MILANO SI È TRASFORMATA IN «MILANON»
di Mario Raffaele Conti
Vi chiederete perché pubblichiamo un articolo che parla di Milano su «Rispirazioni». Sono milanese per nascita e – per metà – di origine, ma questo mio non vuole essere un panegirico della capitale economica d’Italia. Al contrario. Milano, la mia Milano, non esiste più. E questa mia non è la solita nostalgia delle persone agée che rimpiangono i tempi che fu. È ovvio che le città cambino e si trasformino, che cambino anche pelle, che modifichino l’aspetto e talvolta la sostanza.
Ma il caso di Milano è diverso. Milano è una città che non c’è più. E al suo posto è sorta «Milanon», una città che ti ruba l’anima. Sia chiaro, oggi è più accattivante, luccicante, altro che la Milano da bere dei socialisti. La metamorfosi è iniziata con Expo che ha gentrificato il centro e le zone semiperiferiche. Sono arrivati i turisti, oggi è impossibile sentire parlare il dialetto, ma talvolta anche l’italiano è cosa rara, in favore di francese, inglese, giapponese, indiano, tamil, coreano, russo… La cosa non è grave, anzi! Sono un fautore della multiculturalità, dell’incrocio di storie e di lingue. Arricchiscono la società, spalancano la mente.
Ma a Milano è accaduto qualcosa di diverso che non temo di definire “mistico”: ha perso la sua anima e si è trasformata in una città che non c’era, con nuovi paradigmi, nuovi punti di riferimento (tutti), nuove declinazioni culturali, nuovi punti di incontro. Niente, ma proprio niente più, è come prima. E in questa «Milanon» non si vive meglio di prima, a parte il metrò che ti porta ovunque.
In questa non-città cova una rabbia senza fine. Cova una povertà sommersa o evidente che non è nei senza tetto o nella «mafia della carità», ma nelle periferie dove la gente ha paura a uscire, dove la polizia non entra, nelle case di chi ha pudore di mostrarsi, nell’invidia sociale che si respira pesante e pressante. Dove una casa è difficile se non impossibile permettersela. Dove non è più consigliabile indossare la catenina d’oro del battesimo o gli orecchini della nonna. Una sorta di trasformazione demoniaca in una città senza verde, senza alberi, senza luoghi di aggregazione sociale, senza punti di riferimento per i poveri a parte pochi esempi come la mensa dei frati di Viale Piave, quella della Cardinal Ferrari e il Pane Quotidiano sulla Circonvallazione.
È una città insicura, inquinata, dove le macchine e le moto sfrecciano a millemila all’ora e non ci sono vigili che le multano. La politica non fa niente perché i politici vivono in centro, un centro svuotato di tutto, peraltro, soffocato dalle griffe e dalle catene, dai negozi che aprono e chiudono (e come mai?), dai ristoranti e dai bar che aprono e chiudono (e come mai?).
«Milanon» è una città che piace, ma è una città da cui fuggire. Ben sapendo che qualcosa così non c’è in Italia, che ovunque è “provincia”, ma che le “opportunità” di cui si ammanta, forse, non sono reali. Forse la vera opportunità è scappare, lontani, dove un futuro esiste davvero. «Milanon» dà l’illusione e toglie l’anima. Ecco perché la poesia di Sabrina che leggete qui sotto ha un senso su «Rispirazioni». perché anche una città può diventare un demone che ti ruba l’anima. E la sensibilità è l’unica “arma” pacifica che ci permette di riconoscere questo demone. Per esorcizzarlo o per fuggire. Ognuno farà la scelta che può fare.

MILANO, LA CITTÀ CHE AMO E DA CUI SCAPPO
di Sabrina Rossi
In verità io Milano non la conosco.
Le vie di Milano, quelle di una grande città, possono assomigliare a tante altre: trafficate di auto, pedoni, biciclette e motorini.
Ma qui ti viene spontaneo rispondere sorry a chiunque incontri, mentre cammini quasi cercando di calpestare il marciapiede sotto i piedi, tanta è la fretta.
Ti fermi a prendere un caffè e il cameriere ti parla in inglese.
Dietro di te, una ragazza dalle labbra morbidose non stacca gli occhi dal cellulare e quasi non si accorge di avere un audio così alto da poter svegliare il vicino del primo piano, che per far entrare un po’ d’aria ha lasciato aperta la finestra del balcone.
E poi ci sono loro: le storie rubate.
Quelle dei passanti che mi piace ascoltare. Una frase a metà, raccolta per caso, una conversazione tra amici, una famiglia che attraversa la strada, due persone che parlano senza accorgersi che qualcuno sta ascoltando. E da una storia a metà, forse, si può costruire una storia intera.
Milano è rumorosa.
Cigola quando passano i tram, che si fermano, ripartono, sferragliano e attraversano la città come se avessero sempre qualcosa da dire.
Oggi poi fa caldo. Molto caldo.
Si usano ciabatte e infradito, come noi del mare.
Si cercano angoli tranquilli, luoghi dove potersi sedere senza fretta.
E poi ci sono i piccioni. Ahhhh… maledetti o benedetti piccioni. Volano a destra, a sinistra, in alto, in basso, tra la gente, nei parchi. Si muovono senza chiedere permesso e quando decidono di ripartire spiccano il volo con una traiettoria veloce, precisa, sicura.
Io, invece, oggi ho attraversato solo un pezzettino di Milano.
Qualche ora, qualche passo, una camminata prima di spostarmi e continuare il mio viaggio.
La stazione è lì. Il treno mi aspetta.
E allora lasciamo Milano al suo rumore, ai suoi tram, ai suoi piccioni, alle sue storie rubate.
Non me ne vogliano i milanesi… Milano mi piace.
Ci abiterei anche qualche mese all’anno.
Qualche giorno in più, per tutto quello che offre, per la sua energia, le persone, le possibilità, la bellezza che sa nascondere negli angoli.
E qualche giorno in meno, forse, per tutto quello che non può farmi sognare.
Perché io ho bisogno anche del verde che pulsa, del blu che si apre davanti agli occhi, dell’aria del mare, di spazi che rallentano il tempo.
Milano mi piace.
Ma il mare…
E ora facciamo spazio ad altro.
Si riparte.
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