
Amrita Ceravolo nel suo centro di via Bergamo a Monza, Accademia Satya Yoga. (Tutte le foto sono di M.R.Conti).
Amrita Ceravolo “vive” da sempre per il suo ashram cittadino, l’Accademia Satya Yoga di via Bergamo, che ha fondato nel cuore di Monza. Dopo 23 anni di pratica yoga, nel 2022, a 46 anni, si è trovata di fronte a una delle prove più grandi della sua vita: la diagnosi di un tumore al seno. E in un istante, le sue certezze sono crollate. In quel momento non poteva sapere che stava per affrontare e vincere la più grande sfida della sua vita. Oggi i suoi capelli ricci sono tornati a splendere, segno che il tempo e la forza hanno fatto il loro corso. Nei nei suoi occhi la luce intensa di una donna che ha attraversato una tempesta e ne è uscita trasformata.
Lo racconta in un libro che il 23 novembre esce per Om Edizioni, «Il canto di Alya – Per chi attraversa una prova, per chi cerca un senso, per chi vuole ricordarsi chi è davvero». «Diverse persone mi chiedevano un libro autobiografico che raccontasse i miei viaggi e le mie vicissitudini, la mia vita non facile», ci racconta. «Pensavo: “Non sono Ronaldo, a chi può interessare? E poi cosa dire e cosa no? Come farlo? E a che scopo leggere un libro che non tratta di yoga?”. Un giorno ho iniziato scrivendo sull’app “Note” del telefono. Ho continuato in estate quando vado nello stesso luogo da 40 anni, un paese della Calabria ricco di ispirazione. Lì porto sempre il mio computer che è il mio terzo figlio e lì nascono i miei progetti. Ho passato le notti davanti allo schermo, perché quando ti viene da scrivere non puoi smettere…».
Nel Canto di Alya c’è tutta la sua vita, il suo spirito di guerriera, la sua anima in perenne ricerca, nella storia della protagonista, Mariasole/Alya: «Sì, ci sono io, quello che mi è successo, nella malattia e non solo. E tutto è

Amrita Ceravolo sotto il ritratto di Sai Baba, il suo guru.
strettamente collegato, c’è un filo conduttore che porta a uno stesso punto, l’affidarsi. Quando ho perso di vista questa intenzione, tutto è crollato. C’è il filo del servizio all’altro che mi è stato insegnato dai miei genitori e che mi ha portato al volontariato, e oggi seguo delle famiglie di Gaza che sono a Milano, lo faccio giornalmente. Da quando ero bambina sento questa urgenza di mettermi al fianco di chi ha bisogno e ho scoperto che è lo stesso “filo” che mi lega a mia nonna paterna, che ospitava persone in casa durante la guerra, quando preparava il pane di nascosto».
Una guerriera della luce che un giorno si è trovata davanti a una diagnosi durissima. Proprio lei che aveva dedicato la sua vita di insegnante Yoga alle persone con malattie oncologiche e psichiatriche, donne con HPV o tumore al collo dell’utero, e pazienti affetti da sclerosi multipla. Lei che non fumava, seguiva una dieta bilanciata e sana, non beveva alcol, praticava yoga e meditazione. «Davanti alla diagnosi ho pensato: “Lo yoga non serve a niente, mi sono ammalata!”», ci aveva raccontato tempo fa, seduta sotto il grande ritratto di Sai Baba, il suo maestro spirituale. E ci confidava che «poi è arrivata la tempesta: la rabbia, la paura, il dolore. Soprattutto la paura di morire e di lasciare le mie due figlie adolescenti».
Quel giorno tutto è cambiato. Anche il suo modo di insegnare yoga a quelle donne oncologiche, perché, raccontava, «ora vivevo esattamente ciò che loro vivevano». E il suo yoga si è fatto più intimo. «Quando mi sono ammalata lo Yoga è entrato non in forma di asana e tecniche, ma sotto forma di insegnamenti che razionalmente avevo compreso, ma che dovevano essere messi alla prova», ci dice oggi. «Mi rendo conto come tutte le situazioni pesanti che mi sono capitate è come se mi avessero reso più empatica in accademia così come nell’aiutare il senzatetto o le famiglie di Gaza. Prima della separazione da mio marito, la mia vita era perfetta: vedevo intorno a me tanto dolore, ma qualunque cosa desiderassi mi arrivava. Poi il meccanismo si è rotto. Ma ho capito perché, e quando l’ho compreso è “tornato”. Conoscevo gli insegnamenti, ma finché non li vivi, è come leggere una ricetta per fare le lasagne. Quando le cucini, è un’altra cosa».
«Come stai oggi, Amrita», le chiedo.
«A livello fisico mi sento bene», ci spiega, «sono sempre sotto controllo mensile, seguo le terapie per ridurre le possibilità di recidive. Sono convinta del fatto che siccome il pensiero crea, devo non-pensarci. Certo, quando sono sotto esami c’è il sottofondo della paura, sono ancora in cammino, ma sono tornata in Accademia, il corpo lo uso di più, sento gli indolenzimenti della pratica. La consapevolezza è molto Yoga. Fare Yoga non ti rende un illuminato. Non ti esime dalle emozioni, dall’arrabbiatura e dalla paura. Anzi, vivi le situazioni in modo più vivido, fisicamente e interiormente. Riconosci la paura e la rabbia e ti accorgi di come sei sempre allievo e in cammino. È Yoga vissuto, è lavoro costante. E vai più nel profondo, sempre di più…».

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