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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Radhanath Swami, l’incontro con un uomo che parla al cuore

Vi racconto una sera con gli Hare Krishna e un santo dei nostri tempi


Il messaggio del mio amico Tiziano Valentinuzzi è del 22 maggio: «…ah, vedi che Radhanath Swami sarà qui nel nostro Tempio dal 14 al 17 agosto, è già tutto esaurito, ma se ti organizzi, puoi venire in giornata, son due ore di macchina…». Caspita. È un’occasione rara, perché questo swami americano “fulminato sulle rive della Yamuna” nei primi Anni 70, quando non è in giro per il mondo è in India, al Radha Gopinath Temple a Bombay che dirige, o al Govardhan Ecovillage da lui fondato sulla montagna Sahyadri, o all’ospedale sempre da lui fondato, il Bhaktivedanta Hospital.


Albettone (Vicenza). L'arrivo di Radhanath Swami (con la veste arancione).

Mi capita spesso di incrociare le sue parole su Instagram e sono sempre parole pacate, profonde, che toccano il cuore anche per il modo in cui sono pronunciate. Non è un guru hippie e trendy, anche se la spinta della sua vocazione arriva proprio dalla beat generation (lo racconta nel bellissimo libro Ritorno a casa (Eifis); non è alla moda, non prova a sedurre il possibile pubblico, ma è diretto, spontaneo. E arriva al cuore.


È di una tradizione che non è la mia, la Gaudiya Vaisnava, è un monaco Hare Krishna, e l’organizzazione di riferimento è la Iskcon, fondata da Bhaktivedanta Swami Prabhupada, il guru di George Harrison, per intenderci.



Il samadhi (la tomba) di Prabdhupada a Vrindavan (India). (Foto M.R.Conti).


Alcune immagini del tempio Hare Krishna di Vrindavan, in India, la Betlemme di Krishna.


A me piacciono le storie spirituali che hanno un senso e che non affabulano, non ho bisogno di essere catturato da mirabolanti imprese, miracoli o giochi di prestigio. Alla mia età non me ne faccio più niente e non mi divertono più, vado diritto al senso di una ricerca e in cuor mio verifico se sia valida o meno (per me), se mi risuona o meno. Radhanath Swami mi risuona. Così ho fatto il pieno di Super e sono partito per Albettone, nella campagna vicentina, dove sorge la magnifica villa acquistata dagli Hare Krishna e trasformata in un ashram, il centro Prabhupada Desh, nel quale gravitato più di 500 devoti da tutto il Veneto.


Tiziano, che è anche collaboratore di punta di Rispirazioni, autore della rubrica My Sweet Krishna, mi accoglie con un abbraccio caloroso e mi conduce all’interno del parco, non prima di aver fatto un doveroso inchino a Sri Krishna Caitanya Mahaprabhu (cioè una reincarnazione di Krishna) e Sri Nityananda Prabhu sull’altare, nonché alla statua del fondatore Prabhupada. Fuori, sotto una tensostruttura, sono già cominciati i kirtan.



L’azione Bhakti Yoga degli Hare Krishna, dato che siamo in una tradizione devozionale, si risolve nella recita continua del nome divino «Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare», cioè il Maha Mantra, con l’aiuto di una “band” formata da un harmonium, un tamburo, un cembalo, cui più tardi si aggiungerà il violino Alexandra Tirsu (una giovane e talentuosa musicista moldava dal curriculum impressionante, cui hanno affidato lo Stradivari che fu di Ida Haendel). Krishna, Rama, Hari sono sinonimo di «Dio» e il loro significato è questo: la parola Hare è il modo di rivolgersi all’energia del Signore, è la «suprema energia di piacere del Signore», spiegano.


