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  • Immagine del redattoreRiccardo Serventi Longhi

Tutto è Grazia (anche quando sembra sfi...da)

Aggiornamento: 15 lug 2023

Tutto è Grazia per chi osserva la vita in modo globale, evitando di incepparsi sul particolare. Tutto è Grazia in una visione yogica dell’esistenza, è vero, ma ahamkara non è d’accordissimo. Questa parte (neanche tanto piccola a volte) della nostra coscienza, che fa di noi quello che crediamo di essere, l’ego insomma, non ha minimamente intenzione di accogliere quella parolina che precede il verbo essere nell’affermazione che apre questa riflessione: Tutto. «Cosa significa tutto?» si chiede l’interruttoresempreacceso della nostra identificazione.

La Grazia (per l’interruttore) è uno stato di benessere. Quando tutto fila liscio. Questo voglio, desidero e combatto per ottenerlo. Quello che riconosco come contrario, diventa «Grazie, ma anche no!».

Non siamo affatto nati per soffrire, anche se un famoso slogan verte su questo mood, forse nato per rimanere dove siamo. Certo è che accade a tutti, o quasi, di sperimentare la sofferenza. Siamo nati per manifestare i nostri più preziosi talenti. Personalmente ho maturato questa sensazione: siamo nati per offrirci, per migliorare, per accompagnarci, per sbocciare. E anche se in questa “fioritura”, il cammino che il seme compie per germogliare, richiede un po’ (o tanto) sforzo, ciò non dovrebbe interrompere il nostro germogliare.

Chi di noi non è rimasto incantato di fronte a quegli alberi che crescono nei luoghi più impervi e impensabili? Che vengono su rigogliosi e fieri da una fessura di una roccia, o crescono al contrario (si si proprio a testa in giù) all’interno delle caverne, ma che fiduciosi si incamminano verso la luce?

Cosa ci affascina di un’immagine del genere, che in noi diviene simbolo? A me viene da dire «Ce l’hai fatta! La difficoltà ti ha donato l’unicità che sei». La natura si adatta. Non vince il più forte, ma ciò che manifesta adattabilità.


Il miracolo dei fiori che sbocciano tra le rocce.

Eppure ogni volta che ci arriva una sfida, una difficoltà, il naturale campanello d’allarme del sistema nervoso simpatico, mette in moto cascate di adrenalina e cortisolo, pronto a farci reagire nell’attacco (vero o desiderato) o ci prepara ad una fuga (vera o desiderata), che trasforma la nostra esistenza in una sequela di motivazioni per cui, ciò che accade diverrà il sottofondo (doloroso o comunque fastidioso) che accompagnerà la nostra esistenza colorandola di inquietudine. Altro che seme nella roccia!

Tutto è Grazia per chi pratica. Siamo tutti in cammino, e insieme condividiamo un’avventura fatta di infinite sfumature. Prima o poi siamo fratelli sia nel tempo sereno, sia nella tempesta. La Grazia è ovunque, dicono i grandi maestri, non dobbiamo meritarcela, dovremmo solo smettere di impedirne il flusso. La Grazia, a volte, è il contenuto, nascosto dietro un disagio, che diviene risposta. La Grazia è una sfida che rivela la sua potente spallata, ma che porta con sé il suo superamento, e una trasformazione inaspettata.

Ma cosa c’è di Grazia, verrebbe da domandarsi, nell’arrivo di una malattia, di una perdita, di un dolore. Non lo so. Anche io mi pongo queste domande in continuazione. Non ho certezze. La vita è una sinusoide, alti e bassi si inseguono senza soluzione di continuità per tutti. Non credo a Paperoga o Paperino. I due si alternano in noi stessi a seconda di come osserviamo le cose. A seconda se dalla tempesta della difficoltà che ci si presenta, impariamo di volta in volta a sfruttarne il vento, ammainando, lascando o cazzando le nostre vele, fino a disporsi, a volte, anche in una condizione di stallo (ascolto) invece che di rigida e continua reattività, in attesa del “tempo nuovo”; o se ci lasciamo sbattere dal maremoto mentale da una parte all’altra in balia dei flutti dei pensieri, rabbiosi del fortunale incontrato, che invece, come indica la parola, contiene in se la dea bendata foriera di imprevisti squarci di luminosa coscienza.

