La parola Karma è uno dei termini più evocati di tutta la filosofia indiana, tanto da entrare nel nostro linguaggio comune e diventarne un termine quasi insostituibile. La parola Karma esprime l’idea delle reazioni che abbiamo compiuto e che ci incatenano a una serie di conseguenze inevitabili. Nella cultura vedica questo termine non solo indica in generale l’insieme delle reazioni alle azioni compiute nelle vite passate, ma anche come queste determineranno le vite future nelle diverse incarnazioni. Vengono quindi descritti il Sanchita-karma o karma totale, il Prarabdha-karma o attuale, il Kryamana o Agami-karma cioè quello futuro i quali sono regolati dai Karma-marga, l’insieme di norme, precetti, rituali e sacrifici che devono essere realizzati secondo le prescrizioni vediche. Questa visione del mondo, della vita e della società Vedica vengono così definite da questo mantra che ne riassume il pensiero:
«Yad aksaram veda-vido vadanti visanti yad yatayo vita-ragah yad icchanto brahmacaryam caranti tat te padam sangrahena pravaksye»,
«Le persone esperte nei Veda, che pronunciano l’omkara e sono grandi saggi situati nell’ordine di rinuncia, entrano nel Brahman. Desiderando tale perfezione… ti spiegherò ora in breve questa via che può portare alla salvezza».
Lo strumento principale per l’interpretazione del Karma è il Jyotisha, l’astrologia vedica, ispirata dalla maggiore scrittura ancora oggi considerata il riferimento filosofico e tecnico per l’interpretazione e il calcolo dei temi natale, chiamata Parashara-samitha di Parashara-muni. Parashara era una incarnazione di Sri Vishnu, un personaggio emblematico dei racconti descritti nei Purana, famoso per aver sterminato ventuno volte la classe dominante dei guerrieri che avevano assunto il controllo della società vedica, senza più rispettarne i principi e mancando di rispetto verso la figura dei Brahmana. Il presupposto del Jyotisha e che dovrebbe fornire una chiave di lettura sulla psicologia, sul carattere, sulla natura e sul karma degli individui, fondata sulle conoscenze vediche e sulla cosmogonia. Tramite la lettura della carta natale si andava così determinando in quale Lagna o segno si trovasse un soggetto nel momento della nascita, in quali case o Bhava fossero collocati i segni, Rashi, e quindi dove fossero posizionati i diversi pianeti o Graha. Nell’astrologia Vedica era di somma importanza il calcolo del Dasha, per stabilire il periodo planetario calcolato dal transito degli astri del sistema solare attraverso le 27 costellazioni o Nakshatra.
La suddivisione della carta astrologica, formata da dodici case come i dodici segni, era così organizzata: nella prima casa si stabiliva la natura o Ego del nato e il suo Dharma per questa vita, nella quarta casa la storia e l’ambiente famigliare in cui sarebbe cresciuto, nella settima casa le indicazioni relative al matrimonio e alla vita famigliare, nella decima casa i rapporti con la società. Nello specifico, la prima casa indica Dharma, il dovere, la seconda Artha, lo sviluppo economico e sociale, la terza Kama, la ricerca o inclinazione al piacere e alla soddisfazione, la quarta Moksha, il percorso verso la liberazione o il superamento del Karma.
Questo schema si ripete fino alla dodicesima casa. Per ogni casa vi è il segno che la presiede e eventualmente quello che vi si trova di nascita, con il rispettivo elemento che lo governa, terra, acqua, fuoco, aria e che descrivono la costituzione fisica-energetica dell’individuo attraverso i Dosha, Vayu-Agni-Shleshman. In ogni casa il o i pianeti che la governano e quelli vi si trovano di nascita o in transito.
Per i tempi vedici elemento fondamentale era individuare il Varna-ashrama-dharma dell’individuo, quindi a quale classe di esseri appartenesse, i Gana, cioè di natura Devata o essere celeste, di natura Manushya o terreste, oppure Asura cioè inferiore o demoniaca da cui dedurre il sistema planetario di provenienza dalle vite precedenti, Svargaloka, Martya o Patala. Si determinavano inoltre il Varna o classe sociale come Brahmana o sacerdote-intellettuale, Kshatrya o guerriero-amministratore, Vaishya o imprenditore-commerciante e Sudra o lavoratore-servitore. I Guna-tattva Sattva-virtù, Rajas-passione, Tamas-ignoranza sono il concetto perno di tutta l’acquisizione di queste informazioni per stabilire la natura intrinseca che governa un individuo in ogni aspetto della sua vita. Inoltre, due Nodi Lunari, che consistono in due punti astrologici del cielo natale, che rappresentano Raku e Ketu, forniscono indicazioni sul Karma e sugli aspetti psicologici che influiranno su un individuo.

