L’arte della gioia di Goliarda Sapienza non è un libro da leggere perché va di moda. È letteratura e, in quanto tale, svela: non si limita a intrattenere.
Modesta (nome ironico: di modesto non ha nulla) è una protagonista ambiziosa, scandalosa, viva. Un’eroina letteraria al pari di Emma Bovary e Anna Karenina, ma lei non muore per aver desiderato. Lei vive. E lotta. La sua è una scalata: nasce poverissima il 1° gennaio 1900 in un angolo remoto della Sicilia, passa per un convento, approda — grazie al matrimonio con un principe — in ville aristocratiche che finirà per amministrare e trasformare in una sorta di Comune. Conosce anche il carcere.
È una storia di rivoluzione politica e culturale, ai tempi del fascismo. Parla di amore e libertà, maternità ed educazione. Modesta rifiuta le regole imposte. Sceglie lucidamente ciò che è immorale o illegale, se serve alla propria liberazione. Non è una brava donna che sopporta e prega. Si affida solo a se stessa. La sua diventa una lotta per la giustizia e l’uguaglianza sociale, denunciando i troppo cauti e vani passi verso la fine dell’oppressione delle donne.
«Ma ora che Bambolina comincia a correre dietro a Prando, perché la fermano e li dividono? […] Ecco come comincia la divisione. Secondo loro Bambolina, a soli cinque anni, dovrebbe muoversi diversamente, stare composta, gli occhi bassi, per coltivare in sé la signorina di domani. Come in convento, leggi, prigioni, storia edificata dagli uomini. Ma è la donna che ha accettato di tenere le chiavi, guardiana inflessibile del verbo dell’uomo.»
I dialoghi — soprattutto nella terza e quarta parte del romanzo — sono bellissimi, così come l’uso sapiente della narrazione, che passa con forza dalla prima alla terza persona. Un libro potente, che non consola e non addolcisce — ma libera.

«L'arte della gioia» (Foto G. Vizzini).
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