore. Che obbedire ciecamente a un maestro non è una virtù, ma un limite della nostra intelligenza, perché il discernimento dovrebbe essere la virtù più grande che una via spirituale possa dare. Che essere in una via spirituale e passare il tempo a giudicare, a separare, a dividere, a escludere, non è spirituale, è diabolico. Che giudicare le decisioni e gli atteggiamenti altrui non è spirituale mai. Nemmeno quando si è certi di aver ragione. E che la tolleranza ha come limite la violenza fisica o verbale o intenzionale di chi dovrebbe prendersi cura dei discepoli o degli allievi.
Di certo, la spiritualità non rende automaticamente migliori. Rende, al massimo, più visibile quello che c’è già. Allora perché c’è così tanta “malignità” proprio lì? Perché gli ambienti spirituali attraggono tre tipi di bisogni molto profondi: bisogno di senso, bisogno di appartenenza, bisogno di guida. E dove ci sono bisogni forti, c’è sempre spazio per proiezioni (“Lui sa, io no”), dipendenza emotiva, potere (“Impara a obbedire”, “Sei l’ultimo arrivato”, “Fai troppe domande”). Non è un problema dello yoga, del buddhismo o della religione X. È un problema umano. Molti entrano in questi percorsi con ferite aperte. Alcuni le lavorano davvero. Altri imparano solo a coprirle meglio… con un linguaggio spirituale. E non si può derubricare tutto con la necessità di “ridimensionare l’ego”. Anche perché spesso chi chiede all’altro di “ridimensionarlo”, dovrebbe pensare al proprio che è così grande da giudicare un proprio simile. Un guru si riconosce dallo spirito di servizio, dalla gentilezza e dalla bontà d’animo. Ricordarlo sempre ci sarà molto utile.

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