Dopo 15 minuti il canto non si affievolisce, anzi, sembra che aumenti di intensità. C’è chi inizia a ballare. Ci saranno 2-300 persone e tra queste i giovani sono la maggioranza, ragazze con sari variopinti e uomini con lunga camicia con collo coreano e pantaloni morbidi di cotone o lino, ciabatte o sandali ai piedi. Il caldo si fa sentire, ma il canto non cala. Mi associo al canto perché l’esperienza deve essere partecipativa o non avrebbe senso per me essere qui. La mia tradizione yogica è diversa, ma il Maha Mantra fa parte della mia storia, e forse anche perché questa recita somiglia tanto alla recita del nome di Gesù di tradizione esicasta che ho praticato per un periodo vent’anni fa. Ci sono assonanze anche con la pratica estatica del Pentecostalismo, luogo dove oltre 40 anni fa è iniziata la mia ricerca interiore. Arriva il grande monaco americano e il canto smette, ma lui si sistema davanti all’harmonium e ricomincia. L’entusiasmo è alle stelle, la gente è tutta in piedi, balla e canta (foto sotto).



Dopo 95 minuti di Maha Mantra posso assicurare che non entri in nessuna trance, non vedi né luci né santi, ma senti inspiegabilmente che stai entrando in contatto con quell’infinito che ha tanti nomi e che qui si chiama Krishna.



«Nello Srimad Bhavagatam è scritto che per ogni ciclo di sorgere e tramontare del Sole siamo un giorno più vicino alla morte, ma per chi utilizza questo giorno con fedeltà e giusta attitudine nel cantare la gloria del Signore, sarà un giorno più vicino alla vita eterna», inizia Radhanath Swami senza mezzi termini. «Cerchiamo la felicità e il rifugio nel mangiare, nel cercare piacere, nel difendersi e nel riprodursi, ma il Vedanta Sutra che è l’essenza di tutti i Veda inizia così: “Adesso che hai ottenuto questa forma umana cogli l’opportunità per farti domande e cercare la nostra natura spirituale. L’importanza della vita umana sta nel modo in cui utilizziamo ogni momento della vita. Nella Bhagavad Gita è scritto: “Ogni piccolo sforzo fatto per servire e amare il Signore, è eterno. I benefici ottenuti nel soddisfare Krishna non sono mai perduti e questo credito è tra l’anima e Dio. Quando cantiamo il nome divino siamo connessi a Lui in termini di eternità».



Ma avverte: essere devoti non basta, dipende sempre da come utilizziamo il nostro tempo. «Prabhupada diceva che nella società, a tutti i livelli, siamo distratti per necessità non necessarie e l’energia materiale con le sue varie magie e illusioni ci dà mille motivi per distrarci. Ma il successo di quello che noi facciamo è in relazione a quanto soddisfiamo Krishna».



Krishna e Radha (il volto femminile di Dio) a Vrindavan.

E poi cala l’asso di cuori: «La resa, la sottomissione, inizia accettando ciò che è favorevole al servizio devozionale e rifiutando ciò che non è favorevole. È dire a Dio: “Puoi calpestarmi o abbracciarmi, sei libero di fare quello che vuoi di me perché sono tuo servitore”. Questo è abbandono. Quando abbiamo questa devozione, Lui diventa nostro».


Ci sono tanti aspetti di questa tradizione che sfuggono alla razionalità, ma che trovano un senso nella pratica stessa. Razionalmente lo vedo nei volti e nell’accoglienza che mi hanno offerto e non perché sono giornalista, ma perché sono amico di Tiziano e sono lì per partecipare e capire, non solo per osservare.

All’ora della cena, Linda e Andrea mi invitato sulla loro coperta sul prato a gustare il cibo eccelso cucinato dallo chef del ristorante Vrindaa di Roma. «Siamo devoti da molti anni, quando siamo arrivati qui abbiamo trovato persone affini a noi che si organizzano attorno agli stessi valori, che si pongono le stesse domande, mi spiegano. «Eravamo già vegetariani e già trovarci in un ambiente in cui non devi pensare a quello che metti in tavola è stato molto per noi».


«Il Santo nome di Krishna è il grande tesoro della creazione», ha spiegato Radhanath Swami. Non lo capisco, lo confesso, forse non è un messaggio che si può capire con la ragione, forse puoi arrivare a intuire qualcosa se canti il Maha Mantra per 1.728 volte ogni mattina che cade sulla Terra, come è parte della loro sadhana, la pratica dei devoti iniziati.

