Che cos’è l’energia? Siamo abituati a considerarla una forza, qualcosa che possediamo, che utilizziamo e che possiamo esaurire. Nello Yoga, nel Tantra e nel Vedanta, Shakti esprime un concetto assai più complesso, che riguarda le qualità dell’energia e, soprattutto, la relazione. Perché non esiste energia senza relazione, nessuno basta a se stesso e la stessa Shakti trova la propria espressione nell’incontro con Purusha, con Shiva, la coscienza.
Una formulazione tradizionale rende bene il senso di questa relazione: senza Shakti, Shiva è inerte; senza Shiva, Shakti non trova nella coscienza il proprio principio complementare. È nell’incontro tra questi due aspetti che prende forma la manifestazione, qualcosa di creativo. Qualcosa di vivo.
Nel pensiero tantrico, Shakti è la potenza originaria che si manifesta attraverso molteplici forme. Nella cultura indiana, la mitologia ha dato un volto a queste differenti qualità dell’energia attraverso le divinità femminili, ciascuna delle quali rappresenta una particolare dimensione dell’esistenza e della coscienza.
Brahma ha il compito di portare i mondi alla manifestazione, ma la sua forza creatrice si esprime attraverso Saraswati, la Shakti della conoscenza, del sapere e della parola. Vishnu preserva e sostiene ciò che è stato creato e la sua Shakti è Lakshmi, espressione dell’energia che nutre, protegge e genera prosperità e abbondanza. Shiva presiede alla dissoluzione delle forme e delle strutture e la sua Shakti assume aspetti differenti attraverso Parvati, Durga e Kali: dalla forza generatrice e trasformativa alla potenza guerriera, fino all’energia radicale della dissoluzione.
Sono rappresentazioni di qualità diverse dell’energia, ma tutte rimandano a un principio originario che nella tradizione Shakta trova la propria espressione nella Maha Devi, la Grande Dea.
L’intenzione, il motore della nostra energia
A monte di tutto questo c’è un pensiero, c’è una mente che evoca la Shakti. E prima ancora esiste qualcosa che determina la direzione della nostra energia: l’intenzione. L’intenzione è il motore di avviamento dell’energia che abbiamo dentro di noi. Quando si spegne l’intenzione, poco dopo rischia di spegnersi anche la vita. Quando perdiamo di vista l’intenzione che ha dato origine a un rapporto, finiscono gli amori, si esauriscono le relazioni, perdono significato anche le attività che occupano gran parte delle nostre giornate.
Ma che cosa significa veramente intenzione? L’intenzione è la nostra mission, il punto di partenza profondo dal quale prende forma qualsiasi percorso. È da lì che nasce il risveglio. Non va confusa con la forza di volontà, con lo sforzo che imponiamo a noi stessi per raggiungere un risultato. È piuttosto una volontà che nasce dall’intuizione, dalla percezione che il nostro destino ci spinge verso una determinata direzione. Spesso questa intuizione è confusa, sommersa dai pensieri, dalle aspettative e dalle contraddizioni della mente. Ed è proprio il lavoro dello Yoga, attraverso il respiro, gli asana, i mantra e lo Yoga Nidra, che può permetterle di emergere dal caos. La mente, dunque, è uno strumento fondamentale, ma dobbiamo imparare a utilizzarla senza esserne asserviti. E qui entra in gioco Saraswati.
Saraswati, la dea che dà forma al caos
Secondo uno dei racconti della mitologia indiana, Saraswati emerse dalla bocca di Brahma. Apparve su un cigno bianco come la neve, con una veena, uno strumento musicale a corde, tra le mani. Brahma si trovava di fronte a un universo ancora informe. Possedeva la forza creatrice, ma non sapeva come dare forma al caos di materia ed energia indefinite. Saraswati insegna a Brahma come i suoni possano dare forma allo spazio, alle stelle, ai pianeti, agli oceani e alle creature. Il mito esprime così un principio che riguarda anche la nostra esperienza: la mente può essere uno strumento di creazione, a condizione che la conoscenza riesca a dare una direzione all’energia. Il nome Saraswati richiama il flusso, lo scorrere. Saras rimanda all’acqua, mentre il suffisso vati indica colei che è associata a questa qualità. L’acqua è ciò che nutre, che rende possibile la vita, che segue il movimento delle maree e della luna. Ma esiste anche un altro flusso, quello della parola.
La parola è energia
Nella tradizione indiana Saraswati è associata a Vāc, la parola, intesa come potenza creatrice. Il linguaggio è una delle manifestazioni più importanti della sua energia, perché attraverso la parola prendono forma il pensiero, la conoscenza, la poesia, il canto e la musica. Nel Tantra, i suoni dell’alfabeto sanscrito sono associati alle mātṛkā, le madri, termine che richiama la stessa radice di mater. Le lettere sono considerate potenze generatrici, matrici sonore della manifestazione. È un’immagine che attribuisce alla parola una responsabilità enorme.
