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  • Immagine del redattoreTiziano Valentinuzzi

Raggiungere la coscienza divina

«Bhagavad-Gita», saggezza antica per la vita moderna. 8ª PUNTATA



Lavorare senza ricevere uno stipendio è una situazione che non lascia indifferenti, anzi, un po’ irrita, ci restituisce uno scenario in cui c’è qualcuno che si sta approfittando di persone indifese. Eppure siamo di fronte a un concetto sociale senza precedenti, o meglio, che ci siamo dimenticati a causa dell’attuale modello sociale, basato sull’individualismo, sulla ricerca del piacere per noi e i nostri cari, senza curarci di ciò che succede agli altri.

Mi viene in mente la canzone di Ligabue, noto rocker italiano che mi ha molto aiutato a stare a galla in gioventù: il titolo è «Tutti vogliono viaggiare in prima»... e gli altri? Ecco, appunto! Avremo modo di approfondire questo punto perché è alla base della nostra realizzazione spirituale, ma non voglio anticipare nulla che non sia ancora stato detto da Krishna, perché la vera Conoscenza va maturata pezzo per pezzo, non si può ingurgitare tutta d’un fiato.


«Quando la tua intelligenza avrà superato la densa foresta dell’illusione, tutto ciò che hai ascoltato e tutto ciò che potrai ancora ascoltare ti lascerà indifferente». (2.52)

Siamo dentro ad una foresta dell’illusione molto densa, difficile da superare, nella quale sono in molti a perdersi in chiacchiere. L’illusione è nel pensare di essere il corpo e i nostri pensieri. Questa falsa concezione di sé prende il nome di ahankara, o falso ego.

Gli strumenti che dovrebbero aiutarci a uscire, ossia i sensi, la mente e l’intelligenza, sono in uno stato pessimo di manutenzione a causa proprio del falso ego, che ci induce all’egoismo, a condizionamenti e dipendenze, sia sul piano fisico sia su quello emotivo. In realtà ci ritroviamo tutti quanti in una densa foresta dell’illusione. E i condizionamenti e le dipendenze alterano le percezioni e il funzionamento della psiche.

Così si crea un circolo vizioso: attraverso i sensi arrivano percezioni deformate alla mente che, piena di sporcizia e di malfunzionamenti, elabora male le percezioni già confuse in partenza… In questo quadro, che cosa potrà fare di buono l’intelligenza, anch’essa confusa dall’illusione materiale e piena di preconcetti e blocchi?




«Quando la tua mente non sarà più distratta dal linguaggio fiorito dei Veda e si assorbirà nella realizzazione spirituale, avrai raggiunto la coscienza divina». (2.39)

Ecco l’obiettivo: raggiungere la coscienza divina, che non è scegliere una religione, non è farsi frati o suore o cambiare vestiti o cultura, ma si manifesta nel desiderare profondamente di ri-connettersi col divino, e nell’essere disposti a fare tutto quello che serve per arrivarci.

La coscienza divina è uno stato ovviamente superiore alla densa foresta dell’illusione, è fuori dai legami dei guna (ignoranza, passione e virtù), e del tempo che distrugge ogni cosa. Quindi, è al di sopra della natura materiale, prakriti. E che cosa c’entrano i Veda? Qui sembra che Krishna non sia molto d’accordo con ciò che è scritto nei Veda, parla di «linguaggio fiorito», come a dire che è molto forbito. ma senza sostanza. Non è che non sia d’accordo o che li ritenga sbagliati, è solo che i Veda sono pieni di soluzioni per stare meglio nel mondo materiale, indicazioni che spesso ci portano fuori strada, perché ci potrebbero far perdere di vista il vero obiettivo: connetterci col divino o, in altre parole, raggiungere la coscienza divina.

Questa dinamica ha molto a che fare con i nostri desideri, nel senso che, proprio per il fatto che siamo dentro un tritacarne mentale, capita spessissimo che desideriamo ciò che non è la vera soluzione per noi, ma noi siamo convinti che lo sia. Per esempio, potremmo avere pochi soldi e quindi desiderarne di più pensando che così saremo felici, ma in ultima analisi non è detto che siano davvero i soldi che mancano in quel caso, magari è qualcos’altro. Se vivessimo più intensamente il presente e avessimo la “coscienza divina” potremmo vedere chiaramente qual è la vera mancanza e quale il prossimo passo da fare, ma è difficile senza quel tipo di connessione.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che nei Veda si insegna come raggiungere obiettivi di benessere sempre più elevati, e questo potrebbe indurci erroneamente a credere che l’ideale per la vita sia raggiungere più velocemente il risultato dell’azione, illudendoci che lì ci sia il vero gusto, il vero piacere, che invece sta nel viaggio, nel sentiero che percorriamo verso i nostri risultati nella vita.

