Il treno rallenta entrando in stazione. Dalle finestre aperte salgono voci, annunci, richiami dei venditori. Le parole si intrecciano, cambiano ritmo, cambiano suono. Qualcuna è familiare, altre sembrano appartenere a un alfabeto sconosciuto. In India succede così: bastano pochi chilometri perché il linguaggio cambi volto. Qui la lingua non è solo comunicazione. È memoria, identità, storia vissuta. Con oltre 122 lingue principali e più di 1.500 idiomi e varianti, l’India è uno dei luoghi più complessi dal punto di vista linguistico. Un mosaico in continuo movimento, costruito nei secoli da migrazioni, imperi e incontri tra popoli lontani.
L’urdu, le parole del passato
Passeggiando nei bazar del nord, tra moschee e palazzi di arenaria, si sente l’eco di un passato imperiale. Molte parole dell’urdu e dell’hindi arrivano dal persiano, portate in India dai sovrani dell’Impero Moghul. Sono tracce lasciate dal potere, ma anche dallo scambio culturale: la lingua, qui, è una stratificazione di epoche diverse, come i livelli di una città antica. Ogni parola è una storia che ha attraversato confini e secoli. Succede spesso nel nord dell’India e in Pakistan: due persone iniziano a parlare e, per qualche istante, non è chiaro che lingua stiano usando. Hindi o urdu? Le frasi scorrono fluide, comprensibili a entrambi. Poi, all’improvviso, una parola cambia il tono: più elegante, più musicale. È urdu. Una lingua che non nasce in un luogo preciso, ma tra le persone, negli spazi di incontro, nei mercati, negli accampamenti, nelle città affollate. L’urdu è una lingua giovane rispetto alle grandi lingue classiche, ma porta sulle spalle una storia intensa, fatta di scambi culturali, poesia e identità. Il nome stesso lo rivela. Urdu deriva da una parola turca che significa “accampamento”. Ed è proprio negli accampamenti militari e nei centri urbani dell’India medievale che questa lingua prende forma. Soldati turchi e persiani, funzionari, mercanti e popolazioni locali parlano lingue diverse, ma hanno bisogno di capirsi. Nasce così una lingua di contatto, basata sui dialetti indo-ariani del nord dell’India, ma arricchita da parole persiane, arabe e turche. Non è una lingua costruita a tavolino. È una lingua che cresce camminando, adattandosi, assorbendo.
Per secoli, hindi e urdu sono praticamente la stessa lingua parlata. La grammatica è la stessa, la struttura delle frasi identica. Nella vita quotidiana, ancora oggi, un parlante hindi e uno urdu possono capirsi senza difficoltà. La separazione avviene altrove: nella scrittura; nel vocabolario più formale; nell’identità culturale. L’urdu sceglie l’alfabeto perso-arabo, scritto da destra a sinistra, nello stile elegante e curvilineo chiamato nastaliq. L’hindi utilizza invece il devanagari. Con il tempo, l’urdu attinge sempre più al persiano e all’arabo, mentre l’hindi si avvicina al sanscrito. Questa divisione si rafforza nel XX secolo, soprattutto con la partizione del 1947, quando l’urdu diventa la lingua nazionale del Pakistan e, in India, una lingua minoritaria ma culturalmente prestigiosa. Se c’è un luogo in cui l’urdu mostra la sua anima, è la poesia L’urdu non si limita a dire: suggerisce, allude, canta. Le sue poesie parlano d’amore, di perdita, di tempo, di spiritualità. Ogni parola sembra scelta non solo per il significato, ma per il suono. Il ghazal, la forma poetica più famosa, è breve, musicale, intensa. Ogni verso è autonomo, ma insieme agli altri crea un’emozione profonda. Uno dei grandi maestri dell’urdu è Mirza Ghalib, poeta dell’Ottocento, le cui parole sono ancora oggi recitate, cantate, condivise. In urdu, la poesia non è solo letteratura: è parte della vita quotidiana. L’urdu ha vissuto due vite parallele. Da un lato è stata la lingua delle corti imperiali, raffinata, elegante, colta. Dall’altro è rimasta una lingua urbana, parlata nelle strade di Delhi, Lucknow, Lahore. Una lingua capace di muoversi tra il popolo e l’élite, tra il quotidiano e il sublime. In Pakistan è lingua ufficiale, ma non la più parlata come madrelingua. In India è spesso una lingua di minoranza, ma conserva un enorme valore simbolico e culturale.
