Tutte le grandi tradizioni sapienziali e tutti i grandi maestri che hanno indagato la natura della coscienza umana ci indicano una stessa direzione: la chiave della sofferenza e della felicità non si trova esclusivamente nelle circostanze esterne, ma nella relazione che abbiamo con noi stessi e con ciò che crediamo di essere.
La domanda fondamentale da cui nasce ogni autentica ricerca interiore è semplice solo in apparenza: chi sono veramente?
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. Il corpo cambia, le relazioni cambiano, le idee cambiano, i ruoli che ricopriamo cambiano. Se tutto può trasformarsi, allora dove si trova quella parte di noi che rimane presente attraverso tutti questi cambiamenti? Qual è quello spazio interiore che osserva il susseguirsi delle nostre esperienze senza essere completamente definito da esse?
La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a ciò che osserva il cambiamento.
Una delle grandi confusioni dell’essere umano nasce dal fatto che spesso sovrapponiamo ciò che siamo con ciò che ci accade. Quando siamo tristi diciamo “sono triste”; quando proviamo ansia diciamo “sono ansioso”; quando attraversiamo un periodo difficile diciamo “sono un fallimento”. Il linguaggio quotidiano rivela una identificazione profonda: trasformiamo un’esperienza temporanea in una definizione della nostra identità.
Lo Yoga della conoscenza ci insegna invece a creare uno spazio tra noi e i contenuti della nostra esperienza. La mente e la coscienza non sono la stessa cosa. La mente è lo strumento attraverso cui elaboriamo informazioni, ricordi, percezioni, emozioni e pensieri. È come un grande sistema di elaborazione che raccoglie tutto ciò che abbiamo vissuto e costruisce continuamente interpretazioni della realtà. La coscienza, invece, è lo spazio nel quale tutto questo appare: il principio osservatore, la presenza capace di vedere pensieri, emozioni e sensazioni senza essere necessariamente dominata da essi. Coltivare questa capacità significa sviluppare il punto di vista del testimone, non per allontanarsi dalla vita,ma per partecipare con più libertà. Le pratiche introspettive dello Yoga hanno lo scopo di ampliare la consapevolezza per riconoscere i meccanismi automatici della mente e distinguere quello che appartiene alla nostra natura da quello che è stato costruito attraverso la nostra storia personale.
Ogni giorno reagiamo agli eventi attraverso schemi che spesso non abbiamo scelto consapevolmente. Sono il risultato delle esperienze vissute, degli insegnamenti ricevuti, delle emozioni ripetute e delle abitudini consolidate. Quante volte sappiamo quale sarebbe la scelta più utile, ma ci troviamo comunque a ripetere lo stesso comportamento? Quante volte desideriamo rispondere diversamente, ma una vecchia reazione prende il sopravvento? Questi movimenti subconsci corrispondono ai concetti di samskara e vasana, che poi sono la impressioni, tendenze e abitudini interiori che influenzano il nostro modo di percepire e agire, di essere e di fare.
La somma delle azioni che nascono da questi schemi crea quello che chiamiamo karma, naturale risultato della ripetizione: ciò che ripetiamo diventa più forte, ciò che coltiviamo diventa una direzione della nostra vita. In questo senso molti vivono come se fossero seduti sul sedile posteriore della propria esistenza, mentre vecchie abitudini e condizionamenti tengono il volante.
La psicologia contemporanea e le antiche tradizioni dello Yoga arrivano, con linguaggi diversi, a una comprensione simile: gran parte delle nostre risposte quotidiane nasce da processi inconsci e automatismi acquisiti. Diventare consapevoli significa recuperare progressivamente la possibilità di scegliere.
I Siddha, antichi maestri del Sud dell’India, avevano già esplorato profondamente questa condizione umana e indicavano nella disciplina interiore la via della trasformazione. La parola «disciplina», però, rischia oggi di evocare sacrificio o rigidità. Il termine sanscrito sadhana esprime un significato molto più ampio: è ciò che facciamo per ricordare chi siamo e per lasciare andare ciò che non siamo. Non si tratta semplicemente di acquisire nuove informazioni o comprendere concetti spirituali. Si tratta di trasformare il modo in cui percepiamo noi stessi e la realtà.
