Tra le grandi religioni nate in Asia orientale, il buddhismo è quella che più profondamente ha attraversato i confini geografici e culturali, affascinando un Occidente sempre più secolarizzato e, forse proprio per questo, in cerca di nuovi orientamenti interiori. Uno dei luoghi in cui si ritrova il buddhismo tibetano nella sua forma più pura e in una regione dell’India del Nord, il Ladakh. Conosciuto come “la terra degli alti passi di montagna”, il Ladakh è spesso definito anche “piccolo Tibet”. Qui, tra vallate sospese oltre i 3.000 metri di quota e catene montuose che superano i 7.000, la cultura tibetana ha trovato rifugio e continuità a partire dal IX secolo, quando l’Impero tibetano estendeva la sua influenza dall’altopiano del Tibet fino alle propaggini del Karakorum e del Pamir. Oggi, mentre l’accesso al Tibet storico è fortemente limitato, il Ladakh rappresenta una delle poche regioni in cui è ancora possibile osservare da vicino il buddhismo mahayana nella sua forma tibetana, inserito nel tessuto quotidiano della società.
Il viaggio verso il Ladakh è già di per sé un’esperienza di progressivo distacco dal mondo ordinario. Da Leh, la capitale regionale, situata a circa 3.500 metri di altitudine, le strade si arrampicano verso alcuni dei passi carrozzabili più alti del pianeta. Il più celebre è il Khardung La, che supera i 5.300 metri: una linea sottile tra cielo e terra, dove anche in piena estate la temperatura può scendere sotto lo zero e l’ossigeno si fa raro. Qui l’esercito indiano, presenza costante e visibile, lavora senza sosta per mantenere aperte le vie di comunicazione, spesso spazzando la neve dopo ogni perturbazione.
La posizione strategica del Ladakh, incuneato tra Pakistan e Cina, ne fa una delle regioni più militarizzate dell’India. Convogli di mezzi corazzati, caserme imponenti e posti di controllo punteggiano il paesaggio. Eppure, accanto a questa infrastruttura bellica, si ergono monasteri buddhisti secolari, arroccati su speroni di roccia come fortezze del silenzio. Il contrasto è netto e quasi surreale: da un lato la logica della difesa e del confine, dall’altro una tradizione interamente votata alla contemplazione, alla disciplina interiore e alla compassione.
I monasteri del Ladakh non sono semplici luoghi di culto. Sono centri di studio, custodi di testi antichi, spazi comunitari e, soprattutto, ambienti plasmati da un’estrema austerità. Gli inverni, lunghi e rigidissimi, portano temperature che scendono regolarmente sotto i –20 °C. Il clima è semi-arido, con forti escursioni termiche. In estate, lungo i versanti più bassi, le temperature possono superare i 30 °C, mentre in inverno il gelo domina le altitudini superiori ai 4.000 metri. La vegetazione è scarsa e adattata a condizioni estreme: basse erbe, cespugli e poche aree coltivabili concentrate lungo i corsi d’acqua, dove l’ingegno umano ha reso possibile la vita attraverso complessi sistemi di irrigazione. Per secoli, generazioni di monaci hanno vissuto e meditato in stanze di pietra prive di riscaldamento, adattando la pratica spirituale a un ambiente che non concede nulla. In questo contesto, la disciplina buddhista appare inseparabile dal paesaggio: la montagna non è solo sfondo, ma maestra silenziosa di essenzialità.
Dal punto di vista geografico, il Ladakh è dominato dalla catena omonima, una propaggine sud-orientale del Karakorum che si estende per circa 370 chilometri. I monti del Ladakh corrono paralleli al fiume Indo, lungo la sua sponda nord-orientale, con creste che raggiungono in media i 6.100 metri. Dal punto di vista geologico, la catena è costituita prevalentemente da rocce granitiche del cosiddetto batolite del Ladakh ed è delimitata a nord dalla zona di sutura dello Shyok e a sud da quella dell’Indo, testimonianze dell’antica collisione tra la placca indiana e quella eurasiatica.
In Ladakh, spiritualità e geografia non sono dimensioni separate. Il buddhismo tibetano, con la sua enfasi sull’impermanenza, sulla compassione e sull’osservazione della mente, sembra trovare in queste terre elevate una naturale risonanza. Qui, tra passi vertiginosi e monasteri scolpiti nella roccia, il viaggio non è soltanto uno spostamento nello spazio, ma un’immersione in un modo di abitare il mondo che resiste, ostinato e silenzioso, alle semplificazioni della modernità.
Per noi italiani poi esiste una forte connessione con questa regione perché proprio lì, sorge il monastero dell’unico Lama buddhista tibetano reincarnato italiano: Lama Paljin Tulku. Il piemontese Arnaldo Graglia – questo è il suo nome prima di diventare Lama – era un appassionato ricercatore spirituale buddhista, che spesso frequentava quella regione remota. È scritto sul sito del Centro Mandala di Milano che ha fondato e dirige: «Dopo una lunga ricerca spirituale, accompagnata da viaggi in Nepal e Tibet, ha preso i voti di novizio a Dharamsala nel 1991 con Geshe Tenzin Gonpo e il ven Thamthog Rinpoche. Nel 1993 ha ricevuto la completa ordinazione di monaco, presso il Monastero di Sera Je in India dal ven Thamthog Rinpoche». Ma è in Ladakh che, dopo alcune visioni rivelatorie, nel 1995 viene riconosciuto nel monastero di Lamayuru «reincarnazione» di Je Paljin, Lama vissuto lì intorno al 1600, e si è insediato sul trono del monastero di Atitse poco lontano. Oltre al Mandala, Paljin-Graglia ha anche fondato nel 1991 il Monastero Mandala Samten Ling di Graglia Santuario, in provincia di Biella, sede italiana della tradizione Drikung Kagyu, ed è anche direttore spirituale del Centro Mandala Deua Ling”di Merano. Ma il suo focus maggiore è proprio il Ladakh e la comunità che sorge intorno al “suo” monastero, cui dedica ampio sforzo per sostenerla e promuoverne l’importanza culturale e religiosa.
Il suo pensiero porta il vento di quella terra lontana: «Il principale dono che il buddhismo può offrire all’uomo moderno è, oggi come ieri, il sentiero della saggezza», ha detto Lama Palkin a Stefano Bettera sul mensile «Buddhismo». «Quella saggezza che non è il frutto di elaborate filosofie, ma che ognuno può direttamente trovare dentro di sé attraverso una crescita interiore che si basa sullo studio, sulla ricerca, sulla riflessione e sulla pratica meditativa. Solo riconoscendo che tutti i fenomeni hanno un unico sapore potremo arrivare all’equanime accettazione, a non giudicare, ad avere rispetto e cura di tutto ciò che vive e di ciò che ci circonda. Se ciascuno di noi sapesse affrontare ogni aspetto della vita nella prospettiva delle quattro nobili realtà e dell’ottuplice sentiero, sarebbe un grande beneficio per tutto il pianeta».

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