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  • Immagine del redattoreElena Tommaseo

Una veneziana alla corte dei Moghul

Aggiornamento: 4 lug 2023

C'è qualcuno che non abbia mai sentito nominare Marco Polo? Da 15 anni a Delhi, come in tantissime altre città dell'India, da Nord a Sud, operano perfino degli autobus (nella foto qui sotto) che portano il suo nome. Frutto della join venture fra Tata (India) e Marcopolo (Brasile), questi mezzi hanno ben impresso sul retro il marchio di fabbrica brasiliano, imprimendolo così a chiare lettere anche nella mente di chiunque si trovi in strada alla guida del proprio mezzo, che sappia o no qualcosa sul conto del personaggio in questione.



Marco Polo però, all'insaputa dei più e perfino della maggioranza dei suoi stessi concittadini, dovrebbe dividere la sua fama con un altro veneziano nato 384 anni dopo di lui e che a lui non ha nulla da invidiare. Il suo nome è Niccolò Manucci.


Ritratto di Manucci da lui commissionato.

Una sera di circa otto anni fa ero già a letto e stavo leggendo un libro, nemmeno ricordo più che libro fosse, ma era su Delhi e per la prima volta mi apparve il suo nome. Ricordo di aver appoggiato frettolosamente il libro ancora aperto e afferrato il computer portatile per consultare Google con un'emozione che già lasciava presagire la scoperta che stavo per fare.

«Niccolò Manucci nacque di Pasqualino Manucci e di Rosa Bellin persone idiote del popolo, in Venezia, il 19 aprile 1638...» (idiota inteso come rozzo e non istruito, ndr): così scrive un nobile veneziano, librettista, letterato e giornalista, di nome Apostolo Zeno, suo contemporaneo, il quale cominciò a interessarsi molto a Manucci dopo l'arrivo a Venezia, dall'India, del primo manoscritto che questi inviò agli inizi del 1700.


Venezia, piazza San Marco vista dalla laguna.

Ma torniamo indietro un attimo... India? Venezia? Manoscritti?

Non capivo più niente, insomma, quella notte credo di aver spento la luce che oramai era quasi mattina e con un pensiero fisso in testa: «Appena arrivo a Venezia per le vacanze estive mi catapulto alla Biblioteca Marciana per prendere fra le mani il suo primo manoscritto». Invece, quando fui lì, l'addetta mi chiese a che titolo volessi consultare il volume, ero un'accademica? No. Una ricercatrice? No. Una storica? No. «Mi scusi, ma i manoscritti non possono essere consultati da chiunque, a quale scopo le serve?». «Per emozionarmi», ho risposto io candidamente...

Il manoscritto “proibito” ora in mostra a Venezia.



La mia risposta non fu sufficiente, avrei dovuto presentare una lettera di raccomandazioni e non avevo voglia di dare inizio al carosello. Mi dissero però che avrei potuto consultare liberamente i due volumi pubblicati da Franco Maria Ricci, una traduzione parziale dell’opera originale e i primi due volumi tradotti da William Irvine e pubblicati da Murray nel 1907.

E così apre il primo volume della Storia do Mogor (foto sopra):

«Essendo di poca età e desiderando grandemente di vedere il mondo, ma vedendo che i miei genitori non m'il volevano permettere, risolsemi partire in qualunque forma che fosse, e sapendo che stava per far vela di prossimo una tartana, ma non sapendo per dove n'andava diretta, con tutto fattom'animo da me stesso, n'entrai dentro ch'era nel mese di novembre dell'anno 1653 essendo d'età 14 anni».


Inizia così il viaggio di vita di Niccolò Manucci, che lasciò Venezia adolescente per non farvi mai più ritorno, sebbene negli anni ci provò più di una volta. Il suo viaggio si concluse nel 1720, all'età di 82 anni, probabilmente a Madras, oggi Chennai, dove visse per molti anni.

Figlio di un “pesta specie”, ovvero un addetto alla macinatura delle spezie che provenivano dall'Oriente, e di una casalinga, primo di 5 fratelli (2 maschi e 3 femmine), di famiglia non povera e non ricca, sarebbe stato molto probabilmente destinato a continuare il lavoro del padre se non fosse stato così ostinatamente deciso a conoscere quello che stava fuori dalla sua Venezia.

