di Carlo Margheritti
«Voglio farmi un’idea se Dio c’è o non c’è. Voglio scoprire perché esiste il male. Voglio sapere se ho un’anima immortale o se quando muoio è la fine», dice Larry Darrel, protagonista del capolavoro di W. Somerset Maugham, «Il filo del rasoio». Un libro che potrebbe essere un romanzo di formazione per i millenials in cerca di spiritualità, una messa in guardia dai pericoli dello spiritualismo, specialmente se collegato all’amore e all’attrazione.
Pubblicato nel 1944, «Il filo del rasoio» è soprattutto un romanzo sulla necessità di trovare una risposta personale alle grandi domande dell’esistenza, ma anche la testimonianza dell’interesse che William Somerset Maugham, uno dei più importanti scrittori inglesi del Novecento, nutriva per la filosofia indiana e per una concezione della spiritualità che non richiedesse necessariamente l’adesione a una religione. Maugham aveva conosciuto direttamente l’India e alcuni dei suoi maestri spirituali.
Nel gennaio del 1938 aveva visitato l’ashram di Ramana Maharshi, a Tiruvannamalai, nel Tamil Nadu. Quell’incontro avrebbe lasciato un’impronta profonda nella sua riflessione, tanto da ispirare il personaggio del maestro indiano che compare nel romanzo. Lo scrittore era effettivamente interessato alle domande fondamentali della filosofia religiosa: la natura della coscienza, l’esistenza dell’anima, il problema del male e la possibilità di una conoscenza che non dipendesse esclusivamente dall’intelletto.
Un libro “sacro”
Il titolo stesso del libro proviene dalla Katha Upanishad, uno dei testi fondamentali della tradizione vedica, dove il cammino verso la conoscenza del Sé viene paragonato al filo tagliente di un rasoio, difficile da attraversare. È una metafora che esclude qualsiasi idea di una spiritualità facile o consolatoria: la conoscenza richiede uno sforzo, una trasformazione della propria visione dell’esistenza e la capacità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è transitorio.
Larry Darrel incarna questa esigenza di conoscenza. È un giovane americano appartenente alla buona società di Chicago, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, durante la quale ha assistito alla morte di un compagno che gli ha salvato la vita. L’esperienza lo ha profondamente segnato. Tornato a casa, non riesce più ad accettare come naturale il destino che gli altri hanno immaginato per lui: una carriera negli affari, il matrimonio con la bella Isabel Bradley, la ricchezza e una posizione sociale rispettabile. Non è un ribelle nel senso convenzionale del termine, non vuole cambiare la società, né contrapporle una nuova ideologia. Semplicemente, non riesce a comprendere perché dovrebbe dedicare la propria esistenza ad accumulare denaro, quando non ha ancora trovato una risposta alle domande che la guerra gli ha imposto.
«Sapevo che erano stati uccisi uomini a centinaia di migliaia, ma non li avevo visti morire, e a me non diceva molto. Poi vidi un morto con i miei occhi. La sua vista mi riempì di vergogna», dice.
È proprio questa esperienza a rendere impossibile il ritorno alla normalità. Larry ha scoperto che la morte non è soltanto un evento biologico, ma un interrogativo sul significato della vita. La sua ricerca non nasce dal desiderio di appartenere a un movimento spirituale o di acquisire una nuova identità, ma da una ferita.
Tra due continenti
La trama del romanzo segue i suoi spostamenti tra America ed Europa, le relazioni con Isabel e con gli altri personaggi della ricca borghesia americana, fino al viaggio in India. Maugham racconta questi ambienti con una sottile ironia, soprattutto attraverso Elliott Templeton, raffinato collezionista e frequentatore dell’aristocrazia europea, per il quale il prestigio sociale costituisce quasi una religione.
Il contrasto è evidente: da una parte un mondo che misura il successo attraverso il denaro, le relazioni e il riconoscimento pubblico; dall’altra un giovane che considera tutto questo insufficiente. Maugham, tuttavia, evita di trasformare il racconto in una semplice contrapposizione tra materialismo occidentale e saggezza orientale. I suoi personaggi sono attraversati da sentimenti autentici, debolezze, gelosie e contraddizioni. Anche l’amore, che dovrebbe rappresentare una delle esperienze più profonde dell’essere umano, può diventare una forma di attaccamento, quando il desiderio di possedere l’altro prevale sulla comprensione della sua libertà.
