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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Guru, medici o santoni? Un decalogo per scampare ai terapisti narcisisti

Aggiornamento: 2 mag

«Towanda!!!!». Chi ricorda il grido di Kathy Bates nel film Pomodori verdi fritti, tratto dal libro di Fannie Flagg? È un nome che significa «donna coraggiosa» e deriva dalla lingua della tribù Algonchini ed è anche un nome proprio di persona, ma in quel libro/film è diventato un grido di battaglia della timida Kathy Bates contro i soprusi. Me lo ricordava pochi minuti fa la mia amica e collega Amalia Cornale, nel commentare quello che state per leggere.



Ecco, io non sono né una donna né un nativo Angolchini, ma periodicamente lancio il mio «Towanda» quando le situazioni o le persone tentano di prevaricarmi. Come mi è accaduto oggi.

 

Teatro del fatto, uno studio medico in cui si usa un tipo di medicina alternativa. Non vi dico né il nome, né il sesso dell’individuo («individuo» nella sua accezione maschile e femminile), né la città in cui riceve, sono abituato a recarmi in altri città per le visite che reputo importanti per la mia salute, quindi la città potrebbe essere ovunque. Non è importante. Lo/la chiamerò Doc nel senso più neutro del termine.

 

Da mesi soffrivo di mal di stomaco, è il mio tallone d’Achille, la gastroscopia ha stabilito che non ho niente di grave, probabilmente è il ricettacolo della mia reattività. Prima scoperta: non sono lo stereotipo dell’insegnante di yoga immaginario, ho dei punti deboli, ho un carattere, quando lo ritengo opportuno m’incazzo e non è mai fine a se stesso, ma uno snodo da cui partire per un upgrade interiore o relazionale. È un modo di fare “arietino”, un tempo subivo e mi lamentavo, poi mi sono concesso di esplodere, poi con la pratica ho ottenuto di non esplodere più e di diventare meno reattivo, ma quando la difficoltà di un rapporto o di una situazione si allunga nel tempo, nei mesi, negli anni, la mia pratica quotidiana non è ancora sufficiente a porre una barriera e utilizzo il mio carattere per fare scoppiare il bubbone e risolvere alla radice. Modalità shivaite? Sì, ma sono innate, non indotte. Ci sto lavorando.

A parte ciò, il mal di stomaco è stato acuito da un virus di stagione comunque ora sto bene, grazie.

 

Due mesi e mezzo fa prendo appuntamento con Doc, certo che, in assenza di patologie gravi, la sua sia la cura migliore per riequilibrare il sistema. Purtroppo un grave lutto ha riportato in vita la gastrite a causa di notti insonni e di un pesante choc emotivo familiare. Dunque mi reco da Doc, «finalmente mi riequilibrerò un po’», mi dico.

 

L’inizio è promettente, chiede come sto, spiego, racconto i guai fisici, ma anche quelli psicologici… E lì inizia un suo monologo surreale. Un atto di accusa circostanziato basato su luoghi comuni da peggior guru di provincia.

«Mi scusi, ma lei è un insegnante di yoga e non ha ancora capito che il mondo non va come ce l’ha in testa lei?».

Lo guardo attonito. Non penso «Come osa?», per carità, ma mi chiedo che ne sa lui di come intendo io il mondo, ho solo mal di stomaco e di carattere sono talvolta reattivo in determinate circostanze, ho bisogno di aiuto, non di essere messo in croce.

Parte un’altra filippica: «La mente e il corpo sono una cosa sola…».

«Lo so», azzardo e mal me ne incolse.

«Lei è un paziente molto difficile perché dice di sapere tutto e non fa quello che DEVE».

 

Ora, dovete sapere che col verbo «dovere», c’ho un problema. Non nel senso che io non sappia qual è il mio dovere (di padre, marito, giornalista, insegnante di yoga, eccetera…), ma quando qualcuno usa l’imperativo «Devi», sento odore di dozzinalità, di spiritualismo a buon mercato, di semplicismo. Quando non sai cosa dire e ti siedi sul trono del guru, dici «devi». Invece non «devi» proprio usare «devi», my dear, ti squalifichi da solo…

«Ma io ci provo…», dico e sento che mi manca solo il pouf di Fracchia…

«Lei dice che prova a fare, ma non fa», insiste. Forse ha visto Yoda in Star Wars?

«Be’ sono in un percorso, ci si prova, si cammina…».

«No, lei dice che fa, che ci prova, ma non fa proprio niente. Lei non deve provarci, lei deve fare. Come la mettiamo con gli Yama e i Niyama i primi due PASSI dello Yoga?».

«Mi scusi ma sono ANGA, non “Passi”, sono membra di un sistema che…»

«Lei sa sempre tutto, ma non fa niente. Il mondo non va come ce l’ha in testa lei, ma come va, e non si può aspettare che gli altri si comportino secondo le sue aspettative…».

«Vero, lo studio e lo insegno, ma come le dicevo…».

«Vede? Lei sa sempre tutto e poi sta male!».

“Houston abbiamo un problema”, penso, qui finisce male. Qui finisce a Towanda…


 

«Mi dica qual è il suo rapporto con la disciplina? Lei sa cos’è la disciplina?», incalza.

My God”, penso, “dove sta andando a parare, ma che vuole questo da me?”.

«“Disciplina” è un termine che ha molti significati a seconda degli ambiti…», rispondo a ragion veduta.

«No, disciplina ha un solo significato: quello che si deve fare».

«Mi consenta, ma le parole sono il mio campo di azione: la disciplina dà regole, certo, ma nello yoga nasce dalla consapevolezza e…».