Scorcio di campo San Stin dove presumibilmente viveva Manucci quando lasciò Venezia.

Alla biblioteca Marciana di Venezia.

Come a Niccolò anche a me Venezia è sempre stata stretta, fin da bambina, una strana sensazione che si amplificava quando si faceva ritorno dalle vacanze estive in campagna, per la ripresa della scuola. Quando percorrevo il ponte della Libertà, che oggi collega la terraferma all'isola, mi sembrava di percorrere il lungo collo di una bottiglia, diritta verso il suo fondo: la libertà la provavo, e fortissima, quando lo ripercorrevo al contrario…

Qui sopra e sotto, Old Delhi oggi.


Per lui invece il senso di libertà erano le tartane ormeggiate in laguna a fianco di San Marco, davanti al Palazzo dei Dogi, l'equipaggio che vi sbarcava e girava per la città, il via vai di merci provenienti dal lontano Oriente, forse i racconti dei marinai...

Dal giorno dell'imbarco, dopo tre anni e parecchie peripezie, giunse a Delhi (Dihli come lui scrive) proprio nel periodo del suo massimo splendore, quando Shahjahanabad, ora conosciuta come Old Delhi, era una ricchissima città circondata da mura alte otto metri, crocevia di mercanti, artisti, uomini di cultura, un centro vivace nonché la capitale dell’Impero Moghul. Qui visse diversi anni, sotto la protezione di Dara Shikoh primogenito del V Imperatore Moghul Shahjahan (noto ai più per aver commissionato la costruzione del mausoleo di Agra chiamato Taj Mahal).


Agra: il Taj Mahal, dov'è seppellito Moghul Shahjahan (con la moglie Mumtāz Maḥal).


La moschea di Jama Masjid a Old Delhi, costruita tra il 1650 e il 1656 da Moghul Shahjahan.

L'ingresso del Red Fort a Delhi frequentato da Manucci. Tutte le foto sono di Elena Tommaseo ©.

Qualche tempo dopo l'esecuzione capitale di Dara, ordinata dal fratello Aurangzeb che si impose come il VI Imperatore Moghul, Manucci iniziò a spostarsi verso il Sud del Paese dove si stabilì fra Pondicherry e Madras.

È impossibile non provare un'immediata simpatia nei confronti di quest'uomo che seppe narrare le sue, spesso rocambolesche, avventure in modo molto divertente: la sua spavalderia e astuzia mi hanno conquistata e divertita; inoltre, leggere nei suoi racconti di personaggi e luoghi a me molto familiari mi ha fatto sentire come se un lontano parente mi avesse raccontato la sua vita nell'arco di una notte senza sonno.


Come ogni estate ora mi trovo a Venezia e, fortunata coincidenza, in questo periodo sta avendo luogo una mostra tutta dedicata a lui, voluta da chi lo ama e lo ha studiato. L'esposizione, inaugurata lo scorso 28 aprile, e visitabile fino al 26 novembre, vede per la prima volta le pagine delle preziose opere donateci da Manucci, manoscritti e miniature, riunite tutte insieme grazie alla collaborazione tra la Bibliothèque Nationale de France di Parigi, la Staatsbibliothek di Berlino e la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia.

E finalmente ho potuto emozionarmi davanti al tanto agognato manoscritto.


Campo San Polo. Il totem che indica la direzione per palazzo Vendramin Grimani.

NICOLÒ MANUCCI, IL MARCO POLO DELL'INDIA

Palazzo Vendramin Grimani, San Polo, 2033, Venezia

Tel: +39 041 8727 750

info@fondazionealberodoro.org

Progetto espositivo diretto da Béatrice de Reyniès.

Curatori: Antonio Martinelli, di cui si possono ammirare diversi scatti, e Marco Moneta, autore di Un veneziano alla corte Moghul. Vita e avventure di Nicolò Manucci nell’India del Seicento.

L'allestimento è di Daniela Ferretti e la consulenza scientifica di Piero Falchetta.

Acquerelli dell'architetto e fumettista veneziano Guido Fuga.




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