La questione religiosa occupa il centro della ricerca di Larry. Prima di avvicinarsi alla filosofia indiana, il giovane cerca risposte nel cristianesimo, confrontandosi con monaci e uomini di fede. Ma il problema del male rimane irrisolto. Come può un Dio onnipotente e misericordioso consentire la sofferenza degli innocenti? E perché un creatore perfetto dovrebbe pretendere l’adorazione delle proprie creature? Dice:
«Non riuscivo a credere. Volevo, ma non potevo credere in un Dio non migliore di una comune persona perbene».
Larry non rifiuta l’esistenza di Dio, ma rifiuta una rappresentazione di Dio che gli appare moralmente contraddittoria. Si domanda perché un essere onnipotente dovrebbe creare il mondo per la propria glorificazione e paragona la creazione all’opera di Beethoven, che componeva le sue sinfonie perché la musica che portava dentro di sé esigeva di essere espressa, non per ricevere l’adorazione del pubblico. È una riflessione che attraversa l’intero romanzo e che rivela anche l’atteggiamento di Maugham verso le religioni istituzionalizzate. Lo scrittore guarda con diffidenza alle certezze dogmatiche, alle pretese di esclusività e alle contraddizioni tra principi morali e comportamenti concreti.
In un passaggio particolarmente severo osserva:
«Mi venne fatto di congetturare che il diavolo, vedendo le guerre crudeli causate dal cristianesimo, le persecuzioni e le torture inflitte da cristiani a cristiani, la cattiveria, l’ipocrisia, l’intolleranza, debba considerare con compiacimento il bilancio consuntivo».
La sua attenzione si rivolge alla possibilità che l’esperienza spirituale esista indipendentemente dalle strutture religiose che pretendono di rappresentarla:
«Che una cosa sia creduta da molti non è garanzia della sua verità».
È forse una delle frasi più significative del libro, perché introduce una distinzione fondamentale tra fede, credenza e conoscenza. La convinzione collettiva non costituisce una prova e l’autorità di una tradizione non può sostituire l’esperienza personale.
Un incontro decisivo
In questo senso, l’incontro di Maugham con Ramana Maharshi rappresenta una chiave per comprendere la dimensione spirituale del romanzo. Il maestro indiano, nato nel 1879 e morto nel 1950, era uno dei più importanti esponenti moderni dell’Advaita Vedanta, la filosofia non dualista che riconosce l’identità fondamentale tra Atman, il Sé, e Brahman, la realtà assoluta. Ramana Maharshi insegnava una via di conoscenza fondata sull’indagine interiore, sintetizzata nella domanda «Chi sono io?». Non si trattava di elaborare una risposta intellettuale, ma di rivolgere l’attenzione verso la natura stessa della coscienza, oltre le identificazioni con il corpo, la personalità e i processi mentali.
L’incontro tra lo scrittore inglese e il maestro indiano fu piuttosto singolare. Durante la visita all’ashram, Maugham ebbe un malore e fu accompagnato in una stanza per riprendersi. Ramana Maharshi andò a trovarlo e rimase seduto accanto a lui in silenzio. Quando gli domandò se avesse qualche domanda da porre, lo scrittore rispose negativamente. Il maestro osservò che anche il silenzio è una forma di conversazione.
Maugham avrebbe raccontato quell’episodio nel saggio «The Saint», pubblicato nel 1958 nella raccolta «Points of View». Lo scrittore riferisce che alcuni devoti avevano attribuito il suo svenimento all’influenza spirituale del maestro, ma egli stesso ne propone una spiegazione fisiologica. Non nega il valore dell’incontro, semplicemente rifiuta di attribuirgli un significato soprannaturale che non può verificare. È un atteggiamento che distingue la sua curiosità spirituale da una credulità indiscriminata. Maugham è affascinato dall’India, ma non rinuncia allo spirito critico. Cerca di comprendere una tradizione filosofica differente dalla propria senza sentirsi obbligato ad accettarne ogni affermazione.
Nel romanzo, l’esperienza indiana di Larry diventa il momento decisivo di una ricerca iniziata molti anni prima. Il giovane entra in contatto con un maestro spirituale e con una concezione dell’esistenza nella quale la felicità non dipende dall’accumulo di beni materiali, ma dalla conoscenza della propria natura:
«Loro pensano che con le nostre innumerevoli invenzioni, con le nostre fabbriche e macchine e tutto ciò che producono, noi cerchiamo la felicità nelle cose materiali, mentre non in esse sta la felicità, ma nelle cose dello spirito. E secondo loro la via che abbiamo scelto porta alla distruzione».
