Quale nutrimento potrebbe dare agli esseri viventi di ogni forma e specie, un fiume la cui fonte non facesse che riemettere (come nelle cascatelle di un presepe azionate da una piccola pompa di ricircolo), sempre la stessa acqua. Quale felicità può nascere dalla continua ripetizione di pensieri, parole, azioni, provenienti da una successione di zampilli che hanno come sorgente un serbatoio di esperienze abitudinarie o indotte da convinzioni, automatismi e convenzioni?
«Conosci te stesso», esortava il motto all’entrata del tempio dedicato ad Apollo a Delfi. Sembra un invito esistenziale. Un imperativo direzionale con il quale dovremmo venire al mondo, o meglio, per il quale, veniamo al mondo. Ed era inciso all’esterno di un luogo sacro, quasi ad indicare che, entrando nel tempio interiore che ognuno di noi E’, può affiorare la propria profonda chiarezza, la conoscenza dell’Essere. L’incontro con il Sé. Il dvino.
Ma è necessaria un’opera di ristrurazione, anzi di destruturazione. Un restauro dell’edificio Uomo, venuto su accatastando compiacenze e apparenze esterne, attraverso una specie di piano urbanistico ben organizzato da millenni di struttura sociale che dirige a sua volontà verso un interesse che non prevede l’espansione delle coscienze dei singoli, piuttosto un moderato addomesticamento comune, il meno fastidioso possibile. Poi se qualcuno emerge, viene riconosciuto come “Genio” o “Caso sporadico”, e tollerato dalla massa che ama rimanere addomesticabile e perlopiù limitata, sofferente, lamentosa e infelice.
Quest’opera è il senso della vita stessa, per lo Yoga. Una purificazione costante dal pulviscolo dell’ignoranza che determina giorno dopo giorno i nostri pensieri.
Ma, se nello scoprirmi, nel conoscermi, mi accorgo che molto di ciò che vivo, non è ciò che nel profondo sento giusto, vero, in sintonia con me stesso, che sono irrequieto/a rabbioso/a, costantemente dispersivo/a, attaccato alle soddisfazioni, al ruolo che occupo, identificato/a, sempre alla ricerca della ragione, del tornaconto, cosa può accadere? Se mi accorgo che la mia vita galleggia instabile sull’idea che tutto si regga sulle mie responsabilità, della mia prestazione, che la gioia è qualcosa che arriva con l’ottenimento di un risultato o con l’acquisizione di un oggetto qualunque esso sia, altrimenti che gioia è? Che cosa può succedere?
Può davvero la felicità duratura provenire da qualcosa di temporaneo, inclusa la vita? Tosta eh? Beh in fondo, conosci te stesso, è una frase che ha attraversato i millenni, un motivo ci sarà!
Ma cosa devo conoscere? O forse ri-conoscere?
Lo Yoga ha un fine (non è vero che non ce l’ha), che è il riconoscere la “Sorgente” in Sé. Il termine in sanscrito é Purusha. Atman, anima, vero Sé, Yogananda parla di questa parte di ognuno di noi, come di scintilla divina. La luce interiore attraverso cui vedere ed esprimere la propria direzione. Sembra un paradosso, ma questa scintilla, brilla talmente tanto che deve fare male alla vista guardarla, perché normalmente la evitiamo. La ignoriamo. Oppure è lei che si nasconde? Che vuole essere cercata? Una leggenda indiana dice che un tempo, infiniti eoni fa, gli dei si riunirono per decidere dove poter nascondere l’anima dell’uomo, affinchè fosse protetta. Non se ne usciva, non si trovava luogo nell’universo, finchè una divinità disse «Che sia nascosta nel profondo del cuore, alle sorgenti del pensiero, dove tutto è immobile, di certo non cercherà mai dentro di sé».
«Chi mi vuol seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua», diceva quel giovane palestinese ben oltre 2000 anni fa. «Prendere la propria croce vuol dire, smettere di considerare se stessi come misura di ogni cosa, rinunciare a difendersi anche a rischio della morte (simbolica o reale che sia), e abbandonarsi con piena fiducia al Signore della vita», dice il saggista Enzo Bianchi. Ossia, chi vuole la chiarezza del Sé, necessita di attraversarsi nella sincerità, ed entrare in quell’abbandono. In queste righe si intravedono tematiche care allo Yoga. Basilari.
Patanjali descrive nelle vritti (vortici), la costante tempesta di movimento mentale che governa la nostra interiorità. È il confine che si erige nei confronti del nostro Sé più elevato. E dopo aver elencato le afflizioni umane che determinano questi vortici, i klesa, indica una vera e propria strategia di vita che possa, con serena presenza, dirigerci verso uno stato che lasci affiorare chi siamo davvero. Per interrompere la continua condizione di repulsione/attrazione/confusione/paura con cui la mente crea il proprio recinto di separazione con il Tutto.
Il tempo di ritiro che ho pensato di condividere con chi lo desideri, ha quest’anno (avendo viaggiato a fondo nei Klesa nel recente passato) come tema i primi due passi degli otto di questa strategia millenaria che conduce sul sentiero della meditazione. Verso la chiarezza interiore e una coscienza più elevata. YAMA E NIYAMA.
Per iniziare un nuovo anno, per non proseguire, incoscienti o meno, sempre sulle vecchie dinamiche, per accogliere il karma come un faro che indica un nuovo cammino, non un peso da sostenere. Per provare ad accorgersi con sincerità che i nostri pensieri, e quindi le conseguenti azioni, sono frutto di perenni germogli interiori che non conosciamo, dei quali non ci rendiamo nemmeno conto. Yama e Niyama sono lenti di ingrandimento su noi stessi. Sono l’ imprescindibile approccio al silenzio interiore, non per niente il primo Yama è Ahimsa. In che modo si manifesta la violenza, l’aggresività nei nostri pensieri a nostra insaputa, spesso, ma che colora le nostre azioni? Gli altri (Sia Yama che Niyama) sono quasi una conseguenza a cascata.
Lo Yoga è un processo di esfoliazione, strati su strati di noi stessi che nel tempo allentano la presa, e lasciano il posto al nuovo. E più lasciamo andare (è uno degli Yama – Aparigraha) più, nel tempo e con la pratica, emergerà il Gioiello. Siamo come scrigni un pochino arruginiti dalle abitudini e dai binari delle convinzioni, che celano il tesoro. Treni destinati all’infinito, che continuano tra una stazione conosciuta e l’altra. Ma è possibile rendersi strumenti di un capostazione (la nostra mente intuitiva-(Buddhi) dalla visione ampia, sconfinata. Fino a trascendere ogni fermata. Come nel nome dell’Assoluto, di Dio, che in sanscrito viene espresso con Sat Chit Ananda, che in realtà è Satchitananda (senza separazione fra i termini come fossero le fermate), ed è anche la natura della nostra essenza, Essere, Coscienza, Beatitudine (Gioia senza causa). Ed il viaggio che vivremo, è tutto interiore.
Yama e Nyama – Le radici dello Yoga
19-21 settembre 2025
Podere Perucci di Sopra Scansano (Gr)
Info: jsyyoga@gmail.com


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