Il problema è sempre lo stesso, come abbiamo più volte riscontrato nei versi precedenti, e risiede nell’illusione che il piacere stia nel risultato dell’azione (la busta paga, per intenderci). Eh sì, lo so, questo è un grande punto da digerire, e forse anche per te, come è stato per me le prime volte che studiavo questi versi, potrebbe sembrare ancora difficile da comprendere, ma vedrai che pian piano si schiarirà.

Tra l’altro, Arjuna sta per cambiare discorso. A me è sempre sembrato strano questo passaggio, e al suo posto avrei fatto altre domande, ma lui vuole approfondire il tema della coscienza divina. Magari anche a lui non è del tutto chiaro il discorso che gli è stato fatto, ma vuole sapere esattamente cosa significa avere questa “coscienza divina”, e chiede riferimenti più pratici a riguardo.

«Arjuna disse: Krishna, come si riconosce una persona che ha la coscienza immersa nella Trascendenza? Come si esprime e che linguaggio usa? Dove si sofferma e dove è solito andare?» (2.54)

«Dio, la Persona Suprema disse: o Partha, si dice che una persona è situata nella coscienza trascendentale quando rinuncia ai molteplici desideri di piacere dei sensi, generati dalla speculazione mentale, e ha la mente purificata, soddisfatta solo nel sé». (2.55)

«Chi non è turbato dalle tre forme di sofferenza o inebriato dalle gioie della vita, ed è libero dall’attaccamento, dalla paura e dalla collera, è definito un saggio dalla mente ferma». (2.56)

«La persona che in questo mondo non si lascia condizionare dal bene o dal male che riceve, e non apprezza l’uno né disprezza l’altro, è fermamente situata nella conoscenza». (2.57)

L’illusione viene dalla dualità, dal pensare che sia preferibile il bene rispetto al male, o meglio ciò che noi pensiamo sia bene e ciò che noi pensiamo sia male, ovvero ciò che ci piace confrontato con ciò che non ci piace.

Questa è la dimensione del falso ego: noi pensiamo che una cosa piaccia a noi anime eterne, noi vero sé, e invece il problema è che piace o non piace ai nostri condizionamenti, al nostro falso ego, che non siamo noi.

Un detto dice: «Ciò che è nettare per qualcuno, è veleno per qualcun altro», e infatti un cibo che è prelibatezza in una cultura può essere considerato disgustoso in un’altra, e così via. Il nostro corpo bianco, giallo o scuro non siamo noi, così come non siamo la nostra nazionalità o il nostro lavoro, ecc. Questi sono condizionamenti che coprono il vero sé, sono vestiti, e sono temporanei, molto temporanei…

Chi non è turbato dalle sofferenze e dalle gioie della vita, dagli alti e bassi di questo mondo che un giorno ti fa volare e il giorno seguente ti butta giù, ha la mente ferma, stabile, procede senza farsi distrarre troppo.

Nella filosofia dello Yoga le forme di sofferenza sono tre: quelle causate da noi stessi, ossia dai nostri pensieri; quelle causate dagli altri esseri viventi, e infine quelle causate dalle forze della natura, come gli eventi naturali estremi.

Inutile e dannoso lamentarsi e farsi turbare da questi eventi avversi, ma attenzione, anche da quelli che consideriamo positivi e piacevoli: è bene non eccitarsi troppo per le gioie della vita, le gioie materiali, effimere, che come sono arrivate possono andarsene in qualsiasi momento.

Abbiamo già accennato più volte alla rinuncia ai piaceri dei sensi, ma adesso si sta per entrare nel vivo del discorso, i prossimi versi sono inequivocabili, e ci toglieranno tutti i dubbi su cosa intende Krishna con questa rinuncia.

Ti avverto, caro lettore, non sarà facile digerire la prossima sezione della Bhagavad-gita, la tentazione sarà di buttare tutto all’aria, perché sembra davvero che tutto ciò che di buono c’è nella vita non sia permesso. Ricordati però che siamo nella densa foresta dell’illusione e come in un gioco di specchi siamo confusi sui termini, sui significati, e su ciò che vogliamo davvero nella vita. Che dire sull’obiettivo supremo, cioè uscire dalla densa foresta dell’illusione?

Ci vuole pazienza, siamo solo all’inizio, tutto prenderà forma man mano che procederemo.




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