“Si narra che un tempo, un demone tiranno minacciava di sconvolgere il mondo. Questa volta nemmeno Viṣṇu o Śiva potevano fare nulla. Il titano era un mostro colossale chiamato Mahisa, che aveva l’aspetto di un gigantesco bufalo. Gli dèi, guidati da Brahmā, si erano rifugiati presso Viṣṇu e Śiva. Descrissero il caso del demone vittorioso e implorarono il loro aiuto. Questi si gonfiarono di collera, e anche le altre divinità, che facevano cerchio intorno a loro, si gonfiarono per la grande indignazione. Immediatamente i poteri impetuosi fuoriuscirono dalle loro loro bocche sotto forma di fuoco. Viṣṇu, Śiva e tutti gli altri dèi emanarono le loro energie, ognuno secondo la sua natura, sotto forma di distese di fiamme. I loro fuochi si fusero insieme e formarono una nube fiammeggiante che prese a crescere e allo stesso tempo gradualmente si condensò. Infine assunse l’aspetto della Dea, provvista di diciotto braccia.
Contemplando questa fausta personificazione della suprema energia dell’universo, questa miracolosa fusione di tutti i loro poteri, gli dèi esultarono e la adorarono come la loro comune speranza. In lei, la “bella delle Tre città”, la femmina eterna e primordiale, erano potentemente integrate tutte le forze particolari e limitate delle loro varie personalità. Un’unione così significava l’onnipotenza. Con un gesto di perfetta resa e abdicazione pienamente volontaria, avevano restituito le loro energie alla Śakti primitiva, la forza unica, la sorgente dalla quale all’inizio tutti avevano avuto origine.
Fu così che la madre di tutte loro, l’energia vitale le riassorbì risucchiandole nel suo grembo universale. Ora era pronta a marciare nella pienezza del suo essere.”
(J. Zimmer, Miti e simboli dell’India)
Con queste parole, Heinrich Zimmer descrive la nascita della Dea, la Śakti, ovvero l’energia creatrice, suprema, l’unica in grado di sconfiggere il demone-bufalo Mahisa. È anche in questo mito che affondano le radici del Navaratri, la grande celebrazione delle energie femminili che, al cambio di stagione, in quello che per noi è l’autunno, pervade l’India intera. Il Navaratri, che nel 2025 inizia il 22 settembre, celebra per nove notti le molteplici forme del femminile sacro. È un periodo di intensificazione spirituale, ma anche un’occasione per riscoprire la presenza della Dea nella quotidianità, nei gesti, nei corpi e nelle parole di ogni giorno.
Una delle rappresentazioni che più mi toccano di questo mito, è quella che si trova nella cittadina di Mamallapuram, nel Tamil Nadu, dove tra le celebri sculture rupestri dei Pallava (VII secolo), si trova anche la storia della Mahishasuramardini. L’opera, scolpita direttamente nella roccia granitica, appartiene alla grande tradizione delle incisioni monumentali del sito archeologico. La scena mostra la dea con più braccia, sottile ed elegante nella postura, armata ma composta, mentre affronta il gigantesco e furioso demone. La sproporzione tra le due figure è significativa: la Dea appare esile, quasi senza sforzo, ma la sua forza è assoluta e inarrestabile. Mahisha, invece, è raffigurato massiccio, animalesco, nel pieno della sua violenza. Ciò che colpisce è la calma invincibile di Durga: la vittoria non deriva da uno sforzo fisico estremo, bensì da un potere intrinseco, saldo e naturale. È la rappresentazione visiva di una verità simbolica: il vero potere non ha bisogno di ostentare forza, ma si manifesta nella quieta certezza della vittoria.
Le tre Dee del Navaratri
Nei nove giorni di festa, la Dea si manifesta in molteplici forme. Tra le più celebrate emergono tre figure cardine: Durgā/Parvati, la guerriera vittoriosa, che incarna forza, protezione e la capacità di distruggere il male; Lakṣmī, portatrice di abbondanza, prosperità e armonia e Sarasvatī, custode della conoscenza, dell’arte e della musica. Ciascuna fase del Navaratri è dedicata a una di esse, quasi a scandire un percorso spirituale: dalla forza necessaria per affrontare le difficoltà, alla ricchezza interiore ed esteriore, fino alla conquista della sapienza. Il decimo giorno, noto come Dussehra o Vijayadaśamī, celebra la vittoria del bene sul male e segna il culmine del festival.