L’hindi, la figlia del sanscrito
La storia dell’hindi, invece, comincia con il sanscrito, una delle lingue indoeuropee più antiche conosciute. Parlato e scritto già nel secondo millennio a.C., il sanscrito era la lingua dei testi religiosi, dei rituali e della cultura alta dell’India antica. Non era la lingua di tutti i giorni, ma una lingua colta, regolata da una grammatica estremamente precisa. Col tempo, però, la distanza tra il sanscrito e la lingua parlata dalla gente comune cominciò ad aumentare. Tra il VI secolo a.C. e i primi secoli dell’era cristiana, dal sanscrito si sviluppano le lingue prakrit, forme più semplici e accessibili, usate nella vita quotidiana, nel commercio e nella predicazione religiosa. Anche il Buddha e i sovrani Maurya, come Ashoka, diffusero i loro messaggi in queste lingue “del popolo”. I prakrit non erano una sola lingua, ma molte varianti regionali. Con il tempo, alcune di esse si evolsero ulteriormente, dando origine alle lingue apabhraṃśa, una fase di transizione tra le lingue antiche e quelle moderne.
Intorno al X–XIII secolo, dalle lingue apabhraṃśa dell’India settentrionale emerge un insieme di dialetti che possiamo chiamare hindi antico. Tra questi, uno dei più importanti è il khari boli, parlato nell’area di Delhi e dell’India nord-occidentale. È qui che si forma la base dell’hindi moderno. Questa lingua si arricchisce di nuove parole grazie ai contatti con il persiano e l’arabo durante il periodo dei sultanati e dell’Impero Moghul, soprattutto nel linguaggio amministrativo e urbano. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, l’hindi viene codificato e promosso come lingua dell’identità nazionale indiana. Dopo l’indipendenza, diventa una delle lingue ufficiali dell’India.
Il bengali e il respiro del nord
Nelle grandi pianure settentrionali dominano le lingue indo-ariane. L’hindi, il bengalese, il punjabi, il marathi risuonano nelle strade affollate, nei mercati, nei film di Bollywood. La lingua bengalese, chiamata dai suoi parlanti বাংলা (bangla) e pronunciata [ˈbaŋla], è una lingua indoaria appartenente al ramo orientale delle lingue indoeuropee. È parlata principalmente in Bangladesh e in India, ma esistono comunità bengalofone anche in altri paesi dell’Asia meridionale e nella diaspora. In lingua inglese il bengalese è tradizionalmente indicato come Bengali; tuttavia, negli ultimi decenni si è diffuso sempre di più anche l’uso del termine nativo Bangla, soprattutto in contesti culturali e accademici. Con circa 200 milioni di parlanti nativi, il bengalese è la sesta lingua più parlata al mondo per numero di madrelingua. In India rappresenta la seconda lingua più parlata, dopo l’hindi, ed è una delle principali lingue culturali e letterarie del subcontinente indiano, con una tradizione scritta che risale a oltre mille anni fa. Il bengalese è lingua ufficiale del Bangladesh, dove è parlata dalla quasi totalità della popolazione, ed è anche lingua ufficiale negli stati indiani del Bengala Occidentale e di Tripura. Inoltre, è riconosciuta come una delle 22 lingue ufficiali dell’India elencate nell’Allegato VIII della Costituzione indiana. La lingua bengalese ha avuto un ruolo storico e simbolico fondamentale, in particolare nel Movimento per la lingua bengalese degli anni Cinquanta, che contribuì alla difesa del diritto all’uso della lingua madre e influenzò profondamente l’identità nazionale del Bangladesh. Un esempio tipico di bengalese usato dagli occidentali è il termine «paramhansa», utilizzato da Yogananda (che viveva a Calcutta e parlava bengali) al posto del sanscrito «paramahansa». Oppure il mantra «hong so», al posto di «ham so».