La tradizione dei Siddha appartiene alla grande corrente dello Yoga di Śiva, una delle più antiche tradizioni spirituali ancora viventi. I Siddha sono descritti come maestri realizzati che hanno dedicato la propria esistenza alla trasformazione integrale dell’essere umano, lavorando sull’insieme dei suoi livelli: fisico, vitale, mentale, intuitivo e spirituale. Il loro insegnamento non invita a fuggire dal mondo, ma a partecipare alla sua trasformazione attraverso una maggiore consapevolezza. La realizzazione spirituale non viene presentata come un ritiro dalla vita, ma come la capacità di manifestare pienamente la coscienza nella vita quotidiana.
Il Kriya Yoga nasce all’interno di questa visione: un insieme di strumenti lasciati in eredità dai Siddha per sviluppare padronanza interiore, presenza e conoscenza di sé. Il Kriya Yoga è aperto a chiunque desideri intraprendere un cammino di trasformazione personale. Non richiede appartenenze culturali, sociali o religiose, né particolari capacità fisiche o esperienze precedenti.
Può essere integrato con altri percorsi spirituali o discipline yoga perché lavora sul principio universale della relazione consapevole con la mente, il corpo e la coscienza. La pratica richiede responsabilità personale, gli strumenti ricevuti diventano realmente trasformativi solo attraverso l’applicazione costante, l’osservazione sincera di sé e la disponibilità a incontrare anche quegli aspetti interiori che normalmente tendiamo a evitare.
L’iniziazione al Kriya Yoga rappresenta il primo incontro diretto con queste tecniche, un momento dedicato nel quale le pratiche sono trasmesse nella loro forma completa da un Acharya autorizzato. Nella prima iniziazione ci sono diverse tecniche, tra cui 7 Kriya Kundalini Pranayama e 7 pratiche di Kriya Dhyana Yoga, insieme ad alcune asana preparatorie che favoriscono l’integrazione dei processi interiori. L’approccio alterna comprensione e esperienza diretta, perché nel Kriya la conoscenza è esperienza vissuta.
La pratica meditativa non consiste semplicemente nel rilassarsi o nel cercare di eliminare i pensieri: i Dhyana Kriya sono un metodo di addestramento progressivo della coscienza. Molte persone meditano senza una mappa, confondono il silenzio momentaneo con la stabilità mentale e si scoraggiano quando emergono pensieri o emozioni. Il Kriya Yoga propone un sistema completo e progressivo per sviluppare attenzione stabile, chiarezza e presenza. Attraverso una pratica regolare è possibile imparare a osservare i propri processi mentali, riconoscere condizionamenti e reazioni automatiche, integrare respiro, corpo e mente e sviluppare una relazione più libera con le proprie esperienze.
L’obiettivo non è diventare “spirituali” nel senso di assumere un’identità diversa, ma diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere. Non si cercano esperienze straordinarie, si costruisce una base di consapevolezza sufficientemente solida perché ogni esperienza della vita possa essere attraversata con maggiore lucidità. Per questo motivo il Kriya Yoga non è una tecnica veloce né una raccolta casuale di esercizi ma una disciplina progressiva, integrata e sostenibile nel tempo, destinata a chi desidera un lavoro serio sulla coscienza.
Ogni iniziazione è un percorso intensivo di apprendimento e pratica, un tempo fatto per fermarsi, osservare, ricevere strumenti concreti per iniziare un cammino personale verso una conoscenza più autentica di sé.
La trasmissione del Kriya Yoga avviene secondo la modalità tradizionale, orale e solo in presenza. Questo ha garantito nel tempo la correttezza e continuità degli insegnamenti. Le tecniche ricevute sono destinate alla pratica personale e al proprio percorso interiore. Partecipare all’iniziazione significa assumersi un impegno verso la propria crescita come disponibilità a osservare, praticare e trasformare gradualmente il proprio modo di vivere. Perché il grande viaggio dell’uomo non è diventare altro, ma ricordare ciò che è sempre stato.

L’iniziazione al Kriya Yoga di Babaji e dei Siddha sarà proposta a Cividale del Friuli dal 2 al 4 ottobre 2026, in un incontro organizzato e sponsorizzato da La Via del Cuore APS con sede a Buja (UD).
Conduce Chandradevi, Kriyayoga Acharya autorizzata da Babaji’s Kriya Yoga Order of Acharyas (Canada – India – Sri Lanka).
Per info e prenotazione, Kriyaban Stefano Virgilio per i dettagli: laviadelcuore66@gmail.com
È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



