
La prima volta che ho incontrato Giovanna Fortuni è stato un anno fa a YogaFestival. Lavora per la ONG veneziana Care to Action come direttrice operativa, ricoprendo un ruolo tecnico e di coordinamento dei programmi attivi in India, soprattutto in Andhra Pradesh e Telangana.
A Vijayawada, città di 2,1 milioni di abitanti e capitale economica dello stato dell’Andhra Pradesh c’è la sede Care to Action India e qui «vengono realizzati la maggior parte dei progetti a sostegno di bambini, donne e comunità», spiega il loro sito; a Hyderabad, 12 milioni di abitanti e capitale dello stato del Telangana, danno l’accesso all’istruzione ai pari di alcuni slum di “intoccabili”, occupati nel recupero e riciclo dei rifiuti; ancora in Andhra Pradesh sostengono le comunità originarie dell’India (gli adivasi), mentre nei distretti agricoli a sud della città di Vijayawada, portano istruzione e aiutano le donne a diventare autonome economicamente e socialmente. Un lavoro enorme. Ma per me Care to Action ha anche il volto di Mahisree, una ragazza orfana che oggi ha 16 anni e che ha preso il cuore mio e di mia moglie e che grazie a Care to Action sta studiando per diventare medico. Un miracolo immenso.
Giovanna Fortuni è tutta la vita che si occupa di Ong e di progetti concreti. Per 20 anni ha operato sul campo, in Kenya, in Perù, in Argentina, in Etiopia, in molti Paesi nel mondo, con le maggiori Ong. Quando la sua presenza in famiglia l’ha obbligata a restare stabile a Venezia, ha incontrato Care to Action, una realtà più piccola con una filosofia di azione diversa. Ed è iniziata una nuova avventura. Giovanna, quando parla, trasmette una tale passione che è impossibile non rimanere coinvolti nel suo sogno: entrare nei gangli della comunità non per “fare la carità” o distribuire viveri e illusioni, ma per costruire un cambiamento sociale che coinvolge i bambini, le loro famiglie, interi slum. È così che avvengono i miracoli.
«Lavoriamo a diversi livelli perché solo così puoi avere un impatto: il singolo bambino, l’insegnante, la madre, attraverso i servizi che puoi offrire, i corsi di recupero pomeridiani, la borsa di studio, il training, la formazione, il servizio medico, tutti servizi che si rivolgono al singolo», inizia a raccontare. «Ma non è sufficiente. Rompere il ciclo della povertà è molto complicato, soprattutto in situazioni estreme. Se io do esclusivamente la macchina per cucire a una donna che è sola con tre figli e che deve pagare l’affitto ed è illetterata, è difficile che quella macchina per cucire le cambi la vita. Rompere il ciclo della povertà richiede che l’organizzazione che c’è dietro abbia una strategia che è molto più sfaccettata e complessa: devi lavorare con la madre, ma anche con l’intero nucleo familiare. Ho fatto l’esempio della madre che ha ricevuto la macchina da cucire: è una storia vera. Questa donna ha una figlia che è supportata da un programma di sponsorship e che la sgrava dal peso della sua istruzione perché una famiglia italiana la sostiene a distanza, mentre gli altri due figli, dopo la scuola, al posto di tornare in una stanzetta angusta accanto alla mamma che lavora, rimangono a scuola, frequentano i corsi di matematica, scienze e inglese, fanno yoga, fanno arte, stanno in un ambiente sicuro e protetto, dove hanno uno spazio sufficiente per crescere. Quindi lavoriamo con il nucleo familiare, lo visitiamo, andiamo a capire come procede, se ci sono miglioramenti, quali sono le problematiche, ma anche con l’intera comunità. A livello individuale, familiare e comunitario».
Tutelare i diritti di chi nasce in contesti più fragili, garantendo il diritto all’istruzione, alla salute e a crescere in un ambiente favorevole. «Una persona messa in un contesto giusto, fiorisce», spiega con convinzione Giovanna Fortuni. «È necessario dare un’opportunità a chi non l’ha avuta “per nascita”. E poi per noi conta che i bambini che vengono sostenuti a distanza diventino medici o ingegneri, abbiamo bisogno di leader illuminati per affrontare le sfide della società e anche quelle straordinarie come una pandemia o un’alluvione. È un investimento che facciamo sull’uomo».