Le parole possono nutrire, costruire, creare relazioni, trasmettere conoscenza. Ma possono anche generare negatività, alimentare conflitti, allontanarci dal nostro centro. La stessa energia che rende possibile la creatività può disperdersi quando lasciamo uscire troppe parole, quando il linguaggio diventa un movimento incontrollato della mente. È una delle modalità attraverso le quali possiamo essere trascinati verso Maya, il grande inganno, l’illusione che ci impedisce di distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è.
Anche per questo i mantra occupano un posto importante nello Yoga. Il suono, che nel linguaggio ordinario può diventare dispersione, attraverso la ripetizione del mantra viene ricondotto a un oggetto preciso di attenzione. La parola assume una funzione di conoscenza e di purificazione. Saraswati rappresenta questa possibilità: trasformare la conoscenza in luce.
Il cigno di Saraswati e il potere di Viveka
C’è un altro elemento della mitologia che ci aiuta a comprendere il significato di Saraswati. È il cigno sul quale viene rappresentata, un animale che nella tradizione indiana assume un profondo valore simbolico. Si racconta che il grande cigno, Hamsa, possieda una qualità straordinaria: quando latte e acqua vengono mescolati, è capace di separarli. Nella tradizione spirituale, l’immagine del cigno è legata anche al titolo di Paramahansa, attribuito ai grandi maestri. Il suo significato riguarda una delle qualità fondamentali della conoscenza: Viveka, il discernimento.
Discernere significa distinguere ciò che è reale da ciò che è apparente, ciò che ha valore da ciò che è superfluo, ciò che appartiene alla conoscenza da ciò che nasce dalla confusione. È una capacità che riguarda direttamente la nostra vita e il nostro rapporto con la mente. Ogni giorno siamo attraversati da pensieri, parole, emozioni, giudizi e informazioni. Non tutto ciò che pensiamo corrisponde alla realtà, non tutto ciò che ascoltiamo merita di essere accolto, non tutto ciò che desideriamo rappresenta una necessità. Il discernimento ci permette di riconoscere queste differenze.
Saraswati, attraverso il simbolo del cigno, ci ricorda che la conoscenza richiede la capacità di separare, di scegliere, di riconoscere. Senza Viveka, anche una mente ricca di informazioni può rimanere prigioniera della confusione. Ed è qui che ritorna il concetto di intenzione. Perché discernere significa anche riconoscere ciò che appartiene veramente al nostro percorso, distinguendolo da tutto ciò che rischia di allontanarci dalla direzione che abbiamo intuito.
Dalla conoscenza alla Maha Devi
Abbiamo incontrato Shakti come energia, Saraswati come conoscenza, Vāc come potenza della parola e Viveka come discernimento. Sono qualità differenti, ma appartengono a una stessa visione dell’esistenza, nella quale energia e coscienza si incontrano continuamente. Questa relazione trova una delle sue rappresentazioni più significative nello Śri Yantra, il diagramma sacro che nella tradizione dello Śrī Vidyā esprime la dimensione cosmica di Shakti, la Maha Devi.
Lo Śri Yantra è composto da nove triangoli principali che si intersecano: quattro rivolti verso l’alto, associati a Shiva, e cinque rivolti verso il basso, associati a Shakti. Dalla loro intersezione nascono 43 triangoli minori, disposti intorno al bindu, il punto centrale. È una rappresentazione dell’incontro tra coscienza ed energia, tra il principio che osserva e la potenza che manifesta. Il cerchio si chiude e ci riporta al punto di partenza.
L’energia è presente in ogni dimensione della nostra esistenza, ma il suo movimento acquista una direzione attraverso l’intenzione. La mente può disperderla oppure darle forma. La parola può esprimerla oppure consumarla. La conoscenza e il discernimento permettono di riconoscerne le qualità. La pratica dello Yoga ci offre gli strumenti per lavorare su questa relazione, per osservare la mente e riconoscere ciò che orienta le nostre azioni. Perché la questione fondamentale non riguarda soltanto quanta energia possediamo, ma quale intenzione la mette in movimento e quale consapevolezza le dà una direzione.
Bibliografia essenziale:
Jean Varenne – L’insegnamento segreto della divina Shakti (Edizione Mediterranee)
Antonio Nuzzo – I doni dello Yoga (Yoga Journal/Morellini)
Swami Sivananda Saraswati – Kundalini Yoga (Edizioni Vidyananda)
Swami Satyananda Saraswati – Kundalini Tantra (Edizioni Satyananda Ashram Italia)
Sally Kempton – Il risveglio della Shakti (Verdechiaro Edizioni)

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