La Grazia è l’oceano che si sta muovendo. Che ci sta indicando come e dove accogliere ciò che ci accade. Forse non c’è da nuotare verso o contro. Solo potremmo imparare a galleggiare. Per galleggiare è necessario solo aprire le braccia (come in un abbraccio) e guardare verso l’alto (nello yoga si chiama Shambavi mudra).

Mentre facevo fisioterapia per un intervento subito, ho conosciuto un ragazzo al quale avevano amputato una gamba dopo un incidente di moto e che era diventato olimpionico di sci, solo dopo l’incidente e (ovviamente) motivatore per adolescenti in difficoltà. Brillava nel parlare. Diceva di sentirsi rinato grazie a ciò che per la maggior parte degli esseri umani è una tragedia. Siamo immersi in un flusso di Grazia, diceva Swami Kriyananda, discepolo di Paramhansa Yogananda. Una delle posizioni yoga chiamata Parvotanasana (un piegamento in avanti con una gamba avanti e una indietro distese, le braccia dietro la schiena, la testa abbandonata in basso), un vero e proprio inchino devozionale, nello stile che condivido, l’Ananda Yoga, e che accompagna a queste, delle affermazioni mentali, esprime, appunto l’affermazione «Mi offro completamente nel flusso della Grazia». Siamo noi a mollare gli ormeggi dell’ego per accogliere la corrente di vita che ci circonda, in ogni sua sfumatura.

Tutto allora è Grazia. La Grazia eleva la coscienza a Sé. Coscienza divina. Non abbiamo scampo, nell’esperienza terrena, siamo nati per evolvere o per sopravvivere. Spettatori o protagonisti. È colpa del mondo o cosa posso offrire? A volte non ci sono risposte a ciò che ci accade, ma la risposta potrebbe essere, per esempio, il nostro modo di accompagnare la mente a non rifiutare ciò che arriva. O ad accorgerci della resistenza e respirare dentro questa tendenza alla fuga, al diniego, esprimendo un mantra nuovo: «Lo sento che non ci riesco, eppure se è successo a me, è necessario che viva questo momento».

Alla sfida rispondere con un semplice e difficilissimo «Eccomi».

Non accettiamo ormai più nulla, dal più piccolo fastidio a un raffreddore, da una fila alla cassa del supermercato fino alle persone in genere (a volte). Chi vive più serenamente se non trova il wi-fi in albergo in vacanza? Chi esce di casa senza l’ansia «Troverò parcheggio?». Certo, piccole eccezioni ci sono per carità, ma se il livello di tolleranza dell’assenza di perfezione sta scendendo così precipitosamente, come pretendiamo poi che, quando arriva il fulmine a ciel sereno, siamo in grado di accettarlo? Viviamo nella società del giudizio nel senso che: «O è come dico io (sempre ‘sto ahamkara) o non va bene».

Tutto è Grazia. E la lente per osservare dentro ogni cosa, è l’affidamento. Imparare ad affidarsi non è semplice, ma appena lo facciamo, ci accorgiamo che è la Via.

«Eccomi», è parte integrante e necessaria all’esperienza di quel termine che l’ego non tollera molto: Tutto. Non posso scartare nulla per decidere cosa o meno possa accadere. Perché dietro i miei sì e i miei no, c’è la funzione del perenne Raga e Dvesa. La separazione. Giorni fa, nell’ennesima difficoltà da abbracciare di un periodo davvero “formativo” (chiamiamolo così…) che invece, ho spesso affrontato, invece che accogliere, ho detto a me stesso «Non ce la faccio più». Ed è apparso il buio. Per alcuni istanti forse anche una specie di disperazione. Quel buio è stato un dono.

