Il 23 e 24 maggio ho avuto il privilegio di partecipare, a Milano, al workshop del Maestro Antonio Nuzzo. Due giornate dense, di quelle che non si riassumono: si continuano a masticare per settimane. Avevo preso un impegno con Mario Raffaele – raccontare quel seminario – e ho scelto di onorarlo nel modo che mi è parso più onesto: riordinando gli appunti presi durante le lezioni e restituendo, per quanto le mie capacità lo consentano, il filo del suo insegnamento. Nella tradizione dello yoga è sempre stato così: l’allievo trascrive, il maestro trasmette. Ciò che c’è di prezioso in queste righe appartiene dunque interamente ad Antonio Nuzzo e a ciò che ha condiviso in quelle due giornate. Le semplificazioni, le imprecisioni e i limiti sono invece tutti miei, come è giusto che sia per chi ha ancora molta strada da percorrere.
Antonio Manzionna
di Antonio Nuzzo
C’è uno yoga che si guarda e uno yoga che si abita. Il primo riempie Instagram. Il secondo richiede qualcosa di molto più difficile: imparare a vivere. Capita spesso, nelle classi di yoga contemporanee, di vedere persone che tengono gli occhi aperti e fissi sull’insegnante. Copiano. Ricalcano. E questo — va detto con rispetto, non con giudizio — è esattamente ciò che i bambini piccoli fanno per imparare a camminare. Il problema è che siamo adulti. E per un adulto, imitare non è comprendere. Questa distinzione non è una sottigliezza accademica. È la differenza tra praticare yoga e fare yoga. Tra abitare la propria esistenza e riempirla di cose da fare.
La preoccupazione del fare ci distrae dall’essere.
La cultura contemporanea ha costruito attorno al fare un’identità intera. Siamo quello che produciamo, quello che compiamo, quello che raggiungiamo. E lo yoga — con tutta la sua potenziale radicalità — è stato progressivamente assorbito in questo paradigma: posture da acquisire, sessioni da accumulare, flessibilità da guadagnare come se fosse una voce nel curriculum.
Ma lo yoga, nella sua radice più profonda, non è una disciplina del fare. È una disciplina dell’essere. Il suo fine non è rendere il praticante più agile o più sereno — sebbene questi effetti possano emergere come conseguenze naturali. Il suo fine è insegnare a vivere. A vivere consapevolmente questa vita strana e piena, cogliendone il senso al di là dei programmi e delle urgenze che la riempiono.
C’è una storia che circola nelle tradizioni orientali, semplice come tutte le storie vere: un uomo di novant’anni, che ha trascorso decenni a costruire, lavorare, realizzare, si ritrova nel silenzio della vecchiaia a chiedersi quale fosse il vero senso di tutto ciò che ha fatto. Non è una storia sulla morte. È una storia sulla distrazione. Sulla facilità con cui si confonde il compito sociale — la professione, il ruolo, le responsabilità — con il Dharma: quella “legge interiore”, quel compito essenziale che appartiene all’essere umano in quanto tale, non in quanto professionista o genitore o cittadino.
Due menti che non si parlano
Per capire perché lo yoga autentico sia così difficile da praticare — e così facile da simulare — bisogna fare un passo indietro nella psicologia che lo sostiene.
Dentro di noi esistono due realtà mentali che operano in modo radicalmente diverso. La prima è la mente cognitiva: quella che ragiona, pianifica, parla, legge questo articolo. È la mente che si iscrive a un corso di yoga con un obiettivo preciso e si informa su quale certificazione vale di più. Funziona attraverso il linguaggio, la logica, la proiezione nel futuro.
L’altra è ciò che la tradizione yogica chiama non-coscienza: una realtà psichica più vasta, più antica, che non conosce né passato né futuro. Vive solo nel presente. Non risponde agli argomenti razionali. Risponde alle immagini, alle sensazioni, alle emozioni vissute nel corpo. È la dimensione in cui abitano i Kleśa — le impressioni profonde che colorano la nostra percezione della realtà senza che ce ne accorgiamo — e i Saṃskāra e le Vāsanā sono quelle memorie emotive e impressioni sedimentate che generano emozioni e pensiero spontaneo, quella voce interiore che commenta e reagisce prima ancora che la mente cognitiva abbia elaborato l’informazione. Il conflitto tra queste due menti è il vero tema dello yoga. Non la flessibilità dei muscoli posteriori della coscia.
