Non sapendo come fare ad autopresentare, «Crescite invisibili», un libro che è nato tra le mie mani, avevo pensato, e subito cassato data l’oscenità della proposta, all’idea di un’autointervista, come quelle che facevano Benigni e Arbore ai tempi di quel vecchio show domenicale, quando interpellato in qualità di critico cinematografico Benigni chiedeva all’intervistatore di fargli quella tale domanda, a cui lui rispondeva immancabilmente: “la ringrazio di avermi fatto questa domanda”. Poi ho pensato che non avrei retto alla vergogna, allora ho detto, beh, potrei fingere di essere un critico, tipo Antonio Crapabionda che recensisce il libro. Ma sarebbe stato ancora peggio; bello il gioco per carità, ma chi spiega poi al lettore che è una finzione? Non si può certo lasciargli credere che sia una vera recensione (oppure sì?). Perciò con una certa repulsione ho lasciato cadere la cosa. Allora ho pensato: metto le poesie e basta, con una stringata notizia, ma poi subito: eh no, così è poco, e chi ci va a leggerle, le poesie, senza nemmeno una cornicetta di presentazione che invogli un minimo? Allora sono tornato, con gran vergogna devo ammetterlo, all’opzione dell’autointervista, che è forse anche la più divertente (almeno per me, non so per il lettore).
Così, senza altri indugi, passo alle domande.
D. Acquaviva, perchè ha scritto un libro di poesia? Non le sembra fuori moda?
R. Innazitutto grazie per avermi fatto questa domanda. Dunque, se la poesia è fuori moda, meglio, vuol dire che uno si può vestire come gli pare senza seguire le tendenze lanciate dai social, dalle maison, dalla metropolitana; e poi se la poesia è fuori moda allora anche la moda è fuori poesia. Non so se ha visto la sfilata degli atleti a San Siro per l’apertura delle Olimpiadi… Così le due vecchie signore stanno ognuna nella propria barca e non si toccano, cosa si può volere di più?
D. Sì, ma perchè la poesia?
R. Se è per questo conservo chiusi in una cartella di word due romanzi di circa trecento pagine ciascuno. Ma mi raccomando, questo non lo scriva, non vorrei venissero ad aspettarmi sotto casa brandendo qualcosa.
E poi la poesia serve per prendere tempo, man mano che questo si perde. Si dice: “faccio questo o quest’altro per perdere tempo”, io faccio poesia per prenderlo un po’ e poi lasciarlo andare.
D. Perché lei nelle sue poesie parla di natura, di giardini, di cose infinitesime, con tutto quello che di tragico accade nel mondo?
R. Ha ragione, dovrei cambiare mestiere, passare al giornalismo.
D. Perché, ha qualcosa contro il giornalismo?
R. Assolutamente no, anzi, stimo, rispetto e apprezzo moltissimo questa professione. Ma se voglio occuparmi del tragico che accade nel mondo il giornalismo è il mestiere più adatto.
D. Crede che la poesia possa cambiare la società?
R. Ha un’altra domanda?
D. Cosa pensa della poesia che si legge sui social?
R. Mi piacerebbe poter cambiare i social…
D. Grazie, è tutto. Posso pubblicare qualche sua poesia di seguito all’intervista?
R. Aspetti, prima mi faccia uscire, è meglio.

CESTO RIPARATORE
In un impeto di rabbia puoi rompere
tutti i fili della realtà – ma lascia
scorrere i file nel loro corso d’opera,
fiumi immateriali destinati alla foce
del black out elettrico o della futura
illeggibilità, vasi sanguigni
dal ritmo binario, prosciugati.Tutti i sogni stanno disperdendosi
in un impeto di rabbia e non li tieni,
frena con la fibra delle parole
il decorso di annullamento fanne
un intreccio, un cesto, per quando
ogni filo sarà spezzato.
MI STO PREPARANDO
Questa mattina mi sto preparando
è evidente dalla calma sospesa
dal succedersi staccato dei gesti
da come prendo in mano il fazzoletto
i calzini le mutande la maglia
come volessi lasciarli cadere;
dallo sguardo che raduna e sparpaglia
e insieme sente che sta per posare
in un’altra lingua, fatta di ombre;questa mattina mi sto preparando
lo vedo dalla tua assenza
dal grido che si è perduto nell’aria
dal silenzio del merlo
dalla ricrescita immediata del prato
meditata d’un balzo
che io davvero già più non esisto.Franco Acquaviva
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