Le Amman Devi del Sud India: Dee madri tra villaggi e tradizione
Nel paesaggio religioso del Sud India, accanto ai grandi templi dedicati a Shiva o Vishnu, vive un pantheon altrettanto potente e sentito: quello delle Amman Devi, le dee madri. Il termine Amman significa infatti “madre” e racchiude la dimensione più prossima, intima e comunitaria del divino femminile. Le Amman sono dee radicate nel territorio, custodi dei villaggi e delle comunità rurali. Non hanno sempre grandi santuari di pietra: spesso si trovano in piccoli templi di villaggio, accanto ad alberi sacri o in semplici strutture che diventano centri vitali per la comunità. La loro presenza è percepita come immediata: la Devi non è lontana, ma vicina, pronta a proteggere e, se trascurata, a punire. Queste divinità incarnano l’ambivalenza tipica della Śakti, l’energia cosmica femminile. Possono essere benevole e dispensare piogge, fertilità e guarigione, oppure assumere aspetti terribili e portare malattie come il vaiolo, carestie e calamità. Proprio per questo il culto delle Amman è legato a rituali intensi, che oscillano tra la devozione gioiosa e il timore reverenziale. Durante le feste annuali i villaggi si riempiono di processioni, offerte, danze rituali e momenti di trance, in cui la dea sembra incarnarsi nei corpi dei devoti.
Molte di queste dee hanno origini arcaiche, legate a culti dravidici e tribali, e solo in seguito sono state assimilate nel più ampio pantheon sanscrito. Così, Mariamman, dea della pioggia e della guarigione, viene identificata con forme di Parvati o Durga; Renuka Yellamma diventa simbolo di maternità e sacrificio; Angalamman è temuta e venerata come potente guerriera. Ogni villaggio custodisce però una propria Amman, unica nella sua identità, anche se spesso riconducibile a una più ampia tradizione.
Il culto delle Amman Devi mostra come la religiosità dell’India del Sud non si limiti a un rapporto astratto con il divino, ma sia profondamente incarnata nella vita quotidiana, nei cicli agricoli, nella salute e nella sopravvivenza delle comunità. In esse si riconosce la forza del femminile come energia vitale e indomabile: una madre che nutre, protegge, ma che non si lascia mai addomesticare del tutto. Le Amman sono dunque più che divinità: sono la manifestazione viva della Śakti nella vita dei villaggi, un legame costante tra la terra e il divino, tra paura e devozione, tra l’umano e l’infinito.
Dal mito al quotidiano
La celebrazione del femminile non si esaurisce nelle grandi narrazioni mitiche, ma, come accennato in precedenza, si radica nella vita quotidiana, basti pensare ai rituali che accompagnano le donne fin dai momenti di passaggio. Uno dei più significativi è la cerimonia del menarca, che segna l’ingresso della ragazza nella giovinezza e la sua potenzialità generativa. In molte regioni dell’India, questo rito è celebrato con grande solennità: la giovane viene adornata con fiori e gioielli, riceve doni e benedizioni, ed è riconosciuta come portatrice della stessa energia creatrice della Dea. È, in un certo senso, il momento in cui la Śakti si manifesta pienamente nel suo corpo, trasformando la venerazione della Dea idealizzata nell’adorazione concreta della donna in carne e ossa.
Accanto a questi passaggi solenni, la devozione si rinnova nei gesti quotidiani: le pūjā domestiche, le ghirlande di gelsomini freschi intrecciati tra i capelli, che sprigionano profumo nello spazio circostante, o l’instancabile lavoro – dentro e fuori casa – che rende le donne “guerriere” silenziose della vita quotidiana. Tanto belle quanto feroci, come le dee che incarnano.

