Nessuno ricorda esattamente quando Babbo Natale abbia smesso di essere un vescovo. È successo gradualmente, come accade alle trasformazioni culturali più durature: senza un atto ufficiale, senza un decreto, ma attraverso una serie di malintesi fecondi, migrazioni, traduzioni sbagliate e notti d’inverno raccontate troppo spesso ai bambini.
All’inizio, c’era un uomo reale. Si chiamava Nicola ed era vescovo di Myra, una città portuale dell’Asia Minore, nell’attuale Turchia. Viveva nel IV secolo, quando il cristianesimo non era ancora una certezza ma un’ipotesi perseguitata. Di lui non sappiamo molto con certezza, ma abbastanza per capire perché abbia resistito al tempo: era noto per la sua generosità, per l’attenzione verso i poveri e, soprattutto, per i bambini. Le leggende – che in genere nascono dove i documenti tacciono – raccontano che salvò tre fanciulli assassinati da un oste, riportandoli in vita. Da allora Nicola divenne il protettore dei piccoli, una specializzazione che avrebbe avuto un futuro sorprendentemente internazionale.
Quando, nel 1087, alcuni mercanti baresi trafugarono le sue reliquie da Myra e le portarono in Puglia, Nicola cambiò indirizzo ma non pubblico. La sua fama attraversò il Mediterraneo, risalì l’Europa, entrò nei porti, nelle chiese, nei racconti orali. Fu adottato da marinai, mercanti, prigionieri, avvocati, bambini. Non molti santi possono vantare una clientela tanto trasversale. Nei Paesi Bassi divenne «Sinterklaas». Arrivava a dicembre, distribuiva doni, viaggiava a cavallo e manteneva una certa severità pedagogica. Era ancora un vescovo, con mitra e pastorale, ma già qualcosa stava cambiando. Il suo nome iniziò a piegarsi sotto il peso delle lingue, fino a diventare, nelle colonie olandesi del Nuovo Mondo, «Santa Claus». Non fu una traduzione: fu una metamorfosi. L’America, come spesso accade, accelerò il processo. Qui Santa Claus perse progressivamente ogni riferimento esplicito alla Chiesa, diventando una figura laica, ma non profana, una sorta di spirito civile del Natale.
Nel frattempo, però, sotto la superficie cristiana continuavano a muoversi correnti più antiche. Prima di Nicola, prima dei vescovi, prima persino del Natale, c’era Odino. Il dio errante del mondo germanico, con la barba lunga, il mantello scuro e l’abitudine di attraversare il cielo durante il solstizio d’inverno. I bambini lasciavano cibo per il suo cavallo a otto zampe, Sleipnir, e ricevevano in cambio piccoli doni. È difficile non notare la somiglianza con le calze appese al camino. Le religioni cambiano, ma l’immaginazione conserva memoria. In alcune versioni del racconto, accanto al santo compare una figura inquietante: un demone, un uomo nero, un Krampus. Non è lì per spaventare a caso; è il contrappunto necessario alla bontà: dove c’è un portatore di doni, c’è sempre qualcuno che ricorda ai bambini che il dono non è automatico. La pedagogia europea è stata a lungo una questione di equilibrio tra carezza e minaccia. In Islanda, l’equilibrio si è risolto in una soluzione più affollata: tredici Babbi Natale. Sono i «Jólasveinar», né santi né dei, ma folletti con personalità precise e gusti alimentari discutibili. Arrivano uno alla volta nelle due settimane che precedono il Natale, lasciano doni nelle scarpe dei bambini buoni e patate in quelle dei cattivi. È un sistema complesso, ma funziona. Gli islandesi lo raccontano con la naturalezza di chi sa che la realtà è sempre stata un po’ mitologica.
Il Babbo Natale moderno — quello rosso, panciuto, nordamericano — è il risultato finale di questo lungo processo di sedimentazione culturale. Non è una figura antica: è un collage. Un vescovo orientale, un dio nordico, un folletto islandese, un migrante olandese, un’industria pubblicitaria del Novecento. Eppure, funziona. Funziona perché parla a qualcosa di profondamente umano: l’idea che, almeno una notte all’anno, la generosità possa essere anonima, gratuita, notturna. Forse è per questo che Babbo Natale entra dalle canne fumarie. Non per praticità, ma per discrezione. Non chiede permesso, non firma i regali, non resta a ricevere ringraziamenti. Come san Nicola, che gettava le monete nelle case dei poveri senza farsi vedere, Babbo Natale continua a ricordarci che il dono migliore è quello che non pretende nulla in cambio. E così, ogni dicembre, un vescovo morto da più di mille anni torna a vivere. Non a Myra, non a Bari, ma in milioni di salotti illuminati a festa. Non è poco, per un santo. Non è poco, per una storia raccontata abbastanza bene da non finire mai.
Non sappiamo quali doni vi porterà una delle rappresentazioni di questa leggenda. Dal canto nostro vi mandiamo tantissimi auguri di buone feste con la promessa e l’impegno di darvi tanti articoli e nuove suggestioni e riflessioni nell’anno che verrà.
Noi di «Rispirazioni»

C’è una vera e propria letteratura del “FalsoVero Yoga”. Un mare di Illuminati incompresi che sanno qual è LA VIA, si accaniscono a suon di reel, uno contro l’altro, per convincersi a vicenda che il proprio yoga è quello VERO! Ma diciamocelo, quanti praticano per “espandere la coscienza”? Quanti rispetto a chi nello yoga cerca semplicemente uno spazio di riposo dallo stress? Chi cerca la via dello Yoga, la trova. Nel frattempo gli infiniti rigagnoli che discendono dalle montagne delle diverse attività che tentano di appiccicare definizioni accanto a questa parola ormai così abusata, che proseguano pure la loro corsa nel nome del “Bisogna pur campare”. Ma credo che sia l'ora di cessare il conflitto almeno laddove dovremmo trovare il principio della pacificazione interiore...
Nello Yoga e nel Tantra, Shakti rappresenta l'energia che permea l'esistenza e che trova nella relazione con la coscienza la propria espressione. Ma che cosa orienta questa energia? L'intenzione è il punto di partenza di ogni percorso, mentre Saraswati, dea della conoscenza, della parola e della creatività, ci introduce al potere del discernimento. Un viaggio nella mitologia e nella filosofia indiana, fino allo Śri Yantra, simbolo dell'incontro tra Shiva e Shakti
Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
Appena fuori Varanasi, luogo d'eccellenza dell'induismo, sorgono i resti del luogo in cui il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità ai suoi primi discepoli. È il sito di Sarnath, oggi elevato dall'Unesco a Patrimonio mondiale. Ecco la sua storia e perché deve tutto il suo fascino a un grande imperatore, Ashoka
Oggi siamo schiavi dell'attrazione per il cellulare. Eppure sappiamo che quando la mente vaga, entrano in gioco processi che coinvolgono il recupero dei ricordi, l’esperienza autobiografica, l’immaginazione di scenari futuri e la costruzione di associazioni tra informazioni anche lontane. Tutto questo può creare un terreno favorevole alla comparsa di intuizioni e soluzioni inattese. Il consiglio, allora, è semplice: concedetevi il lusso, ogni tanto, di vincere contro il fascino per il telefonino e introducete un confine tra lui e voi. È una pratica “salva-neuroni” che genera un effetto sorprendentemente...