Pensiamo per un attimo e a grandi linee i dati di rifermento di quasi tutte le culture moderne: l’età dell’universo, secondo modelli e parametri di calcolo attuali viene stimata in 13.787 miliardi di anni, dal Big-bang ad oggi. La parte osservabile dell’universo secondo parametri scientifici relativi a dati ottenuti con calcoli complessi, ha un diametro di circa 93 miliardi di anni luce, espressa nella seguente formula: 4,6508 × 10^10 anni luce.
L’origine della vita sulla Terra è databile entro un periodo compreso tra i 4,4 miliardi di anni fa. La comparsa degli ominidi sulla Terra viene stabilita a partire da 4,5 milioni di anni fa e solo 200.000 anni avviene la comparsa dei Sapiens. Tra i 2.500.000 anni e gli 8.000 anni fa è stata definita l’età della Pietra. Un dato storico interessante è quello che fa risalire la nascita della scrittura a 5.500 anni fa. Pensare una realtà fatta di cicli di creazione e distruzione dell’universo materiale, all’interno dei quali le anime si reincarnano infinitamente, ci rende pienamente l’idea di quali modi di pensare, credere e vivere possedessero le culture che elaborarono questi concetti come quello del Karma.
In un mondo in cui la conoscenza appare predominante su ogni altro aspetto, la cultura vedica indiana a suo modo non appare da meno, a partire dalla dichiarazione espressa nel Brahma-sutra:
«Indaga intorno alla causa suprema di questo mondo. Cerca!»
Indagare da dove provengono tutte le cose, come mantengono la loro esistenza e, per ultimo, dove vanno a finire dopo la cessazione della loro esistenza, stabilisce il principio del Brahma-jijnasa, tutto è brahma, spirito, il piano più essenziale da conoscere, dove tutto emana e tutto ritorna, la risposta ad ogni inquisizione. La Sarvasara-upanishad ci fornisce diversi spunti di riflessione:
«Qual è la natura della schiavitù materiale (Bandhah)? Che cos’è la liberazione dalla nascita e dalla morte (Moksah)? Che cosa sono la conoscenza (Vidya) e l’ignoranza (Avidya)? Che cosa sono lo stato di veglia, sogno, sonno profondo e il quarto stato o coscienza beata (Turya)?»
Come si evidenzia siamo nel fulcro delle questioni filosofiche che riguardano lo Yoga e la filosofia vedica indiana, nelle quali l’essere creato viene a trovarsi di fronte i grandi conflitti interiori per affrontare i quali deve regolare i suoi conti con il proprio Karma. Nel secondo verso del sesto capitolo della Chandogya-Upanishad, si legge:
«…al principio questo universo era soltanto l’Essere (Sat), uno senza secondi. Allo stesso modo alcuni sostengono che al principio questo universo era soltanto non essere (Asat), unico senza secondi. Di poi dal non essere nacque l’Essere.».
Nella Chandogya stessa l’oratore domanda come questo sia possibile, aprendo di fatto il dibattito su quale sia la natura della Verità Suprema. Se le cause e gli effetti di questo universo siano precedenti alla nascita stessa dell’universo o ne siano un prodotto. Se la coscienza sia preesistente all’origine del mondo e ne sia un prodotto. Il significato e il valore di un concetto come il Karma vengono profondamente condizionati dalle risposte a queste domande. Le culture antiche tendevano a fondarsi su concezioni assolute e non relative sulla natura dell’esistenza e sulla sua origine.
In che modo ognuno di noi può confrontarsi con una filosofia che parte e fa suoi presupposti tanto diametralmente opposti alla nostra visione del mondo? Che cosa dello Yoga e della cultura vedica indiana ci affascina così tanto da assumerne i termini, le discipline e financo i concetti filosofici, quando sempre più spesso non ricordiamo o conosciamo a sufficienza il nostro patrimonio culturale?
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