Immaginiamo per un attimo che l’India sia uno dei Paesi più progrediti sotto il profilo economico e sociale del mondo, che influenzi con la sua cultura, il suo stile di vivere, la sua moda gli altri Paesi, che sia alla costante ricerca di nuovi modi per godere delle novità e delle tendenze provenienti da tutto il mondo. Immaginiamo che in questo contesto indiano, che possiede una sua storia secolare e millenaria, una sua cultura e una sua religione, diventi sempre più diffusa la moda del Cristianesimo, che questa moda includa indossare il rosario o la croce al collo, che sia di tendenza usare termini come «peccato originale», «grazia», «redenzione», «resurrezione», «trinità», «sacramento», «eucarestia» e altre, in italiano e in latino; che diventi quasi costume aprire le mani verso il cielo volgendo lo sguardo in alto e invocare la luce del Signore; che sia normale e abitudine tracciarsi il segno della croce; soprattutto, che sia diffusa come pratica l’inginocchiarsi e cantare Salmi, così come la realizzazione degli esercizi spirituali e l’esicasmo («la preghiera del cuore», una forma di meditazione respiratoria centrata sul cuore).
Adesso immaginiamo che vengano organizzati eventi e festival a tema, con spettacoli e lezioni, conferenze e vendita di gadget e accessori, con cuffie bluetooth, musica e luci, palchi e personalità conosciute e meno conosciute. Che siano pubblicati libri di tendenza sul Cristianesimo occidentale, sul Cristianesimo del respiro, sul Cristianesimo della risata, manuali tecnici del Cristianesimo fisico, podcast, social e siti cristiani.
Ora immaginiamo che l’Italia sia un Paese povero, poco progredito economicamente e socialmente, con poche infrastrutture, con una insufficiente condizione di equità sociale, politica, culturale, che viva enormi diseguaglianze e forti contrasti sociali. Che sia un Paese ancorato nella sua tradizione religiosa e che questo elemento sia ancora il tratto distintivo della sua identità. Così immaginiamo come un italiano abbia visto e veda come la moda della sua tradizione culturale e filosofica cristiana sia divenuta in India una moda, un esercizio ginnico, una attività di svago e intrattenimento, anche grazie a italiani stessi che hanno profittato del momento per diffonderla. Cosa vi sembra tutto questo?
L’impressione è che l’eccesso di superficialità, disinteresse, approssimazione, senso di superiorità, tendenza a sfruttare, talmente diffusa e condivisa attraverso tutti i canali, sia giunta fino al punto di rendere inconsapevoli le persone, abbia preso il posto dell’umano interesse a conoscere, esplorare, arricchire le proprie esperienze, mantenendo il senso e la misura della realtà.
L’ennesimo articolo su cosa sia veramente lo Yoga, quanto sia deformato e bla bla non è l’intento.
Il soggetto del discorso siamo noi.
La nostra incapacità di guardare dall’esterno i nostri comportamenti e l’effetto che questi producono è ormai il tema di fondo della scienza in ambito ambientale, industriale, politico e finalmente bisogna aggiungere culturale. Dirò quindi qualcosa di scomodo: esiste una moda, un modo di fare e pensare che non venga adottato su scala generale dalla maggioranza, che non sia mai messo in discussione, che sia filtrato, regolato o tutelato con una attenzione adeguata?
Prendiamo la tecnologia, con smartphone, social, A.I. e via dicendo, tutti a dire che non è possibile fermare il progresso (cosa sia il progresso è ancora da intendere), che è come un treno in corsa che non si può fermare, che bisogna approfittare del momento e ottenere il massimo beneficio. Quindi tutti con le teste dentro a questo meccanismo, seguendolo senza limiti. Tutto deve essere ricondotto a questa dinamica per cui dentro anche lo Yoga, la spiritualità. Qual è il contributo reale alla nostra qualità della vita e non “lavorativa” che porta? Possiamo vivere degnamente soddisfatti senza o è assolutamente necessario? Provate a stare una settimana senza smartphone e guardate le vostre reazioni. E se non noi, i nostri figli. Cosa centra con lo Yoga e l’esempio immaginario che ho inventato? La mia risposta è che affrontiamo tutto allo stesso modo, a partire da come veniamo in contatto con qualcosa, anche di nuovo e sconosciuto, da come viene presentato e diffuso, dalla narrazione che ne viene fatta, dal modo che abbiamo assimilato di usare e fare esperienza delle cose.
