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  • Immagine del redattoreFranco Acquaviva

«Perfect Days» di Wenders insegna a vivere con compassione

Aggiornamento: 9 feb

Da quando è uscito il film Perfect Days mi è capitato di leggere sempre più articoli focalizzati sull’aspetto esistenziale del film o su quello sociologico; qualcuno si è spinto a dire che il film rimanda al fenomeno dei “dimissionari” che interessa specialmente gli Usa e in parte ora anche l’Italia. Un importante quotidiano nazionale ci ha messo il cappello sopra, come si dice, e siccome aveva inaugurato una serie di pezzi su chi cambia vita, lascia il certo per l’incerto, molla un lavoro ben retribuito per ricostruirsi una vita in cui l’occupazione non occupi tutto il tempo e lo spazio, e li stava promuovendo, questi pezzi, ha pensato bene di cogliere nel film di Wenders una sorta di conferma al proprio intuito giornalistico. Insomma, come spesso accade alle opere d’arte autentiche, che fanno emergere un nervo scoperto della vita in una certa epoca, esse vengono poi “tirate” in tutte le direzioni per spiegare, confermare, interpretare, i più vari fenomeni che si presumono ad essa associati.



Ma al di là di queste interpretazioni sociologiche, si potrebbe dire che quello di Wenders è un film-non-film; qualcosa fatto per essere guardato non più di quanto lo sia il passaggio della gente in una via visto da una finestra (lo dico in modo volutamente riduttivo e provocatorio: perché cosa ce ne faremmo altrimenti del montaggio, della fotografia, della sceneggiatura ecc?).

In maniera non dissimile da certo documentarismo d’avanguardia piazza la macchina da presa dove sembra che non accada niente. Ma basta mettersi nella giusta disposizione e tutto accade.


Come può darsi questo strano paradosso? Io credo che sia in gioco un certo atteggiamento verso il “guardare”. Siamo abituati a fissare lo sguardo solo su ciò che sembra avere uno sviluppo meramente narrativo, dove personaggi si muovono lungo un arco di azioni e relazioni che ci fa identificare con loro secondo una certa condensazione di eventi, situazioni, cambi di passo. Ma il cinema, insegna Tarkovskij, è arte del tempo. Ora, come inglobare il tempo nel cinema? La narrazione è un tempo in un certo senso“drogato” dall’aspettativa di quello che ancora deve venire e di cui siamo golosi; la smania di anticipare l’esito di un’azione in corso ci spinge a correre in avanti per sapere che cosa succederà dopo. È un atteggiamento non molto diverso da quello che assumiamo tutti i giorni nella nostra vita. Dove non siamo mai nel presente, che è sempre così poco interessante. Il futuro ci appassiona invece, ci smuove, ci induce a fare programi progetti ecc. Analogamente, di un film vogliamo sapere la trama prima di guardarlo. Lo stesso successo dei romanzi gialli, dove la trama è il succo della narrazione, sembra confermare questa attitudine.



Ma la grande letteratura cosa fa? Sospende l’azione e le gira intorno, cerca altro, lancia una sonda dentro agli avvenimenti per interrogarli, non soloper concatenarli. Nel Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda alla fine si capisce chi è l’assassino, ma interessa all’autore? Interessa al lettore che è arrivato non senza fatica fino alla fine del romanzo? No. A Gadda importa mettere in scena il reticolo delle omissioni, fatti, cause, concause, impulsi contraddittori dei personaggi, per cogliere la vita nella sua fondamentale ambiguità, indecidibilità: casi misteriosi e degni di compassione che si imbrogliano sempre più nel precipitare verso il destino a suo modo sacro dell’entropia.

Nel film di Wenders l’unico costrutto che sembra dare una certa consistenza narrativa è la ripetizione: la figura dominante del film è questa ripetizione: della routine quotidiana di un uomo che fa un mestiere umilissimo.

 



Non sappiamo cosa gli accade dentro e perché è così contento della vita che fa. Intuiamo antiche ferite, ma non abbiamo mai la sensazione che sia una fuga la sua, anche quando la sorella manager, in Suv e autista, va a recuperare da lui la figlia scappata di casa, e ci sfiora allora l’idea che il protagonista possa avere avuto un passato da uomo d’affari. Osserviamo il ciclo della sua giornata come fosse il ciclo delle stagioni o quello della Luna. Qualcuno ha mai pensato che osservare il ciclo della luna o quello più prossimo dell’alba e del tramonto possa dar luogo a un film di successo?



Eppure Perfect Days è un film che sta riscuotendo un certo successo di pubblico. Ma c’è un altro elemento che per noi occidentali suona forse un po’ esotico, anche se allo stesso tempo sembra parlarci un linguaggo lontanamente familiare. La presenza della compassione. Il protagonsta del film vive la contiguità quotidiana con colleghi, conoscenti o semplici comparse della sua routine con quell’accettazione non passiva, con quella partecipazione discreta che lo tiene al riparo da sentimenti negativi, e che non comporta una fuga dalla responsabilità, dall’impegno quotidiano. È possibile vivere così? Questa è un'altra delle domande che il film pone.

In questo fa il suo onesto mestiere di opera d’arte: quando prova a scuoterci dal torpore, senza per forza usare degli choc, ma quasi cullandoci, facendo sì che ci prendiamo del tempo, più tempo del solito, e insieme frustrando la nostra sete di accadimenti. Perfect Days è un film su tutto il tempo che ci avanza, ma non lo sappiamo.





 

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