Questa è un’intervista che è stata fatta durante un webinar online per YesTalks, moderato da Romesh Bijlani, stimato scrittore, scienziato e professore indiano. Il webinar è in inglese e chi conosce bene la lingua può seguirlo qui:
A seguire la traduzione italiana, curata da Antonio Manzionna.
Romesh Bijlani: Il suo percorso è singolare: nata e cresciuta in Italia, si è trasferita per studio a New York, dove un evento traumatico l’ha portata a una svolta radicale verso lo Yoga e l’India. Può raccontarci come è avvenuto questo passaggio?
Sangeeta Laura Biagi: «Il mio viaggio è iniziato da giovanissima, con un’intuizione che non sapevo ancora esprimere a parole: sentivo che la voce aveva il potere di trasformare la materia. Questa sensazione mi ha portata verso le arti performative, il jazz e la performance art, e quindi a New York, dove studiavo con una borsa di studio. L’evento pivotale fu l’11 settembre 2001. La città, normalmente brulicante di suoni, fu investita da un’onda di rumori completamente diversa: sirene, grida, un senso di disperazione palpabile. Io, che non avevo mai vissuto una tragedia del genere, mi sentii paralizzata. In quel caos, invece di combattere il panico, provai a rilassarmi e ad ascoltare in profondità. Ed è lì che lo sentii: un ronzio profondo, un ham interiore che sembrava emergere dalle viscere della terra o forse dalla mia stessa ossatura. Connettendomi a quel suono, riuscii a disconnettermi dal rumore esterno e a trovare una pace incredibile. Quell’esperienza fu la chiave. Capii che dovevo esplorare il potere curativo del suono, il che mi condusse, attraverso un percorso non privo di “coincidenze” significative, al tempio di Chidambaram e poi all’Ananda Ashram di Pondicherry, in India, dove mi immersi negli insegnamenti del mio Guru, Yoga Maharishi Dr. Swami Gitananda Giri».
D: In India ha assorbito gli insegnamenti del Nada Yoga. Come ha fatto poi a tradurli in un contesto così lontano come quello di un carcere americano?
R: «La guida è stata un insegnamento di Ammaji, Meenakshi Devi Bhavanani: “Integra ciò che impari, non aspettarti che gli altri cambino per te”. Quando mi fu offerto di insegnare in un’università a Chicago, seppi che volevo portare lì gli insegnamenti ricevuti. Il carcere di Cook County è un luogo enorme, un microcosmo di tensioni. Il mio corso si chiamava Storytelling as a Healing Art, dove “healing” (guarigione) deriva da una parola antica che significa “rendere intero”. Il focus non era sul trauma o sul reato, ma sulla ricostruzione della persona a partire dalle sue potenzialità. Iniziavamo chiedendo: “Qual è il tuo ricordo più felice?”. Spesso la risposta non arrivava subito, ma con dolcezza, si riusciva a far emergere un frammento di luce. Quel ricordo è un seme: contiene già la natura autentica della persona, prima che il trauma la coprisse».
D: Quali tecniche pratiche utilizzava per aiutarli in questo processo di “ricordarsi” di sé?
R: «La pratica fondamentale era il ronzio (humming). È una traduzione secolare e accessibile del suono “M” dei mantra come l’OM. Il ronzio in coro, protratto per alcuni minuti, ha un effetto scientificamente misurabile: riduce il cortisolo, l’ormone dello stress, e può stimolare neurotrasmettitori del benessere come l’ossitocina. Vibra nelle ossa del cranio, scende lungo la spina dorsale, massaggia dolcemente il corpo e il sistema nervoso. Dopo aver creato questo campo di sicurezza e relax attraverso il respiro, il movimento e il ronzio, solo allora si poteva iniziare a lavorare delicatamente sulla parola. L’obiettivo finale non era che raccontassero il loro trauma, ma che riacquistassero la loro voce, letteralmente e metaforicamente. La soddisfazione più grande era sentirle dire: “Ho ritrovato la mia voce”».
D: Qual è il messaggio fondamentale del Nada Yoga che tutti possiamo portare nella vita quotidiana?
R: «Il messaggio è che la voce non è solo nostra. È un’incarnazione di un’energia divina, di Shakti. Le parole “voce”, “vocazione”, “invocare” condividono la stessa radice sanscrita. È un dono sacro e una grande responsabilità. Il consiglio pratico è: imparate a rilassarvi. Veramente. Comprendete come funziona il vostro sistema nervoso, regolate il respiro, osservate l’alimentazione. E, soprattutto, trovate una comunità, una sangha, dove vi sentiate liberi di imparare e di fare domande. La base di tutto è un rilassamento attivo, yogico. Da lì, potete iniziare a sperimentare con il vostro respiro e con un semplice, potentissimo ronzio. La voce, essendo divina, non può essere affrettata. Va avvicinata con dolcezza e rispetto».

C’è una vera e propria letteratura del “FalsoVero Yoga”. Un mare di Illuminati incompresi che sanno qual è LA VIA, si accaniscono a suon di reel, uno contro l’altro, per convincersi a vicenda che il proprio yoga è quello VERO! Ma diciamocelo, quanti praticano per “espandere la coscienza”? Quanti rispetto a chi nello yoga cerca semplicemente uno spazio di riposo dallo stress? Chi cerca la via dello Yoga, la trova. Nel frattempo gli infiniti rigagnoli che discendono dalle montagne delle diverse attività che tentano di appiccicare definizioni accanto a questa parola ormai così abusata, che proseguano pure la loro corsa nel nome del “Bisogna pur campare”. Ma credo che sia l'ora di cessare il conflitto almeno laddove dovremmo trovare il principio della pacificazione interiore...
Nello Yoga e nel Tantra, Shakti rappresenta l'energia che permea l'esistenza e che trova nella relazione con la coscienza la propria espressione. Ma che cosa orienta questa energia? L'intenzione è il punto di partenza di ogni percorso, mentre Saraswati, dea della conoscenza, della parola e della creatività, ci introduce al potere del discernimento. Un viaggio nella mitologia e nella filosofia indiana, fino allo Śri Yantra, simbolo dell'incontro tra Shiva e Shakti
Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
Appena fuori Varanasi, luogo d'eccellenza dell'induismo, sorgono i resti del luogo in cui il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità ai suoi primi discepoli. È il sito di Sarnath, oggi elevato dall'Unesco a Patrimonio mondiale. Ecco la sua storia e perché deve tutto il suo fascino a un grande imperatore, Ashoka
Oggi siamo schiavi dell'attrazione per il cellulare. Eppure sappiamo che quando la mente vaga, entrano in gioco processi che coinvolgono il recupero dei ricordi, l’esperienza autobiografica, l’immaginazione di scenari futuri e la costruzione di associazioni tra informazioni anche lontane. Tutto questo può creare un terreno favorevole alla comparsa di intuizioni e soluzioni inattese. Il consiglio, allora, è semplice: concedetevi il lusso, ogni tanto, di vincere contro il fascino per il telefonino e introducete un confine tra lui e voi. È una pratica “salva-neuroni” che genera un effetto sorprendentemente...