Il mio Maestro era solito descrivere la mente con l’esempio di un programma ereditato da generazioni, una sorta di “bio-computer” condizionato dalla società, dove i nostri pensieri, emozioni ed esperienze non ci appartengono davvero, ma siano frutto di questa programmazione, che la nostra vera natura sia pura coscienza o anima universale. Srila Gurudeva parlava della mente mondiale come colei che ha creato quello che siamo come un’onda universale che attraversa il tempo, dal passato al presente, che influisce sul modo di guardare la realtà e creare differenze, separare. Egli diceva che ognuno conosce se stesso esattamente per come è stato educato, istruito, pensato dalla cultura e dalla società. Portava l’esempio di come non esista un pensiero che si possa dire totalmente o assolutamente nostro, e lo stesso si può dire di una esperienza.
Fino a che punto si può esistere senza una società? Questa è necessaria per la continuazione della mente sociale. Così dall’adattamento biologico evolutivo, siamo passati al condizionamento sociale culturale. Cosa definisce l’identità se non una serie di elementi condivisi e accettati da tutti? E in questa identità, quali pensieri, emozioni, stati di coscienza si possono dire realmente nostri? In che modo siamo separati e uniti gli uni dagli altri? Le idee? La fede? I gusti? Le tradizioni? Le nuove tendenze del mercato dell’intrattenimento e della speculazione tra cui le filosofie orientali come incidono nella formazione della nostra autenticità? Cosa possiamo capire degli altri senza conoscerli?
Pensate quanto sia normale l’idea di fotografare se stessi davanti a un monumento, a una pietanza al ristorante, a un raduno di Yoga, come se non lo facesse nessuno o, anzi, proprio perché lo fanno tutti. Sembra che ci comportiamo come se facessimo qualsiasi cosa pur di mantenere e rafforzare la programmazione esteriore, portando tutti a concentrarsi sulle priorità stabilità dalla società che ci guida, pensandolo come l’obiettivo della vita. La conoscenza di noi e del mondo è una forte impressione o memoria che sta creando una percezione dell’altro, che diviene esperienza e si ancora al proprio stato, alla propria natura.
Quando ci troviamo in uno stato di profondo benessere con noi stessi e il nostro ambiente qualcosa però cambia. La nostra percezione di noi e della nostra esperienza è diversa. Nella Shiva Samitha, capitolo 1, versi 35-36 si dice:
«Come molti riflessi del sole si vedono in innumerevoli tazze piene d’acqua, allo stesso modo gli individui, come le tazze, sono innumerevoli, ma lo spirito che dà loro la vita, come il sole, è uno. Come in sogno una sola ed unica anima crea molti oggetti per semplice volontà, ma, al risveglio, tutte le cose svaniscono tranne l’anima stessa. Così è l’universo».
D’altronde il testo inizia proprio con questa riflessione:
«Solo la conoscenza (Jñâna) è eterna, senza inizio né fine, non esiste altra sostanza reale. Le diversità che noi vediamo nel mondo sono il risultato della percezione sensoriale; allorché quest’ultima cessa, soltanto la conoscenza, e nient’altro, rimane».
Così come ho tentato di spiegare credo che lo sforzo che dobbiamo fare sia quello di semplificare senza rendere banale, rendere accessibile senza tradire il contenuto, divulgare ciò che ha importanza e valore senza appesantire o dogmatizzare ed esagerare ma, per lo meno, non trasformare tutto in un circo Barnum.
È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



