Sottoporsi a un intervento chirurgico è un’esperienza piuttosto comune. A seconda della complessità della patologia, delle condizioni generali e dell’età, è normalissimo avere preoccupazioni e ansie che riguardano la paura del dolore, la possibilità di avere complicanze, il timore che qualcosa vada storto e di non poter più tornare come prima. In questi frangenti lo yoga può aiutare parecchio, e con alcune pratiche in particolare: la consapevolezza del respiro, la recita di mantra, la capacità di concentrarsi su parti del corpo diverse da quella malata e il rilassamento. Come insegnante di yoga e praticante di lunga data, ho dato consigli a parecchie persone ammalate e in procinto di affrontare interventi e cure invasive, persone che poi mi hanno confermato l’utilità di queste tecniche. È molto facile e gratificante suggerire agli altri, ma molto più difficile se la cosa tocca a noi.
Ed è proprio a me che è toccato, per la prima volta in 74 anni, “andare sotto i ferri”, un’espressione che già di per sé fa raggelare. Quanti pensieri e quante riflessioni. A partire da quella relativa al rapporto fra il corpo che invecchia e lo yoga. Molti mi hanno chiesto come mai dovessi essere operata all’anca, visto che avevo fatto yoga per tantissimi anni. Ho sempre risposto che lo yoga non impedisce l’invecchiamento e l’usura, non evita l’insorgere di gravi patologie, ma può attenuare i disagi della malattia e della vecchiaia. Nel mio caso, proprio grazie alla pratica yoga, sono riuscita fino ad ora a camminare, fare viaggi e ad avere una vita normale nonostante il deterioramento della cartilagine in entrambe le articolazioni.
Ma una domanda me la sono fatta: lo stare per tantissimo tempo a gambe incrociate mi ha fatto bene o male? Perché a gambe incrociate tenevo seminari e conferenze, a gambe incrociate ascoltavo e tenevo lezioni, a gambe incrociate stavo per tempi lunghi di immobilità. Ma allora: perché non tutti gli insegnanti di yoga hanno problemi alle anche? Ne conosco altri con le anche distrutte, ma tanti che non hanno questo problema.
Ho posto questa domanda al bravo fisioterapista che ha condotto un bel percorso di formazione alla Millepiedi, Andrea Zoppi. La sua risposta è convincente: dipende dalla conformazione del bacino. Nel mio caso, un bacino stretto con una postura troppo sbilanciata in anteroversione, la posizione a gambe incrociate ha portato a un conflitto, protratto a lungo nel tempo, con le mie povere anche che si sono logorate. Cosa che non succede alle persone con un bacino più ampio. Invecchiando avevo già abbandonato la posizione del loto, ascoltando il mio corpo, prima ancora di avere la conferma radiografica della mia patologia; ma questa esperienza mi ha insegnato che è importante fare delle verifiche costanti con persone competenti sulla nostra postura e sulla nostra conformazione, in modo da poter fare pratiche corrette e prevenire le patologie. Oggi penso che, come per tutte le cose, occorra un giusto equilibrio: nessuna posizione eseguita troppo a lungo forse fa bene, e a maggior ragione quelle che non appartengono alla nostra storia. In Oriente tutti sono abituati da piccoli a stare accovacciati; mangiano, cucinano, lavorano accucciati a terra: un’altra realtà non solo geografica, ma anche fisica.
Tornando al mio intervento, nonostante tutti i buoni propositi yogici (arrendermi al corso degli eventi, pensare solo al momento presente…), sono ricorsa a qualche “aiutino” poco ortodosso e poco razionale, come quello di portare con me in ospedale un piccolo Ganesh. E prima di uscire di casa ho detto due paroline al grande Ganesh che dimora nel mio giardino. Non si sa mai.
Il momento più brutto è stato quando mi sono dovuta spogliare e, completamente nuda, indossare il camice operatorio. In quel preciso istante ho sentito di non essere più nessuno, ma solo un oggetto da tagliare. Una nudità sgradevole perché indifesa. Poi c’è stato il percorso per la sala operatoria, un andare incontro alla sorte, con la possibilità di un non ritorno. Varcata la porta della sala operatoria ho provato la medesima sensazione di quando sono entrata nel deserto dell’Oman: o cedere al panico o affidarsi. Guardare con paura i letti, le lampade, gli strumenti, i camici verdi, o essere grata ai progressi della medicina e alla possibilità di essere curata. Anche in questo caso mi sono affidata con fiducia ai medici e al domani.