È una critica alla civiltà industriale occidentale che, letta oggi, conserva una notevole forza. Maugham scriveva in un’epoca segnata da due guerre mondiali, dalla crisi economica del 1929 e dal progressivo affermarsi di una società nella quale il benessere materiale veniva identificato con il progresso umano. L’India gli offriva una prospettiva differente, nella quale la realizzazione dell’individuo non coincideva necessariamente con il successo economico o sociale.
Non precorre la Beat generation
Naturalmente, anche questa rappresentazione dell’Oriente risente dello sguardo di uno scrittore europeo del suo tempo. L’India del romanzo è soprattutto il luogo di una possibilità spirituale, più che il ritratto completo di una società attraversata da contraddizioni economiche, religiose e politiche. Ma Maugham riconosce che la civiltà occidentale, pur avendo sviluppato straordinarie capacità tecniche, non possiede necessariamente una conoscenza altrettanto profonda della vita interiore.
Da questo punto di vista «Il filo del rasoio» anticipa alcuni temi che diventeranno centrali nella cultura occidentale del secondo Novecento. Prima della Beat Generation, prima della diffusione dello Yoga e della meditazione nella cultura giovanile degli Anni 60, Maugham racconta un giovane americano che abbandona le prospettive di successo offerte dalla propria società per cercare in India una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza.
Qui, però, la spiritualità non è presentata come una forma di evasione dalla realtà, ma come un tentativo di comprenderla. Non è sufficiente cambiare Paese, frequentare un maestro o aderire a una tradizione per trasformare la propria esistenza. Il cammino spirituale richiede un confronto con ciò che siamo, con i nostri desideri e con le nostre contraddizioni.
Maugham non offre una dottrina spirituale e non costruisce un romanzo di propaganda religiosa. Attraverso Larry mette in scena una possibilità: quella di sottrarsi alle convenzioni sociali per interrogarsi sul significato dell’esistenza, senza rinunciare alla ragione e alla libertà di giudizio.
È significativo che l’autore non presenti il proprio protagonista come un predicatore, né come un uomo investito della missione di convertire gli altri. Il valore della sua esperienza appartiene prima di tutto alla sua vita. Non ha bisogno di essere riconosciuto pubblicamente per essere autentico. La metafora del rasoio ritorna allora al suo significato originario: il cammino verso la conoscenza non è difficile perché riservato a pochi eletti, ma perché richiede di attraversare le proprie illusioni, distinguere il desiderio dalla verità e riconoscere quanto profondamente le nostre convinzioni siano condizionate dall’ambiente nel quale viviamo.


Sempre più persone si vantano di non guardare le notizie sugli organi di informazione e poi finiscono su siti dalla dubbia provenienza e autenticità. Ma voi andreste a prendere medicine da un carrozziere? No, e con le informazioni è la stessa cosa. Perché c’è differenza tra giornali che rispondono a visioni di editori o di politici, e siti che vengono confezionati all’estero, riproducono elementi di AI e hanno il solo scopo di destabilizzare le persone. Ma il punto è che quando si legge un giornale non ha senso cercare la “verità” sulle sue pagine. Sono punti di vista e di riflessione da cui dovrebbe partire una nuova ricerca per capire meglio la realtà. Poi qualcuno non si informa perché fatica a reggere le notizie che lo turbano. Ci fa male guardare le immagini? Dovremmo schermarci per non inquinare la nostra meditazione? Ma di quale razza di spiritualità stiamo parlando?! Una pratica che ci porta a non-guardare non è spirituale. È una recita a soggetto in cui ci illudiamo di essere superiori o dediti allo spirito. Ma è una finzione
Nel suo capolavoro «Il filo del rasoio», W. Somerset Maugham racconta la ricerca spirituale di Larry Darrel, un giovane americano che rinuncia alle certezze della società occidentale per interrogarsi su Dio, la morte e il significato dell'esistenza. Attraverso il confronto con la filosofia indiana e l'incontro con Ramana Maharshi, che ispirò lo scrittore, il romanzo esplora il confine tra fede e conoscenza, tra amore e attaccamento, e la possibilità di trovare una verità oltre i dogmi religiosi
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