Govinda non è solo uno dei nomi di Krishna, cioè Dio per la metà degli induisti. A Milano, Govinda è il nome di un ristorante fondato 40 anni fa da Madhusevita Prabhu, uno dei dirigenti del Movimento Hare Krishna – ISKCON, in Italia.
La storia comincia da lontano: era il 1966 quando Bhaktivedanta Swami Prabhupada, a 69 anni, lasciò l’India per approdare a New York con una missione ben chiara: diffondere la Coscienza di Krishna nel mondo. Fu l’inizio del Movimento Hare Krishna, ufficialmente noto come ISKCON (International Society for Krishna Consciousness) che negli anni della Summer of Love e del movimento beat, attecchì negli Stati Uniti e da lì si espanse in tutto il mondo. Agli incontri di Prabhupada a San Francisco partecipavano anche Allen Ginsberg e Bob Dylan, ma fu George Harrison il vero “profeta rock” di questa via spirituale indiana vaishnava, cioè che adora Dio nell’incarnazione di Krishna. Anche in Italia esistono diversi templi e comunità e uno di questi si trova vicino a Bergamo, il Villaggio Hare Krishna di Chignolo d’Isola. Govinda è una sua “emanazione” e i fedeli che lavorano nel ristorante appartengono quasi tutti a quella comunità.
Il ristorante non è solo un ristorante. C’è un’atmosfera diametralmente opposta a quella della vicina via Torino, strada dello shopping cheap, nelle ore di punta e nel weekend una sorta di girone dantesco. In via Valpetrosa 5, a solo 50 metri, sei in paradiso. La casa che ospita il locale è antica, le volte raccontano di tempi gloriosi di una Milano che non esiste più da tempo, ma le figure nei quadri alle pareti narrano di qualcosa che accade a migliaia di chilometri da qui, a Vrindavan, sul fiume Yamuna, uno dei tre corsi d’acqua sacri dell’induismo, la Betlemme dei Vaishnava, la patria del Signore Krishna. Lì ha sede il quartier generale del movimento e lì è sepolto il loro fondatore Prabhupada.

Dalla sala, una scala porta direttamente… in India, all’interno di un vero e proprio tempio dove si svolgono le attività del centro e quelle di insegnanti di Yoga ospiti. Non è raro assistere alla pratica quotidiana silenziosa di un Hare Krishna, cioè alla recita di 16 giri della mala (il rosario) di 108 grani col Maha Mantra: Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare. Questo per 1728 volte. Notevole. Qui si mangia bene, mi sono seduto diverse volte ai loro tavoli, ma è importante dire che il cibo qui non è solo cibo: è prasada (o prasad), cioè sono alimenti che sono offerti al Signore Krishna, karma-free, come dicono loro. Cambiano menù tutti i giorni, ma la loro – affermano – non è una scelta commerciale è perché ogni giorno offrono tutto il cibo che cucinano gli chef sull’altare a Krishna. «Questo non è solo un ristorante, ma anche un Centro di prediche, cioè un luogo in cui parliamo di filosofia», dicono.
Il menù è lactovegetariano, cioè ci sono piatti vegani e vegetariani con l’utilizzo di latte, ma senza uova (né carne né pesce, ovviamente). E anche qui c’entra Krishna: utilizzano gli alimenti che – secondo le scritture – “fanno piacere a Krishna” e tra questi c’è il latte, ma non ci sono funghi, aglio e cipolle, per esempio. Per i vegani ci sono le alternative adatte. «Ma è Krishna a dare e il nostro ruolo è quello di offrire, di essere grati», dicono. Ogni giorno nei piccoli tavoli di questo ristorante transitano un centinaio di milanesi in cerca di pace e di buona tavola. Qui lavorano otto persone, tutte regolarmente stipendiate, ma tutte Hare Krishna: «Le persone vengono qui anche perché trovano un mandir, un tempio, cioè un luogo in cui la mente trova la pace», ripetono.
Una volta Indradyumna Swami, uno dei monaci che furono iniziati da Prabhupada, ha detto una frase condivisibile: «Se non sai chi sei, non sai come vivere la tua vita in modo da trovare la soddisfazione che tutti su questo pianeta stanno cercando». E ancora: «Salute spirituale significa che ho fame di conoscenza spirituale e voglio diffonderla». Mi pare di capire che sia questo il senso del «vivere la Coscienza di Krishna», come dicono nel movimento.
Entra un devoto e riconosco che è tale dal tilaka, un particolare segno verticale a forma di V sulla fronte alla cui estremità è disegnata una foglia di tulsi (quello degli shivaiti invece è composto da tre linee orizzontali sulla fronte). Lo salutano con una lunga “litania”: «Vancha-kalpatarubhyash cha/kripa-sindhubhya eva cha/patitanam pavanebhyo/vaishnavebhyo namo namaha». Che significa: «Offro i miei rispettosi omaggi a tutti i vaishnava, i devoti del Signore, che sono come gli alberi dei desideri perché possono soddisfare i desideri di ognuno, e sono pieni di compassione per tutte le anime condizionate». Poi si inchinano e toccano la terra con la mano. Di solito si sdraiano per terra nel saluto, ma qui nel ristorante “abbreviano” il gesto.
Sono quasi le 12.30 è ora di aprire. Cosa si mangia oggi? Dalla cucina una voce femminile recita: «Oggi abbiamo riso con fagiolini, carote e anacardi; zuppa di dal; shahi paneer di spinaci, ceci e patate paneer; pakora di cavolfiore con maionese vegana e insalatina con dressing di barbabietola». Peccato debba andarmene, perché non sapete quanto si mangi bene qui. Sarà per un’altra volta. Hare Krishna, Govinda.
È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
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