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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Per ricrearsi la vita intorno ai 60 anni bisogna cambiare la testa

La via della felicità è la capacità di distillare la realtà nell’alambicco

della nostra ricerca. E di uscire dalla consuetudine e dall'ovvio.


Siamo una generazione che ha pagato per i suoi errori. O almeno quasi tutti hanno pagato. Abbiamo fatto una montagna di errori. Negli Anni 70 e 80 non sapevamo nulla della Vita. Non avevamo molto, ma quel molto ci sembrava tanto e solo più tardi abbiamo capito che non era abbastanza o che era troppo.

Ci siamo buttati nella vita con incoscienza, molti di noi erano forti delle proprie utopie e gli altri pensavano di poter ripercorrere i passi dei genitori, ma si sbagliavano perché il mondo era cambiato. Né in meglio né in peggio, solo era diverso. Prima che noi potessimo diventare ragazzi, erano arrivati Woodstock e il pop sinfonico e la New Wave. E l’Oriente che bussava senza una certezza: sembrava la risposta, ma non sapevamo che era solo una diversa pronuncia di una vecchia poesia e molti sono passati dall’Ave Maria all’Hare Krishna senza capire che era la stessa cosa.


Non sapevamo nulla della vita, pensavamo ci somigliasse o che le cose andassero come nei film di Cary Grant che finivano sempre bene anche se il regista era Hitchcock, i buoni vincevano sempre e i malvagi pagavano sempre. Un sogno: bastava essere buoni e il gioco era fatto. Quando poi c’era un guaio, bastava aspettare che suonasse un campanellino e l’angelo di seconda classe Clarence avrebbe fatto un miracolo. Oppure Gesù o qualche santo. Ma dal cielo non c’erano dubbi che ci avrebbero aiutati, perdio, bastava crederci.



Qualcuno non ci credeva e ha covato la depressione, qualcun altro ha provato con l’eroina o gli estremismi, altri ancora non hanno trovato il coraggio né di credere né di bestemmiare e sono rimasti in quella terra di mezzo dove sembrava accadere solo ciò che era prevedibile. Ma la vita è imprevedibile sempre e non sapevamo che ci voleva fegato per vivere, che il posto fisso stava finendo e che i miracoli non accadevano mai o quasi mai.


Dovevamo rimboccarci le maniche, saltare il fosso, attraversare i mari, valicare i monti e gli ansiolitici sarebbero stati solo una droga legale e niente più: alla fine della corsa i demoni l’avrebbero avuta vinta.

Non sapevamo nulla e chi ha rischiato, ha rischiato tutto e solo dopo ha capito ed era tardi per porre rimedio. E il guaio è che i figli che abbiamo messo al mondo li abbiamo riempiti delle nostre promesse e si sono ritrovati un mondo senza più ideali né speranze, perché non li abbiamo preparati al nostro fallimento. E adesso sono loro a non sapere più nulla anche se sanno 100 volte di più di quanto sapessimo noi che abbiamo intorno ai 60 anni.


Ho pensato a lungo a questo e ad altro, arrivato a uno snodo cruciale della mia vita. Mi sono voltato e non ho provato rabbia, quella è finita. Il rancore è esaurito e non trova più spazio perché non serve a nulla, l’ho cullato a lungo perché mi sembrava che desse un senso al mio fallimento, ma davvero non serve. Non serve neppure la magia, perché già la vita è una magia a guardarla bene.


Ecco, «a guardarla bene». Lo snodo sta tutto nella visione. Sta tutto in chi vede. E in cosa si vede. Possiamo credere a Gesù o a Krishna, ma quello che cambia e fa accadere i miracoli è il nostro sguardo. Cosa sto vedendo adesso, qui e ora? Come posso essere certo che ciò che vedo è reale o è illusione?

La mia vita è cambiata 30 anni fa quando ho letto per la prima volta un libro di Thich Nath Hahn che svelava il suo segreto per vivere felici. Diceva più o meno così: quando lavi una tazza, devi sapere che stai lavando una tazza e assaporare ogni istante, l’acqua che scende dal rubinetto, la schiuma del detersivo che scorre via, le gocce che cadono nel lavandino… Di una semplicità estrema.


Direte, ah già quello è il buddhismo zen. Sbagliato: quella è la Via, qualsiasi Via, senza targhe né colori. La via della felicità è la capacità di distillare la realtà nell’alambicco della nostra ricerca: cosa rimane?

Vedete tutto nero? Ok, ci sta, allora provate ad accendere una luce, fate una “gita fuori porta”, provate a uscire dalla consuetudine e dall’ovvio. Siete malati oggi? Restate nel silenzio e nell’immobilità finché passa.

Inventiamocela questa vita, fino all’ultimo, con la coscienza dei nostri anni e l’incoscienza del ragazzo che non è mai morto in noi.


Non possiamo che giocarcela fino all’ultimo respiro, consapevoli, con lo sguardo che osserva ciò che c’è adesso, poco o tanto che sia: quello che c’è, è già un miracolo. Sì, è questo il miracolo che aspettavamo dal cielo, mia nonna lo viveva ogni giorno assieme alle sue malinconie e ai suoi sorrisi. È un peccato buttare il bambino con l’acqua sporca: se non riusciamo a giocarci la partita che ci eravamo immaginati, cambiamo gioco, creiamo qualcosa di nuovo, di imprevisto, di mai visto, di inaudito.

Non sappiamo cosa ci riserva la Vita, non sappiamo il tempo che ci rimane, ma sappiamo che questo istante può essere incredibile, indelebile e impensabile. E che questo sta tutto nella meraviglia del nostro sguardo.



Foto di Myriams-Fotos da Pixabay.

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