«Ma cosa dice? La disciplina è una sola! Quello che si deve fare!», insiste, »lei DEVE avere una DISCIPLINA e….»

 

«TOWANDAAAAAAAAA». Alea iacta est, il dado è tratto, la solfatara si fa vulcano. Il mal di stomaco si fa sentire, le ore di sonno mancante pure, il dolore per il lutto urla dal profondo della mente e l’Ariete è pronto a fare fuoco, per Doc è arrivato l’ultimo minuto. Non di vita, per carità, auguro una lunga esistenza felice, ma di visita sì.

Dopo 40 minuti di aggressione verbale da parte di questo essere (vocabolo di genere o intenzione neutro) narcisista, prendo i miei documenti dalla sua scrivania e quando dice «E adesso lei se ne andrà anche…», quale ultima provocazione, io mi alzo e alzo anche la voce.


Non ricordo esattamente le parole, ma so che erano educate, che non contenevano neppure un insulto e che il senso era questo: «Adesso basta con queste accuse prive di senso, non circostanziate, semplicistiche fatte di luoghi comuni: sono qui da quasi un’ora e mi ha fatto una lezione di yoga da Wikipedia. Sono venuto qui dopo tre mesi di mal di stomaco, 36 ore tra le peggiori della mia vita per un grave lutto ed esco da qui che sto peggio di prima. E sì, me ne vado!».

«Ma adesso le do la cura, non se ne vada», prova a fermarmi. Sono pur sempre un giornalista conosciuto nell’ambiente, non si sa mai.

«Da lei non voglio proprio niente, IO ME NE VADO, grazie per il suo tempo», allungo la mano per salutare educatamente, con ritrosia Doc mi dà la mano ed esco sbattendo la porta come il gigante Patsy al termine dei cartoni di Nick Carter.


 

Una volta uscito, dopo aver comunque lautamente pagato la non-visita come elegante schiaffo morale (“Non ti devo niente e non voglio niente da te"), ho trovato la solidarietà di chi conosceva Doc e mi diceva «Te l’avevo detto…», e mi è proprio venuto in cuore di scrivere per denunciare una violenza che talvolta si incontra in certi sedicenti “guru” che ti trattano come un minus habens. Quanta arroganza con i deboli, dall’alto di quello scranno, quanta violenza su chi ha più bisogno.


Io ne sono uscito a pezzi, trattato come un cane in un momento assai delicato, ma la mia riflessione è andata oltre e mi sono posto una domanda: perché ci sono “guru” che si pongono sempre una spanna sopra di te e non al tuo fianco?

Perché, soprattutto, si occupano di ambiti che non sono i loro? Quello che intendo è che non solo i medici rischiano di scavallare in ambiti che non sono i loro, magari per aver preso un diplomino o aver letto un libro. Quella del tuttologo è una professione molto in voga, sono gli “umarell” dell'anima, quelli che “vedono” e si sentono in dovere di darti consigli non richiesti.


Allora - per restare sempre in questo clima serio, ma anche scanzonato - ho pensato di stilare un mio decalogo (che non mi ha dato Mosé, quindi è confutabile e ciascuno può farsi il proprio) di orientamento per tutto coloro che hanno a che fare con l'inconscio e il subconscio umano:

  1. Il medico non è un guru né uno sciamano.

  2. L'insegnante di yoga non è un medico. A meno che sia laureato in Medicina.

  3. Neanche l'erborista è un medico. Aiuta, spesso risolve, ma non può fare diagnosi.

  4. Il medico ha rudimenti di Psicologia e che li usi, perbacco.

  5. L'insegnante di yoga lavora col corpo, ma non è un osteopata.

  6. L'insegnante di yoga si presume che mangi sano e non beva alcol, ma non è un alimentarista né un dietologo.

  7. L'insegnante di yoga non è neppure uno psicologo anche se è un coach e ha il dovere morale di affiancare empaticamente il proprio allievo, stare al suo fianco, dare consigli che concernono un ambito di ricerca. Ma non può mai entrare nei perimetri di un terapista.

  8. Il guru, quando è guru davvero, non dice di essere guru. Swami Satyananda Saraswati di Munger non si considerava un guru, ma solo un discepolo.

  9. Il guru, peraltro, non ha potere sulla vita dei suoi discepoli. Li lascia liberi perché sa che la libertà è il primo dono del cielo e non maledice il suo allievo se abbandona il nido («Te ne pentirai», «Non andrà da nessuna parte», ecco, no...).

  10. Ogni professionista è giusto che rispetti il suo ambito, ma è anche auspicabile che provi a lavorare in sinergia con altri professionisti di fiducia: siamo Uno, ma i terapisti possono essere tanti e interagire tra loro. Sembra logico, ma oggi è l'aspetto più difficile da incontrare, nonostante siamo tutto il giorno on line.


E infine, l’ho scritto molte volte in queste pagine virtuali: davanti al guru, al prete, al medico, all’insegnante, a coloro cui noi diamo nella nostra mente una qualsivoglia autorità, non DOBBIAMO (eh eh eh eh…) mai perdere il senso critico, la giusta distanza percettiva, il distacco emotivo che ci fa comprendere davvero in che mani siamo finiti. Gli unici maestri di noi stessi siamo noi: fidiamoci del nostro sentire. E se capiamo di aver sbagliato indirizzo o di venire trascinati nella tela di un ragno, è utile essere pronti a lanciare il nostro terrificante, meraviglioso e definitivo: «TOWANDA!!!».



Un guru generato da AI in una foto di Sarah Sever (da Pixabay).



 

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