Navaratri a Milano: celebrare la Śakti attraverso danza e parola
In occasione del Navaratri, l’Accademia Sangam, in collaborazione con il Museo d’Arte e Scienza di Milano e varie realtà culturali del territorio, propone un percorso articolato tra riflessione, danza e spiritualità, con eventi distribuiti su più giornate, tra il 22 settembre e il 5 ottobre.
26 settembre – Onde di Bellezza: Danza e Immaginazione Estetica nel Pensiero Indiano
Presso il Museo d’Arte e Scienza di Milano, si terrà il convegno «Onde di Bellezza: Danza e immaginazione estetica nel pensiero indiano» che vedrà esperti indologi e danzatori confrontarsi in un dialogo interdisciplinare tra Bharatanatyam e filosofia indiana. Ogni intervento teorico sarà accompagnato da brevi performance danzate, appositamente coreografate per rispecchiare i contenuti trattati. Un’occasione unica per vedere come il pensiero indiano possa incarnarsi nel gesto, in un continuo fluire tra parola e movimento.
27 settembre – Śakti: uno spettacolo per il Festival Yatra
All’interno del Festival Yatra, presso il centro yoga «La Via del Respiro» (Villapizzone), andrà in scena uno spettacolo interamente dedicato alla Śakti, alle sue manifestazioni mitiche e al suo potere trasformativo. Attraverso la danza e la narrazione, il pubblico verrà guidato in un viaggio attraverso le dee, i simboli e le energie che incarnano il potere del femminile nella tradizione indiana, con il gruppo di danzatrici della compagnia Antharam.
3 ottobre – Dall’India a Milano: danza, letteratura e musica
Il ciclo di celebrazioni si concluderà il 3 ottobre con due appuntamenti di particolare rilievo:
– Presso il centro Associazione Artè Yoga, una conferenza dimostrazione dal titolo «Nritya Kavya – Literary Themes in Classical Dance and Theatre», con la partecipazione del duo Nirupama e Rajendra, rinomati artisti della danza classica indiana, e dell’esperto di estetica e letteratura sanscrita Arjun Bharadwaj. Un incontro che esplorerà il legame profondo tra testo, poesia e gesto, alla base della tradizione performativa indiana.
– Sempre all’interno del Festival Yatra, lo spazio La Via del Respiro di Villapizzone ospiterà una serata speciale che inizierà con una conferenza della studiosa Marilia Albanese, seguita da un concerto del maestro Saxophone Ramanathan, noto per le sue suggestive interpretazioni della musica carnatica al sassofono, in un ponte sonoro tra tradizione e innovazione.
Una celebrazione del femminile tra tradizione e contemporaneità
Attraverso questi eventi, danza, musica, parola e spiritualità si intrecciano per offrire uno sguardo ampio e sensibile sulla Śakti – non solo come divinità, ma come forza viva e creativa che attraversa i corpi, i linguaggi e le culture. Il Navaratri a Milano si trasforma così in un viaggio artistico e interiore, che dalla tradizione millenaria dell’India si apre al presente europeo, toccando cuori, menti e sensibilità contemporanee.

«Onde di Bellezza: Danza e immaginazione estetica nel pensiero indiano»
Dialoghi interdisciplinari tra Bharatanatyam e Indologia, ispirati alla figura della Dea.
h 10.00
Giuliano Boccali:
La grande Dea: il “femminile” nei miti e nel pensiero dell’India
Danzatrici: Diya e Avni Rani
h 10.50
Anna Tosato:
La danza leggiadra della dea. Una riflessione su arti performative, artisti e scultura nei templi dell’India classica e medievale.
Danzatrici: Harshita Kasela e Nandini Devi
h 11.40 – Intervallo per il tè
h 11.50
Domenico Muscianisi:
Quando le mani parlano: metafore della Devi tra lingua e danza
Danzatrici: Chandra Ferigo e Angelika Pillai
12.45- 13.40 pausa pranzo
h 13.40
Cinzia Pieruccini e Chiara Policardi:
I piedi della dea: bellezza e devozione. Strofe della Saundaryalaharī
Danzatrici: Lucrezia Maniscotti e Bagya Vivekananda
h 15.00
Marilia Albanese:
Ragini: emozioni al femminile nella musica e nell’iconografia indiana
Danzatrice: Harshita Kasela

Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