Un altro mondo al sud
Poi il viaggio scende verso sud e qualcosa cambia. Le parole si accorciano, i suoni diventano più netti. Il tamil, il telugu, il kannada, il malayalam appartengono alla famiglia dravidica e hanno una storia antichissima. Le loro lettere sembrano disegni, curve incise nella pietra o tracciate sulle foglie di palma. Queste lingue non sono solo parlate: sono scolpite nei templi, cantate nella poesia, conservate in tradizioni letterarie che risalgono a più di duemila anni fa. È come entrare in un’altra India, con regole linguistiche completamente diverse. In particolare, il tamil (che è una delle lingue ufficiali dello Sri Lanka, dove condivide questo status con il singalese) è una lingua diffusa anche in India nello stato del Tamil Nadu, nel territorio dell’Unione di Puducherry (Pondicherry) e in diverse altre regioni del Paese, per un totale di circa 60 milioni di parlanti. Comunità tamil sono presenti inoltre in vari paesi del Sud-est asiatico, in particolare a Singapore, dove il tamil è riconosciuto come una delle lingue ufficiali. Il tamil appartiene alla famiglia delle lingue dravidiche, un gruppo linguistico distinto dalle lingue indoarie, che comprende anche importanti idiomi come telugu, kannada e malayalam. È considerato una delle lingue classiche dell’India e vanta una tradizione letteraria tra le più antiche al mondo, con testi che risalgono ad oltre duemila anni fa. Una caratteristica significativa del tamil è la forte continuità tra la lingua antica e quella moderna: poiché gran parte del vocabolario e delle strutture linguistiche deriva dal tamil classico, i parlanti contemporanei sono generalmente in grado di comprendere, almeno in parte, i testi letterari tradizionali. Questo legame storico contribuisce al forte valore culturale e identitario della lingua. Nel corso dei secoli, il tamil ha comunque assimilato influenze lessicali provenienti da altre lingue, in particolare dal sanscrito, dall’inglese e da altri idiomi dravidici, senza perdere la propria identità linguistica. Oggi il tamil continua a essere una lingua viva e dinamica, utilizzata nell’amministrazione, nell’istruzione, nei media e nella produzione culturale contemporanea.
Le voci nascoste
Lontano dalle metropoli, nelle foreste dell’India orientale e tra le colline del nord-est, vivono lingue meno conosciute. Il santali, il khasi, il bodo, il manipuri sono parlati da comunità tribali che hanno affidato la loro storia alla voce, più che alla scrittura. Qui la lingua si impara ascoltando gli anziani, intorno al fuoco, durante i rituali o le feste. Ogni parola contiene una mappa del territorio, una leggenda, una regola per vivere in armonia con la natura. Ancora più fragile è il patrimonio linguistico delle isole Andamane, dove piccoli gruppi indigeni parlano lingue oggi minacciate di estinzione. In questi casi, la scomparsa di una lingua significa la perdita definitiva di un intero universo culturale. Molte lingue minoritarie rischiano di scomparire. L’urbanizzazione, la migrazione verso le città, la pressione delle lingue dominanti stanno riducendo il numero dei parlanti. Ma in tutta l’India nascono progetti per salvare queste voci: scuole locali, archivi digitali, iniziative comunitarie. Perché qui è chiaro a tutti che perdere una lingua significa perdere un modo di guardare il mondo.

Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