La passione di Giovanna è contagiosa. Lei crede fermamente in quello che fa e ci mette ingegno e amore. Non è solo idealismo, è che ha toccato con mano cosa può accadere quando un gruppo di persone si mette all’opera per cambiare il destino di chi ha poco o niente. Per esempio, ora si stanno attivando per alcuni ragazzi che hanno bisogno di un sostegno per terminare l’università o per studiare alle elementari, cosa che – incredibile, ma vero – non potrebbero fare senza aiuto. Il destino di Chandrika, di 6 anni, Dumdi e Swathi di 8, e di molte altre e altri, dipende da un versamento annuale di 300 euro, nemmeno un caffè al giorno: sono rimaste senza genitori e per loro significa potere studiare, avere un futuro e aiutare la loro famiglia.
Trecento euro sono tanti? Ci si può mettere in 3 famiglie e si possono dare 100 euro a testa, non vi pare? O anche in gruppi più grandi finché il peso dei donatori si assottiglia… Insomma, possiamo fare qualcosa da qui. Basta attivarsi. Poi i risultati si vedono. Giovanna mi ha fatto letteralmente piangere di gioia raccontandomi della storia di quella ragazza diventata ormai donna e mamma di due bambini, che dallo slum è arrivata alla laurea in Ingegneria. Questo non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di una famiglia italiana. Altre ragazze hanno stabilito un legame così forte con la famiglia italiana di sostegno che diverse volte questa le ha pagato il biglietto per una vacanza in Italia.


Giovanna, ma come avviene nel concreto questo aiuto?
«Ti raccontavo la storia della signora che cuce a macchina. La loro storia l’ho scoperta per caso. Sono andata nelle classi del nostro doposcuola, dove seguiamo 1.250 bambini di tre elementari e di cinque medie superiori. E poi sono andata a trovare questa donna, sola, senza il marito da molti anni, che aveva deciso di fare la sarta: aveva preso la macchina da cucire a nolo, ma la sfortuna ha voluto che nell’alluvione del 2024 quella macchina sia stata trascinata via dalle acque. Ed era disperata. La povertà è questa, è non avere la capacità di resilienza, di uscire da ogni situazione, anche quella che per noi potrebbe essere banale: ho perso la macchina da cucire, la ricompro. Per lei era un dramma aver perso la fonte di reddito e dover restituire i soldi della macchina trascinata dalle acque: questo l’ha mandata in un ciclo di povertà che ha fatto sì che ritirasse la figlia più grande da scuola perché trovasse un lavoro che la aiutasse a mantenere tutti».
Come si è rotto il ciclo?
«Con questo sistema, per cui una figlia è andata in sponsorship, una famiglia italiana ha cominciato a farsene carico, e così tutte hanno iniziato a frequentare il doposcuola. Sono le nostre community coordinators, delle donne fantastiche che lavorano con noi, dei leader naturali della comunità, poco più che alfabetizzate, a visitare le famiglie. Conoscono tutti e spesso al doposcuola chiedono: “Chi di voi bambini vive una situazione di difficoltà?”. Quando qualcuno alzano la mano, le coordinators vanno a trovare la famiglia e così arrivano gli aiuti».
Fantastico!
«Sì, ma la storia non termina qui perché adesso la cosa fondamentale di cui siamo consapevoli è che il grande cambiamento è quello in prospettiva. Oltre all’aiuto economico, devi cambiare mentalità, approccio: è importante il lavoro sulle potenzialità, sulla leadership e il nostro team si sta formando per accompagnare queste donne in un processo di emancipazione. Quando sono andata a trovare quella donna, mi diceva che la macchina da cucire non le basta e la mattina alle cinque si alzava per andare a raccogliere verdure perché ha bisogno di più entrate. Ma nel momento in cui lei saprà meglio gestire la sua economia, a organizzare il lavoro di sarta, a trovare i clienti, allora ci sarà un cambio di passo. Noi insegniamo anche questo».
Quando Giovanna Fortuni finisce il suo racconto scopri che il tuo cuore è più caldo, che esiste una speranza concreta e che noi possiamo far parte di questa speranza. Non per un senso di carità che ci mette a posto la coscienza. Ma perché davvero una presa di responsabilità cambia la vita a qualcuno. Non è meraviglioso tutto questo?
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