Forse – come è accaduto a me – lo puoi intuire se ti lasci andare al canto, se non ti poni domande e accetti quel sorriso che ti nasce sul volto. L’entusiasmo è una delle condizioni necessarie in questa tradizione, spiega il guru americano: «Cosa succede se non ce l’ho?», ha chiesto qualcuno a Prabhupada stesso. Risposta: «Se non senti questo entusiasmo comportati da entusiasta perché il vero entusiasmo ce lo dà Krishna quando è soddisfatto di noi».


La lezione al Prabhupadadesh di Radhanath Swami. Accanto a lui, Tiziano Valentinuzzi.

«L’entusiasmo è reale sì e no, nel senso che c’è anche un coinvolgimento emotivo, stare insieme aiuta sicuramente a far nascere questo entusiasmo anche quando non ce l’hai», ci spiega Linda: è la forza del sangha, del popolo che condivide una fede, una visione, amicizie che non nascono dall’incontro dei singoli, ma attorno a un credo e a un’esperienza. È qualcosa di intenso e di fragile, perché talvolta se l’esperienza si interrompe, si interrompono anche le amicizie. Ma così è la vita, è il rischio dell’amore e se non lo metti in conto non puoi dire di aver vissuto veramente.


Pensavo all’articolo di qualche tempo fa sulla comfort zone, all’utilità di spingersi oltre… la propria poltrona e che qualcuno mi ha contestato: «Perché mai questa mania di uscire dalla comfort zone?». Ci pensavo mentre terminava l’incontro con Radhanath Swami, incontro che non avrei mai potuto avere se non avessi deciso di farmi quasi 500 chilometri in 12 ore con 30 gradi all’ombra: è così che funziona nella Vita reale, quando esci di casa, dalla poltrona da cui giudichiamo il mondo fittizio, incontri il mondo reale e i doni che la Vita ha in serbo per te.




Il mio dono, oltre all’incontro che vi ho raccontato, è arrivato qualche minuto più tardi. Tiziano mi chiama e mi presenta al grande monaco americano: lui si apre in un grande sorriso dolcissimo, con un gesto totalmente inaspettato prende le mie mani tra le sue e mi sussurra “Sono onorato di conoscerti”. Lui a me, capite? Poi mi firma il libro e mormora qualche parola di benedizione. Io sono dolcemente frastornato.

Il giorno dopo, Tiziano passa una giornata con lui e gli affido una domanda che mi era “rimasta in canna”: perché mai dovremmo rendere Krishna soddisfatto di noi? Che se ne fa Lui della nostra devozione? È un concetto che non ho mai capito, mi dibatto da 40 anni, ma non trovo risposta.

Tiziano mi dice che quando gli parla di me Swamiji si apre in un sorriso dolce e affettuoso e questo mi fa capire che la connessione che sentivo quando lo guardavo su Instagram era ed è reale. Misteri del virtuale, sì. «Mario ha figli?», gli chiede sorridendo con un affetto paterno. «Sì, due, ormai grandi», risponde Tiziano. «Chiedigli perché ha fatto due figli. Un padre fa i figli perché vuole scambiare relazioni d’amore con i figli e i figli in un certo senso ti adorano in modi diversi. La puja, l’adorazione, è un’offerta d’amore, è il modo di amare il padre, di condividere l’amore. E il padre è contento quando i figli lo adorano. E anche i figli lo fanno per far piacere al padre, non per ottenere qualcosa o perché è dovuto». E ha aggiunto che Krishna non ha bisogno di niente, solo dell’amore dei suoi figli: «Krishna è la massima espressione di noi, è come se fosse la somma di tutte le anime».


Riprendo malvolentieri l’auto che mi riporta a Milano, avrei avuto voglia di restare ancora ad ascoltare i canti di quei “matti”, come li chiama affettuosamente Tiziano. Accendo l’auto e mi ricordo una frase di Swamiji che mi ha colpito molto: «La distrazione porta alla distruzione». Guido nella notte con attenzione e con la gratitudine nel cuore e mi lascio trasportare dal canto dell’Hare Krishna ancora un po’.


Albettone (Vicenza). Radhanath Swami con il nostro Tiziano Valentinuzzi.






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