L’errore che tutti facciamo
Ogni volta che ci si impone uno sforzo eccessivo per raggiungere una postura, ogni volta che si trattiene il respiro per arrivare un centimetro più in là, ogni volta che si interpreta la disciplina come capacità di fare cose sgradevoli con costanza — si sta inviando alla non-coscienza un messaggio preciso: questa cosa che stai facendo è associata alla fatica e al conflitto. È la non-coscienza, che non comprende il futuro («Soffri adesso per stare meglio domani»), registra solo il messaggio presente: sofferenza. E lo memorizza.
È il paradosso più diffuso nelle pratiche fisiche contemporanee: più ci si sforza, più si rafforza esattamente la resistenza che si voleva sciogliere. C’è invece un meccanismo diverso, straordinariamente efficace, che chi ha bambini piccoli conosce benissimo senza saperlo. La sera, la mamma racconta una favola. Il bambino non processa le parole in modo astratto: le traduce in immagini mentali vive, sensorialmente ricche. Vede il principe, il drago, il castello. E in quella produzione di immagini cariche di emozione piacevole — senza sforzo, senza obiettivo, solo per il gusto di ascoltare — qualcosa si deposita direttamente nella non-coscienza. Il bambino il giorno dopo chiede la stessa favola non per capirne meglio la trama: perché quella sequenza di immagini è diventata una fonte di piacere, e vuole riattivarla. Ciò che si deposita nella non-coscienza non è l’informazione in sé: è l’informazione accompagnata da un’emozione piacevole. La gioia è il vettore. Non lo sforzo.
Hatha: l’unione, non la forza
Hatha — la traduzione più diffusa è “forza”, “vigore” — nasconde in realtà qualcosa di molto più sottile. Ha è il sole, il principio attivo, la mente cognitiva, la volontà. Tha è la luna, il principio ricettivo, la non-coscienza, il corpo che sente. Hatha Yoga non è lo yoga della ‘banale’ forza fisica: è lo yoga dell’unione e della forza interiore di colui che riesce con lucidità a tenere in equilibrio questi due principi, senza che uno dei due possa prendere il sopravvento sull’altro.
Il suo obiettivo non è potenziare l’uno a scapito dell’altro, ma ridurre progressivamente la distanza — e il conflitto — tra le due dimensioni dell’essere umano. Quel conflitto che si manifesta come scissione tra ciò che si vuole fare e ciò che si è capaci di fare; tra l’immagine di sé che si desidera e quella che si abita ogni giorno.
Quando questa scissione si riduce — anche solo per qualche minuto, durante una sessione ben orientata — il praticante sperimenta qualcosa che non si riesce a spiegare facilmente a chi non lo ha vissuto: un’energia e una vitalità insolite, una leggerezza che non dipende da quanto si sia sudato. I bambini vivono abitualmente in questo stato. La loro energia non si consuma nel conflitto interno.
Tapas: ardore, non sacrificio
C’è una parola che ritorna spesso nei testi della tradizione yogica: tapas. Di solito viene tradotta come “austerità” o “disciplina”. E in questa traduzione si è infilata, silenziosamente, tutta l’etica occidentale del sacrificio: sei disciplinato se fai cose che non vuoi fare, se resisti al piacere, se trasformi la pratica in un atto di volontà contro te stesso. Ma tapas, nella sua accezione autentica, significa qualcosa di radicalmente diverso. È l’ardore: il fuoco sacro interiore di chi ha chiarezza su dove vuole andare e si muove in quella direzione non perché deve, ma perché ama. Non c’è conflitto. Non c’è bisogno di forza di volontà. C’è passione.
L’insegnante con vero tapas non si alza ogni mattina per praticare perché è disciplinato: si alza perché la sua non-coscienza desidera quella pratica tanto quanto la sua mente cognitiva. Le due menti si muovono nella stessa direzione. E questo — non la capacità di stare in una postura difficile — è la vera misura del cammino.
Quel che rimane
Lo yoga come arte del vivere non offre tecniche per migliorare le performance. Non promette una schiena più dritta o un sistema nervoso meno reattivo — sebbene queste cose possano arrivare come effetti collaterali di un cammino autentico. Offre, invece, qualcosa di molto più difficile da trasmettere e molto più prezioso da trovare: un modo per ascoltare più chiaramente la propria esistenza. È l’ascolto, di chi abbia provato davvero a stare in silenzio, non si copia, né si imita. Lo yoga non si fa. È una cosa che diventa. E diventare richiede tempo, silenzio, e una pazienza rara di chi non cerca una risposta, ma è disposto ad abitare la domanda.
(Appunti raccolti al workshop di Antonio Nuzzo all’Associazione Artè di Milano, 23-24 maggio 2026)

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