
Ho sempre creduto nella cura, nell’importanza di prendersi cura, degli altri sì ma anche e soprattutto di sé stessi. Ultimamente ho vissuto un periodo difficile, sono in quel momento della vita in cui i cambiamenti cominciano a essere importanti: cambia il corpo, cambia la mente, cambiano le persone intorno a me, alcune se ne sono andate per sempre, anche se so bene che sono sempre qui con me. Adeguarsi al cambiamento è qualcosa di veramente difficile, soprattutto per chi è maniaco del controllo come me. Lo Yoga (ah, grazie al cielo ho incontrato lo Yoga!) mi insegna a fluire nell’impermanenza delle cose, a stare per poter ascoltare e capire, quindi a non fuggire, ma a non trattenere e quindi, dopo aver vissuto l’esperienza, lasciare andare. Beh ecco, quando ti trovi a vivere dei momenti così, in cui tutto sembra crollarti addosso e in cui anche tu ti senti sbriciolare, passare ai fatti e dirsi «ok, quello che potevo fare l’ho fatto, adesso posso lasciare che quello che deve accadere accada», cavolo, è davvero difficile.
E così arriva la crisi. Ti dici ma allora tutto quello che ho letto, studiato, tutti gli insegnamenti, a cosa sono serviti? Non dovrei sentirmi sempre bene io? E il Buddha che dice «il cambiamento non è doloroso, la resistenza al cambiamento lo è»? Perché mi sembra di dover ricominciare tutto da capo? Ecco l’errore più grande: pensare che il cammino di ricerca interiore sia un percorso a tappe, ok qui ci sono arrivata, questa cosa l’ho “capita”, ora non potrò che raggiungere un’altra tappa, un altro obiettivo.
In realtà secondo l’Ashtanga Yoga di Patanjali è così, il cammino viene descritto secondo precisi passi, ma la vita è piena di variabili, noi dobbiamo imparare a rimanere saldi al timone anche nella tempesta! Lo Yoga è un’esperienza, per quello lo chiamiamo «Pratica», non è qualcosa di teorico, è una ricerca estremamente pratica (appunto!) che parte da te, attraversa te e non lascia indietro nessun aspetto della tua vita. Si occupa del tuo corpo, del tuo respiro, della tua mente e delle tue emozioni e sensazioni. E per farlo ti chiede Cura. Ti chiede impegno senza sforzo, di essere nella totalità, e di dedicarti con attenzione a ogni particolare. E così credo che la crisi sia arrivata proprio quando ho smesso di dedicargli, e quindi dedicarmi, quella cura. Dando per scontate alcune cose che invece scontate non sono affatto: il mio corpo, i miei pensieri, le mie guide, i miei compagni e le mie compagne. Cominciando a preoccuparmi più del fare che dello stare, più del capire che dell’ascoltare.
Così sono tornata più spesso e più a lungo sul mio tappetino e grazie alla pratica sono tornata a ricordarmi dell’importanza di togliere per fare ordine, per poter tornare a vedere meglio e apprezzare quello che ho ma, soprattutto, aprirmi a quello che verrà. Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi e tornare a guardare, sostare nella totalità senza giudicare e dividere tra bello e brutto, per poter capire dove vogliamo andare. La vita che stiamo vivendo è il risultato delle scelte che abbiamo fatto finora, se non ci piace più allora siamo chiamati a fare con estrema cura le prossime scelte, perché possa diventare di nuovo una vita che ci piace. Almeno per ora.
Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