Quando non vedi, quando sei straniero in un luogo che non riconosci più, quando la lingua che hai sempre parlato non serve perché il linguaggio necessario per riconoscere e riconoscersi cambia, allora possiamo accedere a un nuovo stato di coscienza: la resa. La resa è un atto che rende aperti. Liberi di non resistere. Come il seme dell’albero delle prime righe. Si è arreso alla convinzione del terreno quieto e abbondante come unica possibilità di sopravvivenza e, germogliando sulla roccia, ha manifestato la sua essenza di «Vita». Non di «se i presupposti sussistono si, altrimenti no». Tutto è Grazia per il seme.

Mi sono lasciato andare in quello spacco nella roccia che mi sembrava l’esistenza in quel momento. Forse gli eremiti si ritirano per questo nelle spelonche, le ferite della terra, per guardare meglio dentro le proprie ferite e trasformarle in feritoie, dove la luce dirige verso un Sé inesplorato. Nel lasciarmi andare al vuoto del «non ce la faccio più», già mi sentivo più leggero. Ero nella mia spelonca, quando ho detto chiaramente a Dio, all’Universo, a Brahman, alla Coscienza Cosmica, alla Vita (chiamatela/o come volete tanto quello è): «Come posso andare avanti? Come ne esco ora?». Non è la prima volta che mi accade in momenti difficili.

Quasi una trentina di anni fa uscii da una condizione di dolore e difficoltà molto profondi, grazie a un grido disperato (interiore ed esteriore) di richiesta di aiuto, in 30 minuti. Al termine della “crisi” durata settimane, in poche azioni che mai avrei pensato di compiere fino ad allora, risolsi la mia condizione per sempre. Ora so che mi ero messo a disposizione, inconsapevolmente a quel tempo, della Grazia celata dietro il tormento. Non pretendevo più nulla da me. Bene, nei giorni scorsi, in seguito alla mia domanda chiara ed espressa, ho sentito la necessità di crollare letteralmente sul divano, in casa mia. Ho accolto alcuni respiri ascoltando il flusso del su e giù calmarsi, e gli occhi mi sono caduti su un libro davanti a me. L’ho aperto a caso e la mia vista si è poggiata su tre righe che dicevano «Questo è il mondo di Dio, non il mio! Lui sa cosa sta facendo! Perché devo assumermi la responsabilità di qualunque cosa accada?» Non c’era dubbio. È così. Quello che osserviamo accadere, spiega Yogananda, è Lila. Il gioco di Dio. Cosa posso fare quando tutto crolla, se non accettare il crollo? Cosa posso fare se non stare al gioco? Cosa sto cercando di non far crollare che invece, finalmente potrebbe essere l’inizio del nuovo? Tutto è Grazia. E allora, ok, che tutto crolli!

In quell’istante squilla il telefono. Dall’altra parte una voce mi comunica che ha la soluzione che fa per noi (era un problema familiare molto, molto importante). La stessa voce che un’ora prima mi aveva detto che non c’era alcuna possibilità. E la tempesta in corso si è trasformata in un ribaltamento delle cose inimmaginabile. Tutto è grazia.

C’è da imparare a non resistere agli eventi. C’è da imparare ad abbracciare tutto. A surfare la vita. Ad affidarsi. Lo yoga va in quella direzione. Avanziamo nella pratica quando ci apriamo, non fisicamente. Quando accogliamo vittorie e batoste in egual maniera. Neti neti, insegnano i Maestri. Per nulla semplice vero?

Lo yogi non si distingue per le contorsioni che riesce a raggiungere o per le tre ore di seguito che rimane immobile a gambe incrociate, ma dal fatto che, ad osservarlo nelle vita quotidiana, sembrebbe immerso in una pratica lunga un’intera vita, ininterrotta, dove ciò che avviene, di straordinariamente appagante o profondamente difficile da affrontare, non lo scuote.

Fra gli spruzzi alti della cresta dell’onda della gioia esteriore e il ventre basso della sfida, il suo centro rimane inalterato. Ma non è un atteggiamento esterno. Trasmette ciò che manifesta. Perché la vita non è sofferenza. La vita è manifestazione di dualità. E la Gioia può essere ovunque non abbiamo ancora guardato perché intenti a cercarla dove già il resto dell’umanità non l’ha mai trovata. Perché Tutto è Grazia.


Riccardo Serventi Longhi allo Yoga Day 2023 a Roma, Circo Massimo.


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