È andato tutto bene, mi sono svegliata e da quel momento non ho mai provato nessun dolore. E la mattina dopo ero subito in piedi, subito autonoma per vestirmi e per andare in bagno: prodigi davvero, se si pensa che anni fa si stava a letto tanto. Anche in questo caso, però, molto ha contato il fatto che, grazie allo yoga, io fossi arrivata all’intervento tonica e magra: non ho mai dovuto farmi aiutare, l’unico ausilio davvero indispensabile sono state le stampelle.
I pochi giorni di degenza sono stati istruttivi. Le mie compagne di stanza erano due brave donne che si lamentavano sempre per il cibo che io – e sono una brava cuoca – ho trovato accettabile. La cosa divertente è che prima spazzolavano il tanto vituperato pasto ospedaliero, poi integravano con ogni ben di dio che avevano nell’armadietto, una vera e propria dispensa sufficiente a sfamare un battaglione. Nei momenti di incontro con altri degenti qualcuno ha avuto il coraggio di lamentarsi per gli infermieri che di notte non erano arrivati subito quando era finita la flebo; gli infermieri facevano il possibile per assistere tutti e giustamente davano la priorità a chi era appena stato operato o a chi stava male. Ho trovato fuori luogo un atteggiamento di pretesa e di critica generale sulla sanità, in un posto in cui secondo me c’era un servizio sanitario di eccellenza e, come nel mio caso, fruito attraverso il servizio pubblico.
In camera ero l’unica ad avere un libro sul comodino e un quaderno. In aiuto alle mie compagne di stanza veniva la televisione che troneggiava proprio sopra il mio letto, accesa in continuazione; e questo, per me che non la guardo quasi mai, è stata una vera tortura che ho subito di buon grado fino a quando all’ennesimo servizio sulla «casa nel bosco» con un gemito ho detto: “Scusatemi, ma non mi sento bene, possiamo spegnere?”. Con la tv spenta mi sono prontamente ripresa, con sollievo delle due signore che per un paio di ore mi hanno risparmiato la tortura televisiva. Mi sono risparmiata la casa nel bosco, ma non altri discorsi. Qualsiasi fosse l’argomento si finiva sempre lì: la rovina di tutto sono gli extracomunitari. Il terzo e ultimo giorno è cambiata una compagna di stanza ed è arrivata una giovane donna con il suo compagno. L’ho accolta con un saluto gentile e sorridente. La giovane donna non mi ha degnato di risposta, troppo occupata e presa dal dialogo con il suo fidanzato, un giovane tatuatissimo. Lui: «Amò, sai che forse scoppierà la guerra?», lei: «Ah sì, amò?», e lui: «Eh, amò, andrò a combattere, sarà una figata pazzesca». E qui mi sono trattenuta dal dargli una stampellata in testa. Ho molto riflettuto su questa esperienza di degenza, su chi ha la fortuna di essere guarito e si lamenta, su una giovane coppia che trova attraente la guerra.
E qui sorge spontanea una riflessione su questo spaccato di realtà, mi auguro limitato, ma temo abbastanza diffuso. Il tema è molto serio. Lo yoga è una via di trasformazione individuale. Io non credo che trasformando il singolo cambi il mondo, semmai cambiano ed evolvono le relazioni nella piccola e ristretta cerchia personale e familiare. Possiamo dimostrare con l’esempio che è possibile vivere serenamente, ma siamo un granello di sabbia nel deserto, un piccolissimo atomo nell’universo.
Sono profondamente convinta che la pratica dello yoga vada affiancata da un impegno civile costante e concreto, e che sia dovere di tutti adoperarsi perché tutti, uomini e donne, abbiano delle buone condizioni di vita, una casa, servizi sociali e sanitari. Perché tutti abbiano lavori dignitosi, del tempo per sé, libertà e uguali diritti. Perché ci siano opinioni differenti ma non l’ignoranza, e soprattutto ci sia la consapevolezza che non c’entra il colore della pelle, che chi scappa dalla miseria va accolto e che la guerra non è un gioco, ma la cosa più orribile e crudele che possa fare un uomo.

Qui trovate l’articolo sul nuovo libro di Paola Campanini. Scrive tra l’altro Paola nella sua presentazione: «Lo scopo che mi sono prefissa, e spero davvero di averlo conseguito, è quello di offrire, attraverso la mia esperienza, degli spunti di riflessione. (…) Per esperienza personale attraverso lo yoga ho sperimentato la possibilità di superare grandi paure, di affrontare momenti difficili, di trovare ,perdere e ritrovare, sempre nuovi equilibri. Di sapermi adattare a grandi e piccoli cambiamenti, di affidarmi alla vita senza opporre resistenza».

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