In un corso per insegnanti di yoga la formatrice ci disse che durante le classi avremmo dovuto trovare il sinonimo in positivo della parola che avremmo voluto usare, qualcosa che invitasse al relax: attivare invece di contrarre, per esempio. Ho fatto mio quell’insegnamento, nelle lezioni di yoga e a scuola: scegliere le parole migliori, quelle che fanno bene, perché la lingua è socialità in quanto strumento di comunicazione. E può essere usata anche per lenire e rilassare. C’è una connessione tra la lingua che ascoltiamo e quello che, anche inconsciamente, apprendiamo e le varie politiche linguistiche, dall’Unità ad oggi, ne sono la dimostrazione. Come scrive Gramsci: «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale» (Gramsci 1950).
Dopo l’Unità, infatti, si procede all’alfabetizzazione e alla sostituzione dei dialetti con la lingua nazionale, poiché questa lingua comune è funzionale all’obiettivo di “fare gli italiani”. Nel 1922, l’ex maestro Mussolini si propone di dotare l’Italia di una lingua degna del rinnovato slancio nazionalistico attraverso un progetto di italianizzazione affidato alla scuola e alla televisione. L’operazione non ha successo; il passaggio dal dialetto all’italiano non decolla, sia perché alcune fasce di popolazione non ne sentono l’esigenza, sia perché il modello proposto di un italiano unico, senza varietà regionali, non convince. Così Benedetto Croce, ministro nel 1945, afferma la natura pragmatica della lingua, che si apprende e si utilizza in relazione alle necessità della vita. Pasolini interviene nel dibattito e in un articolo pubblicato del 1964 individua la crescita di un nuovo italiano. Dopo aver studiato vari tipi di linguaggio, da quello giornalistico, a quello televisivo, a quello della stessa critica letteraria e anche della politica, Pierpaolo Pasolini afferma di essersi accorto, per esempio, che il fondo unificatore della lingua non è più il latino, ma nella lingua «ci sono invece infiniti riferimenti tecnologici».
Qualche anno più tardi, Leonardo Sciascia scrive una battuta relativa all’italiano all’interno di Una storia semplice, romanzo breve pubblicato nel 1989, che fa pronunciare al professor Carmelo Franzò rivolto al magistrato, suo ex alunno:
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un 3, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.
L’esperienza di vita, quindi, se da un lato conferma a Sciascia che senza il possesso linguistico non vi sia articolazione di argomenti, dall’altro lato lo porta amaramente a constatare che la cultura e la lingua non rappresentano condizioni di ascesa a ruoli sociali di potere da cui incidere con giustizia e ragionevolezza.
Sintesi del pensiero di Sciascia: l’italiano è il ragionamento. Con l’abbandono della lingua italiana, ci troviamo un po’ tutti più analfabeti nel ragionamento. Quando Sciascia dice che «L’italiano non è l’italiano, è il ragionare», lo dice anche a seguito della sua esperienza con bambini e ragazzini che parlano prevalentemente dialetto e per i quali l’apprendimento dell’italiano, più che di regole grammaticali era acquisizione di concetti e idee atte anche al superamento della propria condizione di contadini o minatori. Noi italiani abbiamo, quindi, a disposizione due lingue, il dialetto e l’italiano. Poi, una serie di varianti regionali, tante quante sono le regioni e talvolta i paesi. I dialetti stanno scomparendo e l’italiano standard non si è mai affermato.
Michele Serra in un articolo («Prima l’italiano», Il Post) fa il punto sulla situazione di oggi: «La mia sensazione è che il nostro fortunato bilinguismo di partenza minaccia di essere travolto, o forse lo è già stato, da un ibrido approssimativo, più spiccio, più incolto e molto poco promettente. Potremmo definirlo “italiesco”: non più romanesco (o veneto, siciliano, ligure…) ma parecchio distante dall’italiano. Ha aggravato la situazione l’ascesa al potere di Giorgia Meloni e del suo gruppo di amici. Sarebbe anche pittoresco, non fosse che l’italiesco, quell’idioma di gruppo, è diventato la lingua che governa il nostro Paese».
Anche oggi possiamo appellarci alla ragione e alla logica del linguaggio per uscire dal pantano dei regionalismi. Possiamo auspicare che, attraverso la lettura dei testi di autori italiani, le giovani generazioni si confrontino con i soliti concetti, ma magari imparino che possono essere espressi in modo differente. Non si può ampliare il proprio lessico e la propria sintassi se non leggendo. Il problema non è l’incapacità di creare un italiano standard, operazione complessa non solo perché come popolo procediamo sempre come tanti pezzetti che non si compongono mai in un’unità. È avere dimenticato anche i dialetti, lingue vive e speciali. Oggi di vivo c’è solo l’italiano regionale, o meglio i vari italiani regionali, con mille cadenze diverse, senza che ci sia voglia di imparare o migliorare la fonetica, e allo stesso tempo senza ampliare il lessico, che comunque aveva nel dialetto un serbatoio e nell’italiano cosiddetto colto un altro. Nell’italiano regionale non c’è spazio se non per qualche termine giovanile (se sopravvive a un paio di anni d’uso), a molti termini derivati dall’inglese e mediati anche dal linguaggio aziendale o tecnologico.
La televisione non svolge più la funzione di diffondere l’italiano e abbandonare il dialetto, non promuove nemmeno l’uso del buon italiano e della corretta pronuncia. Quando accendiamo la Rai non ci sembra più di trovarci di fronte alla prima azienda culturale del Paese, ma in un cortile di idiomi e di pronunce, e di pochi termini colti. Fenomeno che non vale solo per la Rai, ma anche per altre reti. La perdita di patria è non avere più un terreno sotto ai piedi. È perdita di scrittura, di lingua, che abbiamo buttato via in modo indecente con la sostituzione, la surrogazione dell’italiano con l’inglese. Quello che dovrebbero fare le nuove generazioni per arricchire la propria lingua è leggere, ma anche scrivere. La lingua italiana non può mantenersi senza la scrittura. Non si può vivere una vita senza scrivere. Scegliendo le parole migliori, le parole gentili che invitava a usare la formatrice di yoga.

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