Studiando lo sconfinato corpus di testi dello Yoga ci imbattiamo sovente nel concetto di karman: la legge che sovrintende il ciclo ininterrotto di nascite e morti. Di contro non è facile trovare riferimenti testuali che ci facciano capire da dove veniamo e come nasciamo.
Alcune affascinanti teorie su questi temi le troviamo nella Caraka-Samhita, testo di riferimento dell’Ayurveda, attribuito da alcuni studiosi nientepopodimeno che a Patanjali. Diviso in otto parti, per rifarsi al modello letterario canonico dell’Astādhyāyī di Panini, il trattato copre tutto lo scibile dell’epoca in campo medico.
Come gran parte dei testi filosofici antichi l’opera si presenta in forma di dialogo. Il discepolo più bravo o un altro saggio fanno le domande e il maestro, in questo caso il mitico saggio Ātreya, risponde punto per punto.
Nel IV libro, lo Sārīrasthāna, quello sul corpo, si parla di come il sé trasmigrante “discenda” sulla Terra attraverso l’embrione. Ātreya sostiene che con le giuste congiunzioni (samsarga) fra sangue, seme e mente si forma l’embrione: originato «dalla madre, dal padre, dal sé, dai regimi salutari, dai succhi nutrienti e dalla mente mediatrice«. A questa tesi si oppone con forza il saggio Bharadvaja, che la smonta punto per punto. Al che Ātreya si trova costretto a spiegare nel dettaglio la sua teoria.
Prima enumera le parti dell’embrione che derivano dalla madre e dal padre, e poi passa a descrivere ampiamente la parte relativa al sé. «L’embrione nasce dal sé, giacché il sé dell’embrione è lo spirito interiore e viene chiamato jīva, sé vivente. Esso è eterno, non soggetto a malattie, invecchiamento, morte e distruzione, non può essere fatto a pezzi, trafitto o scosso, assume tutte le forme, compie tutti gli atti, è immanifesto, privo di inizio o fine, indefettibile».
Ma di che cosa è fatto l’embrione? «È il prodotto dello spazio, dell’aria, del fuoco, dell’acqua e della terra. La coscienza è detta essere il sesto costituente dell’embrione». Quindi non siamo solo materia. Siamo immanenza ma anche, e soprattutto, trascendenza. È infatti il sé che decide di entrare in un nuovo corpo e di dargli forma, condensando gli elementi materiali, dal più sottile, lo spazio, al più solido, la terra.
Il passaggio del sé e da un corpo all’altro è un processo che si compie istantaneamente, come recita la Brhadāranyaka-Upanisad: «Come una sanguisuga su un filo d’erba giunto all’estremità procede su di un altro filo e si raccoglie [in quello] così il sé abbandonato il corpo, e resolo incosciente, si porta in un altro supporto e si raccoglie [in quello]» (B.U.4.4.3).
Lo stato embrionale è una specie di Terra di Mezzo: «L’embrione è contemporaneamente nato e non nato e le due cose- il fatto di essere nato e il fatto di dover ancora nascere- coesistono. Nato, nasce; non nato in relazione agli stati futuri esso genera da sé, se stesso». Quindi la nascita «non è che il passaggio ad uno stadio successivo per età e condizione».
In sostanza sbagliamo a pensare che ci sia “un’età dell’incoscienza” poiché il sé è sempre presente il tutte le fasi della nostra vita. È la qualità delle memorie che varia. Quando si incarna in un altro corpo l’ātman porta con sé le memorie della vita precedente, sotto forma di impressioni latenti. Durante la vita fetale esso conserva il ricordo delle esperienze pregresse ma nel momento del parto il vento della nascita gli procura l’oblio del passato. Questo è ciò che afferma la Garbha-Upanisad: «Allora la persona, raggiunta l’apertura dell’utero, viene stretta sulla soglia e nasce con gran dolore: appena nata è investita da un vento omnipervadente e allora non ricorda più le nascite e le morti, le azioni compiute, buone e cattive». (G.U.4). Finché siamo nel grembo materno conserviamo un legame con la vita precedente e poi, respirando questo mondo, resettiamo tutto e ripartiamo da zero.
Tuttavia il ricordo delle vite precedenti non è impossibile. Se riuscissimo a raggiungere lo stato di mente pura potremmo essere come Buddha, che nella notte del risveglio vide tutte le sue vite. Del fatto che con la mente associata alla qualità della chiarezza è possibile ricordare le esistenze precedenti parla pure Patanjali, nel sutra 3.18, quando dice che con la percezione diretta delle impronte residuali (samskara) lo yogin viene a conoscere le proprie nascite anteriori. Non è affascinante pensare che attraverso il lavoro sulla purificazione di citta potremmo raggiungere la qualità della percezione e la memoria sperimentate nella nostra vita pre-natale?
Il ruolo della mente nella “discesa dell’embrione” è fondamentale. Ātreya lo dice chiaramente: «La mente è il fattore di collegamento fra il sé vivente e il corpo senziente». Stiamo parlando di manas, la mente che controlla le facoltà di senso, che “è di tre tipi: pura- śuddha, quella dove prevale sattva, la chiarezza, poi c’è quella “colorata” dove prevale rajas, la passione, e infine la mente “scura” quella dove prevale tamas, l’oscurità”. Ātreya non ci dà buone notizie quando afferma che «la qualità prevalente in manas sarà presente anche nell’esistenza successiva». Sembra proprio che siamo destinati ad avere un mentale instabile anche nelle prossime vite, a meno che non ci mettiamo a praticare tanto, tanto, tanto yoga.
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